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30 anni dopo la caduta del muro e la fine del comunismo l’Italia e l’Europa in crisi non fanno onore a una delle pagine più edificanti della nostra storia

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30 ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO

E LA FINE DEL COMUNISMO

L’ITALIA E L’EUROPA IN CRISI

NON FANNO ONORE A UNA DELLE PAGINE

PIÙ EDIFICANTI DELLA NOSTRA STORIA

 

Sembra ieri, invece sono passati 30 anni da quando in quella meravigliosa sera del 9 novembre 1989, il muro che divideva non solo Berlino e la Germania ma l’intera Europa, venne giù, facendo crollare i regimi dell’Est e morire un’ideologia, il comunismo, che finalmente si era rivelata la parte perdente della Storia del Novecento. Un’emozione fortissima, quella di allora, che si rinnova con la medesima intensità ogni qual volta quel momento luminoso della storia della libertà nel mondo ci viene riproposto, come in questi giorni in occasione del trentennale. Per chi, come noi, crede nella democrazia e nella libertà, era ed è il sentimento della certezza di essere sempre stati dalla parte giusta della storia, quella appunto schierata contro ogni totalitarismo e assolutismo, a favore dello Stato di diritto, della libera iniziativa e del mercato, dell’Europa unita. Ma questa granitica certezza, di cui andiamo fieri, non ci esime, anzi ci induce, a porci domande sullo stato di salute di quel mondo libero che è uscito vincente dallo scontro, politico e culturale, con il comunismo, la sua pratica dispotica e la sua visione appiattente della società.

 

Qualcuno sostiene che liberalismo e capitalismo, venuto meno il nemico storico, non siano stati capaci di gestire la vittoria. Di certo, si è generata nelle società occidentali, opulenti e indolenti, l’idea che il benessere raggiunto fosse scontato e per sempre, e che anzi si possa definire “povertà” la mancata soddisfazione di quelle che Alberto Ronchey chiamava le “aspettative crescenti”. E che oggi dovremmo ribattezzare “insoddisfazioni crescenti”, visto che l’intero mondo occidentale, Stati Uniti ed Europa in particolare, è attraversato da un vento gelido di inquietudine e frustrazione, che si traduce in chiusura, paura dell’altro e del nuovo, irresponsabilità, rifiuto della concorrenza e della meritocrazia, negazione della competenza e del valore scientifico delle cose. Sentimenti spesso immotivati, ma che in politica puniscono chi si fa carico della complessità anche quando risulta impopolare e invece danno forza a chi si manifesta populista e si propugna sovranista, a chi pratica il giustizialismo, a chi nega il ruolo delle classi dirigenti e delle élite a favore del dilettantistico “uno vale uno”. Cioè proprio coloro che, una volta bruciate velocemente le illusioni su cui hanno costruito il loro consenso, tutto poggiato su un wafer mediatico sottilissimo, producono disillusione che finisce per alimentare il circuito perverso della sfiducia e della rabbia. Più c’è cattivo governo o non governo, più la reazione popolare spinge la parte migliore della società ad astenersi – dall’interessarsi di politica e dal voto – perché non rappresentata, e la parte più qualunquista e sussidiata a sostenere l’estremismo demagogico. Cosa che a sua volta produce altre tossine, in un gioco al massacro potenzialmente infinito.

Come è accaduto e sta accadendo in Italia, dove casi come quello dell’Ilva e di Alitalia, o il fallimento di un’opera che doveva e poteva essere straordinaria come il Mose, mettendo in ginocchio una città che il mondo intero guarda come Venezia – solo per citare le vicende più eclatanti messeci sotto gli occhi dalle cronache di questi giorni – certificano la morte della politica, quella con la P maiuscola. E così come rischia di accadere in Europa, se il procedimento di formazione della Commissione Ue apertosi con il voto di maggio dovesse durare ancora a lungo o, peggio, se dovesse saltare, aprendo una crisi istituzionale senza precedenti proprio mentre occorrerebbe, al contrario, accelerare il processo di integrazione ormai fermo da troppo tempo. Così il muro di Berlino rischia di cadere, se non è già caduto, per la seconda volta. E non più ai nostri piedi, ma sopra la nostra testa. Si tratta di una prospettiva assurda, per un paese e un continente che sono usciti dal Novecento e dal vecchio millennio avendo sconfitto i cattivi maestri e fatto trionfare i giusti valori.

 

Partiamo dall’Italia. Soltanto 21 mesi fa la maggioranza relativa degli italiani andati ai seggi (73% degli aventi diritto) scelse di affidarsi ad un movimento politico privo di ogni ancoraggio ideale e culturale, creato da un saltimbanco e formato da gente senza alcuna esperienza e preparazione. Ciò accadeva alla fine di un ciclo, quello della Seconda Repubblica, durato oltre vent’anni, e con una doppia appendice, quella impersonata prima da Monti e poi da Renzi, che complessivamente in un quarto di secolo ha consegnato il paese ad un declino strutturale, sotto tutti i punti di vista. C’era dunque motivo di reagire, ma quello scelto era sulla carta, e si è rivelato nella realtà, un rimedio peggiore del male. Tant’è vero che in un anno e mezzo quel consenso che sembrava strabocchevole e irrefrenabile si è evaporato. Le due esperienze di governo messe in piedi dai 5stelle si sono rivelate fallimentari: per loro che hanno perso la verginità politica senza saper dare risposte ai problemi che avevano sollevato, e per l’Italia. Ora la loro progressiva implosione sta determinando la fine del governo giallorosso, perfino con anticipo rispetto a quanto noi stessi avevamo preventivato. Infatti, finora pensavamo che il Conte2 durasse fino a marzo, facesse le nomine nelle aziende pubbliche e parapubbliche, vero obiettivo di tutti, e poi ci fosse la crisi, adesso i sinistri scricchiolii che registriamo ci inducono a pensare che la fine arriverà prima e che, salvo la nascita (difficile ma non impossibile) di un governo di emergenza nazionale, si vada al voto anticipato tra febbraio e marzo. Spalancando così le porte alla vittoria di Salvini e alleati, cioè di un altro prodotto della rabbia e della disillusione popolare. Il quale rischia – le probabilità sono altissime – di bruciarsi con altrettanta rapidità. A meno che si debba dar credito alla sua riconversione moderata, credere che dopo aver indossato le magliette “no euro” e aver sostenuto e fatto sostenere dai suoi scherani che la Bce era un covo di delinquenti, ora sia sincero nel sostenere che la moneta unica è irreversibile e che Draghi al Quirinale sarebbe un presidente perfetto. O che dopo aver proposto quota 100 e accettato il reddito di cittadinanza, ora sia credibile nell’affermare che la crescita deve sposarsi con gli equilibri di bilancio. O che, dopo essere stato pappa e ciccia con la Le Pen e aver inneggiato ai tedeschi di Afd e ai brexiters inglesi, ora voglia davvero entrare – e sia accolto – nel Partito Popolare Europeo. Per carità, noi lo auspichiamo. Ma in politica le (ri)conversioni affinché abbiano successo occorre che siano attendibili, cioè poggino su basi solide e comportino prezzi da pagare per il passaggio tra un prima e un dopo, oltre che vere. E, almeno per ora, non ci pare di scorgere la trama di un processo, culturale prima ancora che politico, di ridefinizione delle posizioni leghiste. Così come tale non appare il percorso di Renzi, sia quello personale, che avrebbe dovuto abbassargli il livello dell’ego e cambiare la percezione del suo modo di essere, sia quello politico, che avrebbe dovuto dargli un volto e un ruolo macroniano.

Ma se in Italia la politica appare drammaticamente avvitata su sé stessa, e i cittadini pronti a ripetere con Salvini l’esperienza “illusione-disillusione” già vissuta con Berlusconi, Renzi e Grillo, in Europa le cose non vanno molto meglio. Tre bocciature da parte del Parlamento di Strasburgo di altrettanti candidati commissari hanno impedito alla nuova Commissione targata von der Leyen di entrare in carica creando un impasse senza precedenti e inducendo popolari e socialdemocratici ad aprire a maggioranze variabili, in cui oltre a liberali e Verdi ci possano anche essere i sovranisti, tipo i polacchi di Diritto e Giustizia ma anche i leghisti italiani che pur avendo – stupidamente – votato contro la successora di Juncker ora potrebbero, magari su alcuni dossier, non far mancare il loro sostegno. Tuttavia, lo spettacolo offerto è poco edificante, certamente tale da spegnere le speranze che il processo di integrazione politico-istituzionale, militare ed economico dell’Europa possa fare passi avanti. Ma soprattutto lascia sgomenti il fatto che, dopo essere riusciti ad arginare e sconfiggere il disegno delle forze nazionalpopuliste alle scorse elezioni europee, ora, a soli sei mesi di distanza, i partiti tradizionali che rappresentano le correnti di pensiero più solide e radicate del Vecchio Continente siano costretti ad inseguire gli sconfitti, pietendo i loro voti nel parlamento europeo. Non capendo che, visto l’andazzo, la prossima volta gli elettori si rivolgeranno maggioritariamente a queste forze, portando gli orologi dell’Europa indietro, ai momenti più bui della sua storia.

Ecco perché noi italiani e noi europei stiamo festeggiando nel peggiore dei modi – cioè ipocritamente – una ricorrenza, il trentennale della caduta del Muro di Berlino e del comunismo internazionalmente organizzato, che invece meriterebbe ben altro tributo verso chi allora – dal cancelliere Khol a Papa Woytila, da Reagan a Gorbaciov, per finire a quel capo poliziotto della Berlino Est che ebbe il coraggio di alzare la sbarra al posto di frontiera lasciando finalmente la libertà di transito – ebbe un ruolo decisivo nel voltare quella pagina e si è per questo guadagnato un posto di prima fila nella storia contemporanea.

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