Home Da Rete Liberale Una bella lettera del “liberale qualunque” ai liberali italiani: leggere e riflettere, please!

Una bella lettera del “liberale qualunque” ai liberali italiani: leggere e riflettere, please!

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Pubblichiamo l’articolo de IL LIBERALE QUALUNQUE, al secolo Franco Chiarenza.

  • Nato a Catania nel 1934, ha studiato a Roma dove si è laureato in giurisprudenza all’Università La Sapienza.
  • Dal 1954 al 1965 ha svolto attività politica in associazioni giovanili e universitarie italiane e internazionali rivestendo in tale ambito incarichi direttivi.
  • Dal 1957 al 1962 ha diretto la rivista “Democrazia Liberale” da lui stesso fondata.
  • Dal 1965 al 1995 ha lavorato in RAI con diversi incarichi, prima come assistente dell’amministratore delegato, poi come capo-redattore del giornale radio, infine come vice direttore della testata giornalistica che coordina l’informazione regionale .
  • Ha svolto attività politica nel partito liberale, della cui direzione centrale ha fatto parte nel 1988/89. E’ stato direttore scientifico della Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica e di economia dal 1995 al 2000, per poi assumerne la vice presidenza che ha mantenuto fino al 2013. Ha pubblicato nel 1978 una storia della radio televisione italiana “Il cavallo morente” (edit. Bompiani), ristampata nel 2002 (edit. F. Angeli) in una versione aggiornata.
  • Nel 1992, insieme a Giuseppe Corasaniti e Paolo Mancini, ha pubblicato “Il giornalismo e le sue regole – un’etica da trovare” (edit. Etas Kompass).
  • Ha insegnato come docente a contratto dal 1986 al 2001 nella scuola di giornalismo della LUISS di Roma dove ha tenuto corsi di comunicazione politica e di “assetti editoriali e politica dell’informazione”. Successivamente ha insegnato storia della comunicazione di massa alla Facoltà di Sociologia de “La Sapienza” di Roma (2002/2010) e al Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS. Ha tenuto inoltre per alcuni anni corsi di studio su “etica della comunicazione” presso l’Università di Malta (Msida).

 

“Con il prossimo primo novembre riprenderà la pubblicazione della newsletter del “Liberale Qualunque”. In questi mesi estivi ci siamo chiesti se ne valesse la pena; gli incoraggiamenti ricevuti ci hanno convinto che una voce in più, per flebile che sia, è sempre utile.

C’è ancora qualcuno che vuole ragionare, che non confonde la dialettica con lo scambio di insulti, che vorrebbe capire le cose senza partito preso. A loro, anche se pochi, rivolgiamo la nostra attenzione.

Il Paese sta attraversando una fase di cambiamento convulsa e certamente sconvolgente per chi, come noi, era abituato ai riti e alle forme di una dialettica politica che, anche quando era aspra, rispettava la prassi istituzionale e manteneva toni più contenuti.

Ma a ben vedere il “cambiamento” sempre evocato sembra, almeno per ora, più apparente che sostanziale.

Si tratta in realtà di un ritorno mascherato a quanto di peggio ha prodotto la prima repubblica: comandano i partiti e il parlamento si limita a registrarne la volontà, si ricerca il consenso elettorale attraverso l’elargizione di sussidi e prebende, la bussola delle decisioni politiche sembra decisamente orientata a privilegiare gli interessi elettorali dei partiti rispetto ad ogni altra considerazione.

Ci sono però due differenze sostanziali: la politica estera e la tendenza a sostituire una democrazia liberale – sia pure imperfetta – con forme di espressione della volontà popolare chiamate “democrazia diretta”.

Fino ad oggi la politica estera aveva di fatto confermato e ricalcato le scelte fondamentali effettuate dopo la guerra da una dirigenza politica che, pur provenendo da diverse culture politiche, si era trovata concorde nel respingere le suggestioni comuniste e nell’ancorare stabilmente il nostro Paese in un sistema di alleanze che lo collocavano definitivamente tra le democrazie pluraliste occidentali; le figure di grandi statisti come Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi ne simboleggiano bene il ricordo.

Tali scelte si riassumono nella partecipazione attiva al patto atlantico, nello sforzo di costruire con i partner europei un’unione politica ed economica, in un’attenzione particolare alle politiche mediterranee, e infine nella adesione consapevole alle istituzioni multilaterali create per governare la globalizzazione.

La nuova maggioranza giallo-verde sembra rimetterne in discussione i fondamenti, nei fatti e nei comportamenti prima ancora che nelle parole e nelle dichiarazioni (genericamente rassicuranti). In realtà le scelte internazionali sono molto importanti e condizionano il futuro dei cittadini più di quanto molti di essi immaginano. Per questo esse sono sempre state demandate ai parlamenti e non a caso i nostri costituenti sancirono saggiamente che i trattati internazionali non possono essere sottoposti a referendum.

La cosiddetta “democrazia diretta” si fonda su un equivoco pericoloso: poiché la legittimità del potere deriva dal popolo chi governa deve limitarsi a registrarne la volontà nei suoi umori (e malumori), sentimenti, sensibilità variamente percepite, e agire di conseguenza. In realtà ci sono scelte fondamentali che non possono essere lasciate al “popolo”, se per tale si intende una massa indistinta di individui che hanno interessi, curiosità, priorità diverse. Del popolo fanno parte tutti i cittadini, quale che sia la loro storia personale; ma proprio per questo le competenze sono differenti e ciascuno si affida in qualche modo a quelle altrui nelle materie che non conosce.

Se si rompe un tubo si chiama l’idraulico, se va via la corrente si cerca un elettricista. I liberali sostengono che il principio di competenza riguarda anche la politica e si acquisisce attraverso un’adeguata preparazione e soprattutto un’esperienza di amministrazione e di governo collaudata nel tempo.

I populisti del “vaffa” invece ritengono che tutti siano in grado di compiere correttamente le scelte politiche, che “uno vale uno”, che la presunta competenza crea caste corrotte e inamovibili. Nei regimi plebiscitari che ne derivano viene meno di conseguenza l’autonomia dei parlamentari, vince e comanda chi meglio riesce a suscitare sentimenti e pulsioni spesso superficiali e poco argomentate.

Non è una novità: la protesta populista, la demagogia e il plebiscitarismo sono sempre esistiti e diventano facilmente maggioritari quando si innestano in un disagio sociale diffuso perché propongono soluzioni semplicistiche a problemi complessi che comunque i governi precedenti non hanno saputo affrontare adeguatamente.

Si tratta di sentimenti comprensibili che vengono strumentalizzati da una cultura politica nazionalista e autarchica la quale in passato ci ha regalato il fascismo di Mussolini e il nazismo razzista di Hitler.

Oggi lo chiamano “sovranismo” per confondere le idee ma si tratta della stessa cosa, della voglia di esercitare un potere assoluto senza quei contrappesi e quegli equilibri istituzionali che impediscono la dittatura delle maggioranze.

La democrazia liberale è una cosa diversa. La volontà popolare si esprime attraverso la rappresentanza ed è nei parlamenti (o negli altri organismi rappresentativi) che si realizza il confronto alla ricerca di soluzioni possibilmente condivise nell’interesse del Paese, assumendosene la responsabilità nei confronti dei propri elettori; per questa ragione la nostra come altre costituzioni vietano il mandato imperativo.

E’ bensì vero che da noi la democrazia liberale non si è mai completamente realizzata proprio perché non ha funzionato il sistema della rappresentanza: leggi elettorali continuamente cambiate, scarso rilievo al rapporto tra elettori ed eletti (possibile soltanto con sistemi uninominali), rifiuto di adottare correttivi alla mobilità opportunistica di alcuni parlamentari, ecc. Insomma la democrazia italiana non ha funzionato bene non perché era liberale ma, al contrario, perché non lo era.

Siamo quindi a un bivio pieno di incertezze. Ma forse non tutto il male viene per nuocere; stiamo pagando per l’inefficienza, la corruzione di chi ha governato fino a ieri, per i privilegi inaccettabili, per l’incapacità di connettersi con le sfere più profonde dell’opinione pubblica, per il mancato funzionamento di promozioni sociali fondate sul merito piuttosto che su protezioni politiche o parentali.

Se ciò che accade oggi servirà per cambiare davvero e torneremo a ragionare sugli interessi più autentici delle future generazioni, se insomma ricominceremo a guardare avanti invece di pensare soltanto alle nostre pensioni, se torneremo a considerare la politica come scelta morale nell’ambito di una dialettica ideologica, diremo un giorno che la tempesta che stiamo attraversando è stata salutare.

A presto risentirci”.

       Il Liberale Qualunque

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