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Da chi siamo manovrati? E dove andremo a finire?

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Articolo di Stefano De Luca

Il grande manovratore che da troppo tempo condiziona la vita politica italiana, vuole la vittoria del SI: è bene che si sappia.

Ormai da quasi un cinquantennio, con una forte accelerazione negli ultimi trent’anni, è  in corso una costante e progressiva azione di destabilizzazione del nostro Paese, delle sue Istituzioni, dell’economia, con una regia precisa di carattere internazionale con illimitata disponibilità di mezzi finanziari.

Di volta in volta vengono armate le mani di questo o di quello per creare il clima di emergenza.

Prima fu il terrorismo di matrice politica, dopo gli attentati e le stragi mafiose. Intanto si preparava un lungo lavoro, (facilitato da una classe politica stupida e ladrona, che aveva creato il clima adatto per la propria completa destabilizzazione), con l’obiettivo  di realizzare, come avvenne nel 92/94, un golpe mediatico giudiziario, che incoronò e santificò i piccoli eroi che procedevano ad arresti a raffica, perquisizioni, sequestri, conferenze stampa continue, grandi scenografie processuali, talvolta poi naufragate miseramente o comunque con risultati modesti, ma che servirono a delegittimare il sistema dei partiti e l’intero impianto giuridico costituzionale del Paese.

A volte si trattava di impianti accusatori del tutto meschini per dare comunque risposte all’opinione pubblica frastornata, come quando, accettando per buone le fandonie di personaggi come Scarantino, vennero pronunciate nel processo per la strage Borsellino, sentenze pesanti con ergastoli e secoli di carcere, mentre successivamente apparve chiaro che qualcuno, rimasto misteriosamente sconosciuto, aveva pilotato quelle insostenibili condanne, mentre magistrati scrupolosi avevano individuato almeno alcuni  dei reali protagonisti della manovalanza stragista.

La scena dalle aule giudiziarie trasformate in set cinematografici non era più  in grado di reggere all’urto mediatico, come al tempo del cow boy Di Pietro. Il nuovo disegno, questa volta tutto politico e tremendamente più destabilizzante, per la sua realizzazione fu quindi affidato dal manovratore, sempre il medesimo, a Grillo e al suo movimento pentastellato, dove era facile accendere una miccia per far divampare un incendio, disponendo di una manovalanza esagitata e sempre pronta a campagne radicali contro il potere, le Istituzioni, l’autorità, fino a quando tutto questo non si è  incarnato nella nascita del movimento stesso.

Il mostro quindi non era più il potere in sé e chi lo esercitava, sostituito da improvvisati guitti di provincia con piglio dilettantesco, che talvolta suscitano alternativamente rabbia o sorrisi, ma una sorta di nemico invisibile, definito come la casta.

La principale forza politica del Paese in termini di importanza della rappresentanza parlamentare, divenne proprio quella che aveva il compito di annientare la democrazia rappresentativa, attraverso azioni dimostrative in grado di  colpire la fantasia delle grandi masse ed eccitarle.

L’obiettivo reale quindi oggi non è quello della riduzione del numero dei parlamentari, opinabile e discutibile, ma l’amputazione della rappresentanza popolare, senza un qualsivoglia disegno riformatore, l’ostentazione tracotante che si tratta soltanto di una manovra per delegittimare l’Istituzione parlamentare.

Il disegno, com’è avvenuto durante la pandemia, è quello di spostare sempre più ampie prerogative dell’esercizio del potere reale verso l’Esecutivo, anche attraverso strumenti inidonei, come i DCPM, che, in quanto atti  meramente amministrativi, non possono avere forza di legge.

L’urgenza era di liberarsi in qualunque modo dall’ingombro parlamentare. Lo aveva già fatto Mussolini, a partire dal 1923, in forme più traumatiche, ma almeno più chiare.

Qui il colpo di mano è subdolo, strisciante. Il grido di battaglia è stato: 945 parlamentari sono troppi, riduciamoli a seicento, ma nessuno si è preoccupato di ridisegnarne i ruoli, per rendere le assemblee legislative più efficienti, più autonome dal Governo e dai partiti, più vicine al popolo sovrano, che esse dovrebbero rappresentare, per tornare ad essere  la sede reale del potere legislativo e non un semplice ovile obbediente con il compito di ratificare quasi esclusivamente atti di iniziativa governativa, sovente sottoponendosi al voto di fiducia.

Una riforma costituzionale si può sempre fare, nulla è destinato a durare in eterno, ma affrontando le problematiche che si intendono risolvere in un unico contesto e, dopo, sottoponendo al giudizio referendario del popolo sovrano l’intera riforma ed il principio che la sottende, come hanno fatto Berlusconi nel 2006 e Renzi nel 2016, ricevendo due risposte negative da parte degli elettori.

Queste sono le nostre regole Costituzionali!

La scelta di presentare singole modifiche fuori da un contesto, nella speranza di rubare un consenso di cui ai cittadini non  risulta chiaro l’obiettivo reale, anzi utilizzando il falso scopo di definire pletoriche ed inefficienti le attuali Camere, oltre che scorretto, si sta rivelando pericoloso.

Il primo passo è la riduzione del numero, poi si approverà una bella legge elettorale proporzionale con sbarramento per eliminare le forze minori, cioè  le uniche voci critiche.

Ovviamente si continuerà ad espropriare gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti, affidando tale determinazione soltanto ai partiti, i quali continueranno a mettere famigli, amanti, segretarie, cassaintegrati, disoccupati, analfabeti, tutti ciecamente obbedienti e pronti ad occupare un posto nell’ovile senza lamentarsi, evitando gli smottamenti registrati di recente.

La riforma del sistema sarà compiuta, senza dover ricorrere a commissioni bicamerali, grandi discussioni, pareri di esperti, mediazioni e, magari alla fine, un nulla di fatto, come è accaduto più volte in passato.

Il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari è il primo tassello di un progetto autoritario, che perverrà, dopo, ad un rafforzamento dei poteri della Presidenza del Consiglio.

Il percorso sarà meno scenografico di quanto con arroganza fece allora Mussolini, ma altrettanto efficace per raggiungere il medesimo risultato.

La beffa in tutta questa vicenda è rappresentata da una becera destra, alla quale invero come ispirazione politica le scorciatoie autoritarie piacciono. Anzi, in quest’occasione, non avendo capito la pericolosità del disegno, lo sta avallando, rafforzando di fatto le condizioni per consolidare l’alleanza M5S PD e mettendosi fuori gioco definitivamente, mentre oggi la coalizione di centro destra avrebbe una carta vincente sicura nelle proprie mani, solo se si rendesse conto che la sconfitta dei Cinque Stelle al referendum con il proprio voto compatto, ne determinerebbe la fine, insieme alla inevitabile caduta del Governo, con conseguenti elezioni anticipate, ancora, secondo i sondaggi, probabilmente ad esso favorevoli.

La intrinseca tendenza al martirio, invece, li porterà ad ubbidire al proprio riflesso autoritario, in particolare Meloni, regalando ai pentastellati una vittoria niente affatto scontata, anche per i dubbi che in maniera diffusa percorrono il PD, che voterà tutt’altro che compatto, preferendo seguire le indicazioni di buon senso di tutta intera l’Accademia Costituzionale e della opinione benpensante moderata.

Purtroppo, temiamo che tutto questo non sarà sufficiente a far prevalere il NO, ma non disperiamo.

Ovviamente, convinti delle nostre forti ragioni giuridiche e democratiche, continueremo a batterci fino all’ultimo giorno, confidando che alla fine possa emergere un’ondata, anch’essa tipicamente italiana, d’insofferenza verso l’arroganza pentastellata, come avvenne nel dicembre 2016 nei confronti di quella di Renzi.

 

 

 

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