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Gli errori del PD sulla prescrizione sono un regalo al furbo Renzi, ossigeno per i 5Stelle moribondi e una pietra tombale sulla giustizia

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GLI ERRORI DEL PD SULLA PRESCRIZIONE
SONO UN REGALO AL FURBO RENZI
OSSIGENO PER I 5STELLE MORIBONDI
E UNA PIETRA TOMBALE SULLA GIUSTIZIA 

 

 

Dopo averla ripetutamente tirata da ambo i lati, la corda del governo Conte2 si è spezzata. Su un tema serio – la giustizia – ma nel modo più superficiale e spudorato possibile. Può darsi che, senza risparmio di ipocrisia, si faccia finta che sia solo sfilacciata, o che con un po’ di fantasia e faccia tosta si tenti di riannodarla. Ma ciò non toglie nulla al fatto che, come accadde con il Conte1, una volta varata la manovra di bilancio – che è ormai l’unica vera ragion d’essere degli esecutivi della (presunta) Terza Repubblica – non ci sia più alcun collante a tenere insieme una maggioranza del tutto eterogenea, si entri una fase di stallo e il governo sia destinato, in un modo o nell’altro, a dissolversi. Ci dirà la cronaca, che ci tocca osservare con crescente disgusto e che qui non vale la pena riassumere, come andranno le cose. Se, cioè, sulla prescrizione la contrapposizione troverà o meno un punto di compromesso, e in caso affermativo se sarà comunque sufficiente a tenere in piedi maggioranza e governo oppure no. Nel frattempo, però, vale la pena di annotare alcune riflessioni. Una politica, una di metodo e una di merito.

La prima osservazione è che c’è sicuramente della strumentalità nell’atteggiamento di Renzi, ma non meno stonato è il coro che si è levato contro le “sordide manovre renziane”. Da un lato, il leader di Italia Viva mostra tutti i limiti di chi pratica il garantismo a giorni alterni e tende ad interpretarlo in chiave personal-famigliare e non come difesa assoluta dello stato di diritto e tutela delle garanzie di tutti e di chiunque. Gli esempi a suffragio di questa ambivalenze sarebbero tanti, per tutti valga ciò che durante la sua permanenza a palazzo Chigi Renzi ha fatto – per esempio ha trasformato l’Anac in un tribunale aggiuntivo, come se non l’Italia non fosse già abbastanza “sotto inchiesta permanente” – e ciò che non ha fatto, e cioè mettere mano ad una organica riforma della giustizia, magari con la stessa tenacia che ha adoperato nel portare il Paese al referendum costituzionale. Dall’altro lato, è evidente che il fine ultimo di Renzi in questo suo ennesimo braccio di ferro – gli va data una laurea honoris causa in questa materia – sia quello di alzare il prezzo per avere più margini di manovra al tavolo delle nomine nelle grandi aziende pubbliche e para pubbliche che entro fine marzo emetterà i suoi verdetti.

Inoltre Renzi si è anche accorto che la prescrizione è principio di civiltà giuridica solo dopo aver precedentemente affermato che essa andava corretta per fare in modo che si giungesse a delle condanne, mostrando così di assimilare i processati ai colpevoli. E non meno evidente è il fatto che il fronte avverso – nel quale M5S e Pd hanno finito per sovrapporsi e confondersi, a tutto danno dei Democrat – abbia come vero collante la voglia di sbarazzarsi del fastidioso compagno di strada una volta per tutte. Per carità, un obiettivo del tutto legittimo nella lotta politica, ma forse un tantino miope. Perchè cercare di stringere all’angolo Renzi significa spingerlo ad usare l’arma nucleare che ha in mano, quella di far venire meno la maggioranza al Senato. E non ci sembra una gran genialata per pentastellati e piddini. Così come quella di aver regalato al loro “nemico” un ruolo da protagonista in una battaglia che è sacrosanta.

E qui veniamo al metodo. È indubbio che fin qui le dinamiche interne al governo e gli equilibri dentro la maggioranza giallorossa abbiano premiato molto più i 5stelle che il Pd. Nonostante che i responsi delle urne nel frattempo abbiano disegnato rapporti di forza invertiti, sembra d’esser fermi alla fotografia scattata alle elezioni politiche di quasi due anni fa. Ora, è vero che in parlamento è tuttora riprodotto quell’ormai vecchio rapporto di forza – e le emorragie dei 5stelle e la scissione fatta da Renzi nel Pd in qualche modo si compensano – ma non si capisce perché Zingaretti, che pure inizialmente era scettico per non dire contrario all’alleanza con i pentastellati e nonostante il progressivo sfaldamento politico di quest’ultimi, abbia rinunciato a piantare le sue bandierine, lasciando che prevalessero l’agenda e il metodo grillini: reddito di cittadinanza e quota 100 non si sono messi in discussione; vitalizi, riduzione del numero dei parlamentari, interventi punitivi sui concessionari autostradali e scemenze varie di stampo populista e da “partito del No” hanno avuto campo libero; abolizione della prescrizione e altre scelte manettare e giustizialiste sono fronteggiate al massimo con debole e contradditorie proposte di compromesso. Mai sentito una volta che il Pd – non si dice Conte, perché sarebbe come sperare che la pioggia salga dal basso verso l’alto – abbia detto “si fa così e non c’è discussione”. Neppure quando, sulla prescrizione, era chiaro che i grillini apparivano coerenti con la loro storia giustizial-populista, mentre i democratici facevano la figura di chi non riesce nemmeno a difendere, facendola ripristinare, la legge Orlando, che è loro.

Eppure, se Zingaretti mostrasse gli attributi, e se per una volta i grillini si mettessero la coda tra le gambe (come peraltro hanno fatto durante tutto il periodo in cui sono stati al governo con Salvini), ne trarrebbero giovamento tutti: la maggioranza, che si rafforzerebbe; il governo, che farebbe di più e meglio; gli stessi partiti che sostengono il Conte2, 5stelle in testa, che eviterebbero di andare incontro ad una disfatta elettorale nel caso che il governo cadesse e che la legislatura finisse. Domanda: egregi signori giallo-rossi, considerato che al partito di Renzi viene attribuito un potenziale che non va oltre, anche nel migliore dei casi, al 5%, siete proprio sicuri che sia così interessante ergere Matteo a nemico giurato e fare una battaglia tutta incentrata sulla sua sconfitta? Per dividersi le spoglie del 4-5%?

In tutto questo c’è poi un problema di merito grande come una casa. La polemica di Renzi sulla prescrizione, infatti, sarà pure strumentale, ma nel merito è stra-fondata. Tanto che, oltre alla sollevazione degli avvocati – che pure avrebbero il cinico interesse al processo infinito – persino molte toghe (certo non Davigo, ma non si può pretendere l’impossibile) hanno protestato. E il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Mammone, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha parlato di una prevedibile crisi del sistema se la riforma Bonafede restasse in vigore. E altrettanto – forse, per certi versi, anche peggio – se dovesse lasciare il passo ad una controriforma tipo quella su cui M5S, Pd e Leu hanno trovato un’intesa, che introdurrebbe la distinzione tra condannati e assolti in primo grado, applicando solo ai primi il blocco dei termini, e concedendo la prescrizione laddove il condannato in primo grado venga poi assolto in secondo. Insomma, un marchingegno mostruoso, con evidenti profili di incostituzionalità, e che se entrasse in vigore produrrebbe una confusione giuridica da paese delle banane. Anche perché andrebbe definitivamente a farsi benedire la già calpestata presunzione di non colpevolezza, visto che ai condannati in via non definitiva sarebbe riservato un trattamento opposto a quello concesso agli assolti in via non definitiva.

Inoltre, che l’assenza di limiti temporali renda più veloce il procedimento è un atto di fede senza fondamento, visto che il 60% dei procedimenti si prescrive durante le indagini e il 75% prima della sentenza di primo grado, e che dunque a parità di condizioni senza prescrizione avrai il 75% di procedimenti in più. Né è pensabile di fare affidamento sugli impegni di riduzione del processo penale ad un tempo determinato (si parla di 4 anni), per il cui rispetto non basterebbe certo il metterlo nero su bianco in una norma senza affrontare alla radice – costi quel che costi, anche in termini di reazione della casta giudiziaria – le cause strutturali degli attuali tempi infiniti della giustizia. Tempi che sono alla base della necessità di mantenere in vita lo strumento della prescrizione, anche al prezzo di un suo uso strumentale da parte degli imputati (che certamente c’è stato e c’è, ma non giustifica il dover accettare il “processo infinito” per sconfiggerlo). D’altra parte, nel valutare i pro e i contro della prescrizione, non si può non partire dalla constatazione, esattamente opposta a quella fatta dal ministro Bonafede, che il nostro sistema giudiziario soffre di una grave malattia, quella dell’ingiusta detenzione per custodia cautelare prima dell’accertamento dei fatti a fronte di un successivo (e spesso lontano nel tempo) proscioglimento. Secondo la terribile contabilità fatta dalle Camere penali, dal 1992 al 2018 sono state più di 27 mila le persone che hanno ottenuto un indennizzo per ingiusta detenzione: una ogni 8 ore!

In conclusione, dalle parti del Pd qualcuno rifletta: accettare quella aberrazione giuridica che è la Bonafede e i “lodi” che vorrebbero emendarla e invece la peggiorano, in nome della necessità di tenere in vita il Conte2, regalando nel contempo a Renzi uno strumento che gli consentirà di abbassare il suo alto indice di sgradimento, è un boomerang elettorale, oltre che una sciocchezza politica e un danno grave per il Paese. C’è ancora tempo (pochissimo) per rimediare. Altrimenti il duo Salvini-Meloni avrà la strada (verso palazzo Chigi) libera. Malgrado i dubbi (crescenti) degli italiani.

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