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La Calabria, ancora una volta, terra di nessuno

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Articolo di Marco Carone

Avete presente lo stereotipo del parente ribelle ma dal cuore buono? Quello che vive al di fuori delle regole, perennemente vittima dei suoi sbagli ma che per una cattiva sorte finisce per andarci di mezzo anche quando non c’entra e per scontare il prezzo degli errori anche quando non sono i suoi. Quello di cui un po’ ci si vergogna,
che è lì e lo si conosce, ma se non se ne parla è meglio.

La Calabria spesso mi ricorda proprio quel parente di cui, giustappunto, se ne parla solo quando non se ne può più fare a meno. Perché l’ha fatta grossa. Perché bisogna mettere una pezza.

Il racconto della storia calabrese è fatto più di non detti e di silenzi: in parte voluti dall’interno, per favorire l’indotto sommerso che tutti sappiamo, in parte imposti e quasi auspicati dall’esterno, per non togliere i coperchi alle pentole più sporche. In realtà c’è un altro fattore, forse più suggestivo ma non per questo meno veritiero: solo chi conosce dal di dentro la Calabria può parlare (con cognizione di causa) della Calabria, e non è una frase fatta. In Calabria vige un codice a parte fatto di regole non scritte, un “ordine di cose” diverso e parallelo al Paese di cui quest’ultimo sa poco o nulla. E nemmeno questa è una frase fatta.

Neppure l’epidemia ha potuto profanare questo silenzio.

Pietrangelo Buttafuoco con una sapiente ed efficace metafora ha definito questo virus come un pettine che tira via tutti i nodi. E in effetti è così. Il Re è nudo. Grazie al virus abbiamo visto venir fuori i tratti più virtuosi e quelli più patetici della razza italica. I primi, sicuramente da ascrivere al mondo della sanità. I secondi (absit iniuiria verbis), al mondo della politica. Ma nel bailamme frenetico e spesso folkloristico, di amministratori locali e governatori regionali che cercano di avocare a sé una potestà legislativa dalla dubbia copertura costituzionale, la Calabria, ancora una volta, latita in un silenzio preoccupante, salvo per la questione Caronte che la chiama incolpevolmente in causa solo per mere ragioni territoriali.

Tuttavia, da qualche giorno, si scopre che la trincea di cui i sindaci di diversi comuni si riempiono la bocca e si vantano di vivere in prima persona, scambiandola per avanspettacolo, come fossero personaggi da operetta, è nulla confronto alla cruda realtà che si sta vivendo quotidianamente in alcune zone della Calabria. Lontane dal clamore mediatico e dalle luci dei riflettori.

L’ingrato compito di schiudere il vaso di Pandora è toccato a un sindacalista per bene.

Tale Nuccio Azzarà, segretario federale della UIL di Reggio Calabria.

Sebbene sia nella natura del mestiere del sindacalista la rivendicazione dei diritti dei lavoratori, Azzarà si spinge oltre, puntando coraggiosamente un cono di luce su tutto il colabrodo che è il sistema sanitario in Calabria e levando l’accusa alle istituzioni calabresi senza il timore di essere tacciato di mistificazione o peggio di calunnia.

I dati sono a dir poco agghiaccianti:

A Reggio Calabria i ricoverati COVID-19 si trovano assieme agli altri ricoverati nei reparti di neurologia e cardiologia.

Gli operatori del 118 sono attualmente fermi per totale (e ribadisco totale)
mancanza di ogni presidio sanitario minimo ed essenziale.

L’ASP, sciolta per infiltrazioni mafiose e con un debito di oltre un miliardo di euro è in mano a un commissario prefettizio evanescente, che ha la residenza in un’altra regione e che, pertanto, non risulta pervenuto presso la propria sede operativa da settimane.

Situazione molto simile all’ASP di Catanzaro.

A Scalea, città in cui sorgono le “seconde case” in cui i calabresi che lavorano fuori sede hanno deciso di passare la quarantena, si trova una struttura ospedaliera costruita negli anni ’80 e costata 20 miliardi di lire. Oggi è in totale sfacelo ed è operativa al 10 % del suo potenziale.

Ancora peggio accade a Gerace dove l’ospedale di Largo Piana, costato 9 miliardi di lire, non è mai stato operativo ed è attualmente ridotto a un ecomostro divorato dall’abbandono.

A Crotone circa 300 sanitari, tra medici e infermieri sono stati denunciati per ingiustificato assenteismo dal posto di lavoro.

A San Lucido, primo comune ad essere chiuso per la presenza di un importante focolaio, i pazienti sospetti son costretti a raggiungere l’ospedale di Paola distante decine di chilometri e che difetta persino del triàge di prima ricezione.

A Locri non ci sono ambulanze a sufficienza per dividere i trasporti COVID-19 dalle altre urgenze. Gli ospedali di Polistena e Palmi sono al collasso e smistano i malati COVID-19 in altre strutture sanitarie e così si potrebbe andare avanti ancora per molto.

Ebbene, come potete capire si è andati ben oltre l’immaginabile, oltre il concetto di giusto o sbagliato, oltre l’incompetenza, oltre le responsabilità e del “era colpa di chi veniva prima”, oltre la collusione tra consorterie massoniche e consorterie mafiose, oltre ogni sentimento di indignazione e senso del pudore.

La Calabria per la prima volta libera un grido di dolore che rompe il silenzio. Lo Stato adesso non può più girare la testa, deve intervenire senza se e senza ma.

Corrado Alvaro, reggino di San Luca, nel 1952 scriveva così “Non esiste difetto che, alla lunga, in una società corrotta, non diventi pregio, né vizio che la convenzione non riesca ad elevare a virtù.”

Siamo al capolinea, è ora di rinascere.

 

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