Nell'Italia di oggi, chi sono i “privilegiati”? E quali sono i loro privilegi? E, soprattutto, come fanno a mantenere i loro privilegi intatti?
Secondo la definizione a cui ci atterremo su questo sito, il “privilegio” è una diritto speciale garantito dallo Stato solo ad alcuni cittadini, ma non ad altri. Ad esempio, in Italia, “la giustizia è uguale per tutti”; tranne che per i parlamentari, per i quali la giustizia non può procedere come per ogni altro cittadino: deve prima richiedere l'approvazione del Parlamento. Non tutti i privilegi sono da condannare: come quando lo Stato garantisce condizioni privilegiate di accesso al lavoro ai portatori di handicap. Fortunatamente, ben poche persone sono contrarie a questo tipo di trattamento preferenziale. I privilegi, però, non sono solo quelli riconosciuti formalmente; anzi, sono molti di più quelli che non sono riconosciuti da nessuna legge, ma che derivano dalla consuetudine. Quelli che funzionano perché è così che va il mondo. Come il privilegio del dipendente di un Comune che può accelerare la pratica di un suo amico. O quello del politico a cui vengono tolte le multe perché è potente.
Se eliminare i privilegi che derivano dalla consuetudine è molto difficile (ma non impossibile), il discorso è diverso per quelli garantiti dalle leggi. Di solito, è sufficiente cambiarle, queste leggi. E, visto che i privilegi dei pochi si traducono, solitamente, nel danno dei tanti, e visto che l'Italia è una democrazia, in cui è la maggioranza a decidere, sarebbe lecito aspettarsi che i privilegi sparissero; almeno quelli noti ai più. Come tutti vedono, non è così. Ma come è possibile una cosa del genere? Quando un sistema del genere si regge attraversando decenni di democrazia rappresentativa, è chiaro che ci debbono essere dei robustissimi meccanismi che tendono a mantenerlo intatto, contrastando in modo incredibilmente efficace le aspirazioni all'abolizione dei privilegi di chi ne è escluso.
E' inutile ricordare che il sistema feudale, tipico del medioevo, era esso stesso basato sul concetto di privilegio per diritto di nascita. E che la società dei Comuni, tipica dell'Italia del centro-nord, applicava lo stesso principio, anche se in maniera meno rigida, alla borghesia: il sistema delle corporazioni e delle aristocrazie cittadine era quasi sempre in grado di garantire una vita agiata (o, almeno, meno disagiata) a chi nasceva nella famiglia giusta. La Chiesa non si poteva basare sulla trasmissione ereditaria dei privilegi, ma la sua organizzazione rigidamente gerarchica e centralizzata ha sempre portato a forti (e riconosciuti) privilegi per le sue alte gerarchie.
Facendo un grande salto dal medioevo al secondo dopoguerra, l'Italia repubblicana ha ereditato, da secoli di feudalesimo, Comuni, Stato della Chiesa, da 60 anni di monarchia costituzionale e 20 anni di fascismo, un humus culturale estremamente vario, ma quasi tutto basato su concezioni in cui il privilegio è la normalità. E ha ereditato, cosa ancora più importante, una cultura basata sulla divisione in gruppi organizzati, il cui primo scopo è lottare con gli altri gruppi. Come la Chiesa contro la Massoneria. Come il re e la sua corte contro i baroni. Come il comune di Lucca contro il comune di Pisa. Come i guelfi contro i ghibellini. Come, infine, la Democrazia Cristiana contro i Comunisti (e, all'inizio, i Socialisti).
Con la fine di un regime, i privilegiati sanno di rischiare molto: in un regime nuovo, potrebbero trovarsi scavalcati da qualcun altro. E, dopo la guerra, il rischio era veranemte grosso: gli antichi interessi si erano integrati molto bene con il fascismo praticato da Mussolini, molto lontano dalle teorie ideologiche radicali che teoricamente professava; con una vittoria delle sinistre, le prospettive per i vecchi potentati in Italia erano decisamente fosche. Nuovi potentati sarebbero sorti, almeno inizialmente legati al mondo del lavoro, e il riciclaggio nel nuovo regime sarebbe stato difficile per molti. La scommessa vincente fu quella, fatta dal grosso dei privilegiati, sulla Democrazia Cristiana: un partito con ideali antifascisti ma meno pericolosi di quelli della sinistra, e, fondamentalmente, un partito sensibile alla Chiesa, l'organizzazione più antica e stabile esistente in Italia, con cui tutti i potenti da più di mille anni avevano imparato a convivere.
Ma, soprattutto, i privilegiati sono riusciti a sfruttare il radicalismo e lo spirito rivoluzionario che permeava la sinistra italiana. Partendo dalla costituzione, la sinistra ha sempre cercato di far passare le leggi più “avanzate” possibili; ovvero leggi più distanti possibili dalla realtà (specialmente da quella disastrata del dopoguerra). Neanche un governo ed un apparato statale che avessero voluto veramente far applicare leggi del genere ci sarebbero riusciti (come ampiamente dimostrato dalle varie esperienze di socialismo reale). In uno stato come quello italiano, poi, in cui l'apparato burocratico e quello giudiziario erano rimasti gli stessi del ventennio fascista, l'idea di far veramente applicare tali leggi non era neanche presa in considerazione. Ed è qui che è nato il meccanismo fondamentale per la conservazione dei privilegi: fare le leggi, e poi applicarle solo in base alle convenienze del potere. Neutralizzando il potere della democrazia. Distruggendo le fondamenta liberali della nostra Repubblica. Una volta che questo meccanismo si è affermato e consolidato, con la complicità involontaria dei moralisti di entrambi gli schieramenti, contenti di leggere i loro principi riaffermati nelle leggi, indipendentemente dai loro effetti, e quella sempre più consapevole del notabilato, inizialmente soprattutto al Sud, ma poi sempre più anche al Nord, non c'è stata riforma che abbia avuto la possibilità di modificare in profondità il sistema. Quando la maggioranza delle leggi viene applicata solo a volte, solo con grande ritardo, solo quando conviene, o solo quando gli occhi di tutti sono puntati sul singolo caso ed esagerare non si può, il loro valore diventa pressoché nullo. Una riforma può anche essere la migliore del mondo, ma, appena l'attenzione collettiva si distrae, i vecchi comportamenti tornano a galla. Il nostro ordinamento ha un'ampio menu di leggi troppo di destra, troppo di sinistra, immorali, ingiuste, tanto che ogni gruppo politico, associazione di persone, con o senza fine di lucro, può trovare quelle che si sente assolutamente giustificato a violare. Sancendo il diritto di farsi ognuno le proprie leggi, negando così la democrazia. E lasciando così a chi ha i più grandi poteri di fare come gli pare e piace.
Eppure, quando improvvisamente ci si accorge che le cose non vanno, quello che si sente più comunemente dire è “la legge c'è, basterebbe applicarla”, oppure “ci vuole una legge”. Mantenendo sempre vivi e intatti i meccanismi che reggono il sistema dei privilegi. Chi invece ha capito tutto, del sistema, sono quei sindacati che hanno inventato lo sciopero bianco: loro sanno bene che basta “applicare la legge” (e i regolamenti) e, in Italia, tutto si blocca.