Home Da Rete Liberale Il populista Di Maio erede dell’antipolitica dipietrista cade proprio mentre ricorrono 20 anni dalla morte di Craxi: nemesi da cui trarre buoni auspici?

Il populista Di Maio erede dell’antipolitica dipietrista cade proprio mentre ricorrono 20 anni dalla morte di Craxi: nemesi da cui trarre buoni auspici?

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IL POPULISTA DI MAIO
EREDE DELL’ANTI-POLITICA DIPIETRISTA
CADE PROPRIO MENTRE RICORRONO
20 ANNI DALLA MORTE DI CRAXI:
NEMESI DA CUI TRARRE BUONI AUSPICI?

 

Ci possono volere anche vent’anni, ma per fortuna prima o poi la storia s’incarica di rimettere le cose a posto. Inesorabilmente. Il ricordo della morte di Bettino Craxi, due decenni dopo, ha interessato molti italiani e colpito l’immaginario collettivo più di quanto non si potesse prevedere – complici anche un bel film e diverse lodevoli iniziative – ma nessuno ha notato che la ricorrenza è coincisa con una vera e propria nemesi storica. Come definire altrimenti, infatti, il susseguirsi degli eventi dentro e intorno al movimento 5stelle culminati nelle dimissioni di Luigi Di Maio il 22 gennaio, appena tre giorni dopo l’anniversario della morte del leader socialista? Certo, a gennaio 2000 l’oggi trentatreenne Giggino stava ancora sui banchi di scuola – non sappiamo con quanto profitto – e nulla sapeva di quell’uomo che nel maggio del 1994 (Di Maio non aveva ancora compiuto 8 anni) aveva lasciato l’Italia per rifugiarsi in Tunisia, ad Hammamet, sentendosi perseguitato in patria. Ma di sicuro di quell’ondata giustizialista che con Mani Pulite mise in croce Craxi e alla gogna un’intera classe politica ponendo così fine alla Prima Repubblica, il populismo grillino di cui Di Maio è stato uno degli artefici e il principale beneficiario, ha rappresentato la continuità e il culmine. Insomma, senza Di Pietro e le “monetine” tirate a Craxi non ci sarebbero stati i “vaffa” di Grillo, la democrazia digitale (si fa per dire) di Casaleggio e il Di Maio al balcone di palazzo Chigi che annuncia di aver sconfitto la povertà. Ma per questo, osservare proprio mentre si rivaluta la figura di Craxi – e attraverso di lui tutta la vecchia classe politica – la parte discendente della parabola del grillismo, che da movimento di protesta tenta goffamente di trasformarsi in partito di governo cercando inutilmente di non pagarne il dazio, fino al punto di ricorrere a quelle aborrite pratiche (organizzare un congresso a tesi, dividersi in correnti, lottare per il potere, spartirsi poltrone e tentare di rimanerci attaccati) di cui hanno accusato “i politici” e su cui hanno costruito le loro fortune, beh, fa una certa impressione.
Ma non c’è da essere soddisfatti. Perché, in realtà, quello a cui ci tocca assistere oggi non contiene alcuna riposta alle grandi questioni che le vicende degli anni Novanta, culminate con la morte di Craxi in esilio, hanno sollevato. Dalle fragilità politiche e istituzionali dell’ultima fase della Prima Repubblica, che al di là dei complotti veri o presunti che potrebbero esserci stati dietro lo scoppio di Tangentopoli sono state la vera ragione della verticale perdita di consenso della classe dirigente del Paese, alla sconfitta epocale del garantismo che ci ha portato, passando per la mai definita questione dei costi della politica e della loro copertura, fino alla sostanziale scomparsa dello Stato di diritto, i problemi di oltre un quarto di secolo fa sono ancora quelli odierni. Rimasti irrisolti perché mentre il giustizialismo e il populismo – due facce della stessa medaglia – hanno trovato sempre nuovo alimento, il riformismo di Craxi e di quella stagione politica – che già si era rivelato non adeguato ad affrontare i cambiamenti epocali messi in moto con la fine degli equilibri mondiali nati con Yalta, sepolti sotto le macerie del comunismo e la caduta del muro di Berlino – non ha trovato alcuna continuità né nella Seconda Repubblica del maggioritario forzato e del bipolarismo armato né tantomeno nella presunta Terza Repubblica odierna.
Il simbolo di questa nostra “Repubblica incompiuta” è il Partito Democratico, erede di quel Pci che poi ha più volte cambiato nome ma mai ha metabolizzato la sconfitta storica della cultura da cui ha tratto origine, e di quelle componenti della Dc, il cattolicesimo di sinistra, che sempre hanno osteggiato Craxi e il suo Psi autonomista. Passati tre decenni dall’inizio della fine della “Repubblica compiuta” nata con la fine del fascismo, quella che pur con mille difetti e tra tante contraddizioni ha fatto grande e ricca l’Italia, la sinistra non è stata capace di cogliere l’occasione offertagli dall’oblio che i 20 trascorsi dalla morte hanno (finalmente) steso sulla figura dell’ultimo leader socialista italiano, per fare i conti con se stessa e trovare nella riflessione storica le ragioni di una nuova capacità di dare risposte ai problemi rimasti insoluti. Non si tratta, sia chiaro, di rimettersi a posto la coscienza riabilitando Craxi, e pazienza se né Zingaretti per un verso né Renzi per un altro hanno sentito il bisogno di andare a posare un fiore sulla tomba di quello che comunque è un loro antenato. Non è questo ciò che conta, bensì fare finalmente i conti con la storia – la propria e quella nazionale – per darsi una ragione di vita oggi che non sia solo quella della sopravvivenza fine a sé stessa.
C’è bisogno di riscrivere la storia italiana degli ultimi trent’anni. E non solo per rimettere a posto le cose del passato, ridistribuendo più equamente meriti e responsabilità. Soprattutto, per trovare in quella riscrittura la chiave che apra il cassetto delle idee per dare risposte alle sfide che ci attendono. Che possono essere tremende o esaltanti a seconda che in quel cassetto ci siano vecchi arnesi ideologici, magari riverniciati con una mano di populismo nuovista e una spruzzata di “politicamente corretto”, oppure i moderni strumenti di analisi che sorreggano un pragmatismo che affondi le radici nella cultura riformista, liberal-keynesiana. Zingaretti ha annunciato una sua “svolta” con cui dare l’addio al “vecchio Pd”. Ma, nonostante la buona volontà del segretario, per ora non si vede alcuna svolta né tantomeno si scorge il profilo di qualcos’altro, che sia un partito nuovo (il rifacimento del Pd) o un nuovo partito. A scoraggiare chi, come noi, vorrebbe veder fare al Pd un salto di qualità o ancor meglio un atto di coraggio nel rifondarsi, sono sia la manifesta subalternità politica ai 5stelle – peraltro proprio nel momento in cui stanno franando – dimostrata dal voler tenere in piedi a tutti i costi un governo privo di capacità di aggredire i problemi  e supino di fronte a scelte demagogiche (tipo l’abolizione della prescrizione giudiziaria), ma con il solo vantaggio di tenere Salvini all’opposizione (come se quella non fosse per lui la posizione più comoda), quanto la deriva movimentista dell’ultima ora, con l’apertura alle Sardine, il recupero del rapporto con la Cgil sulle posizioni di Landini e il tentativo di rieditare la cosiddetta Ditta (copyright Bersani) riassorbendo Leu e gli altri frammenti della sinistra più radicale. Insomma, come ha giustamente fatto notare Renzi, se hanno voglia di farla definitivamente finita copino pure Corbyn, che di suicidi politici se ne intende. Non è un caso che un vecchio comunista che al Pd non si è mai voluto iscrivere come Emanuele Macaluso, che con i suoi 96 anni è molto più moderno dei giovanotti piddini, e che di svolte politiche ne ha vissute tante, a cominciare da quella di Occhetto del 1989, consideri “velleitaria” l’annunciata rivoluzione zingarettiana.
La verità è che il calendario che segnava il tempo del tentativo di costruire un centro-sinistra capace di esprimere un riformismo moderno, unico antidoto al decadimento politico-istituzionale e al declino socio-economico del Paese, è rimasto fermo alla fine degli anni Ottanta. Pur con tutte le ombre che si possono affiancare alle luci di quel tentativo – e sarebbe un torto grave di chi oggi giustamente celebra il ricordo di Craxi volerle ignorare o addirittura negare – resta il fatto che quella stagione non ha più avuto un seguito e che tutto quel che è venuto dopo (giustizialismo, anti-politica, bipolarismo malato, leaderismo, populismo, peronismo sovranista) è andato nella direzione esattamente opposta. Ecco allora che la vicenda dolorosa di Craxi merita di essere rianalizzata non solo per capire che gli errori che aprirono le porte al disprezzo verso i partiti e la politica e verso le forzature giudiziarie tengono ancora quelle porte spalancate, ma anche e soprattutto per riprendere quel filo reciso della storia riformista italiana. E se il Pd, come temiamo, non sarà capace di svolgere questo ruolo fondamentale, è opportuno che nella società e dalla società nascano nuove iniziative che abbiano quell’obiettivo come loro motivo costituente. E che – sia detto ai Renzi e ai Calenda come a chiunque altro voglia imitarli – non può passare per partiti di carattere personale. Craxi era un leader, e non disegnava di usare ogni mezzo per consolidare la sua leadership, ma guidava un partito vero, che era nato prima di lui e che avrebbe potuto e dovuto continuare dopo. Forse è proprio su questo piccolo grande particolare che, a vent’anni dalla sua morte così carica di significati politici, che dovrebbe concentrarsi la riflessione di chi voglia, coraggiosamente ma non per questo con piaggeria, ricordarlo.
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