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Eurogruppo: oltre ogni populismo e paradiso fiscale

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Articolo dell’Avv. Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno

La crisi economica causata dall’emergenza pandemica del covid-19 impone tempi rapidi nel concretizzare l’accordo dell’Eurogruppo, affinché l’Unione Europea non entri una esiziale depressione macroeconomica.

Dopo 16 ore di negoziato nella notte tra il 5 e il 6 aprile, in cui l’Olanda aveva manifestato tutta la propria contrarietà a ratificare un’intesa, cui invece avevano aderito tutti gli altri ministri delle Finanze dei Paesi membri, ieri 9 aprile, è proseguita la riunione che era stata interrotta, con la speranza che l’Olanda rivedesse la sua rigida posizione.

Le proposte al vaglio dell’Eurogruppo

L’ordine del giorno si è basato su 4 misure da decidere: la prima riguarda l’applicazione del Meccanismo europeo di Stabilità, che permetterebbe l’erogazione di prestiti ai Paesi membri; la seconda misura riguarda se fruire della Bei, la Banca europea degli investimenti; un’altra questione riguarda l’utilizzo del Sure, il nuovo fondo proposto dalla Commissione europea per permettere ai governi dei rispettivi Paesi membri di finanziare la cassa integrazione; l’ultima misura si riferisce alla proposta francese di creare un nuovo fondo finanziato con obbligazioni congiunte di tutti i Paesi membri.

Il ministro dell’economia francese, Bruno La Maire ha sostenuto che questo nuovo fondo, che non è alternativo alle altre tre misure in esame, possa attivare la ripresa economica dell’Unione Europea, con un’operatività di 5/10 anni.

Il suddetto Fondo permetterebbe la creazione di bond con diverse garanzie condivise di tutti gli Stati dell’Unione europea.

La gestione spetterebbe alla Commissione europea, la quale in questo modo potrebbe finanziare programmi ben definiti per rilanciare l’economia reale, rispettando il Green Deal e la strategia industriale prevista dalla Commissione europea lo scorso 10 marzo.

Ciò sarebbe fondamentale per attivare la ricollocazione delle catene di valore strategiche nella zona euro.

Ogni Paese membro contribuirebbe al finanziamento di questo Fondo attraverso dei contributi o in alternativa con una tassa di solidarietà.

Ogni Paese membro riceverebbe beneficio in rapporto ai danni economici subiti a causa del Covid-19.

La solita demagogia propagandistica italiana ha portato ad affrontare il dibattito interno su tali misure riducendo il confronto ad una grottesca e squallida discussione da bar, partendo dal fatto che l’accettazione dell’utilizzo del Mes fosse o non fosse un tradimento nazionale.

In realtà, come sempre, la questione è molto più complessa di quanto certe forze politiche intrise di populismo cerchino di raccontarci, perché il ricorso al Mes non è obbligatorio, ma l’aspetto importante è che qualora l’Italia decidesse di ricorrere al Mes, lo potrebbe fare a condizioni diverse e più vantaggiose di quelle che ci sarebbero state se l’Olanda non avesse accettato il compromesso di limitare l’utilizzo del Mes solo per affrontare l’emergenza sanitaria attuale.

Da questo accordo, tutte le forze politiche italiane dovrebbero ricavare un motivo di gioia per l’approvazione unanime da parte di tutti i Paesi membri riguardo alla misura del nuovo Fondo, proposto dalla Francia, che permetterà la creazione di nuovi Bond, i quali porteranno liquidità nell’economia reale dell’Italia.

Ormai il dibattito politico e la qualità e la competenza dei protagonisti della politica italiana hanno raggiunto un così basso livello, che pensare o pretendere che ci sia un livello adeguato per dibattere su queste 4 misure prese dall’Eurogruppo, è del tutto utopistico….

Tornando all’accordo preso dall’Eurogruppo, in realtà l’unica misura che ha alimentato lo scontro tra l’Olanda e gli altri Paesi membri ha riguardato le modalità di applicazione del Mes.

La rigidità dell’Olanda nasce dalla propaganda nazionale

In quanto l’Olanda ha preteso che ci fossero precise condizioni economiche per l’utilizzo del prestito, al contrario dell’Italia che si è opposta con decisione, anche se poi l’Italia ha dato la sua disponibilità ad accettare un compromesso che però l’Olanda in modo irriducibile ha rifiutato fino a cedere durante quest’ultima riunione, dopo che aveva esercitato anche il potere di veto sull’accordo.

Se prima le parti del contendere erano diverse, nel finale si era delineata una surreale situazione in cui l’Olanda era sola nella sua inamovibile posizione contro tutti gli altri Paesi, altresì concilianti ad aderire ad un accordo.

L’accordo raggiunto da tutti i Paesi membri verte sul fatto che il Mes vada utilizzato per affrontare l’emergenza sanitaria, per poi essere utilizzato in funzione della crescita macroeconomica.

La rigidità della posizione olandese anche se sembrava incomprensibile, in realtà nasceva dalle solite esigenze di propaganda nazionale, visto che si stanno avvicinando le elezioni elettorali olandesi.

Infatti, in Olanda è in atto uno scontro elettorale tra il ministro delle Finanze Wopke Hoekstra del partito democristiano Cda ed il premier Mark Rutte, appartenente al partito liberale Vvd e per evitare di perdere, il premier olandese cerca di fare concorrenza al rivale giocando la sua stessa carta di rigidità.

Dopo che un vertice europeo a 27 e due riunioni dell’Eurogruppo si erano rivelati fallimentari, finalmente si è giunti ad un accordo tra tutti i Paesi membri, compresa, l’irriducibile e rigida Olanda.

L’intesa portata avanti da Berlino e Parigi ha permesso di accedere al Meccanismo europeo di Stabilità e all’istituzione di un nuovo Fondo possibilmente finanziato da titoli in comuni, che ammontano al valore di 500 miliardi di euro.

Si tratta di un pacchetto da 1.000 miliardi di euro e al riguardo il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni ha tenuto a sottolineare che si tratta di «un pacchetto di dimensioni senza precedenti per sostenere il sistema sanitario, la cassa integrazione, la liquidità alle imprese» ed impedire che sorgesse una divergenza tra le diverse economie dei Paesi membri.
L’accordo raggiunto si basa sull’utilizzo in modo flessibile del Mes per «sostenere il finanziamento dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta così come i costi relativi alla cura e alla prevenzione dovuti alla crisi provocata dal COVID 19».
Quando finirà l’emergenza i Paesi si impegneranno a rafforzare i loro fondamentali economici e a rispettare il quadro di bilancio.

Il prestito erogato potrà arrivare al 2% del Pil del paese debitore e ne potranno fruire tutti gli stati membri.

L’accordo raggiunto si riferisce ad un fondo legato al bilancio europeo, finanziato con “strumenti finanziari innovativi”, in linea con i Trattati (pari a 500 miliardi di euro, secondo Parigi). Lo strumento dovrebbe essere temporaneo, proprio per fronteggiare i costi straordinari causati dalla pandemia del Covid-19.

Nonostante che l’Olanda avesse opposto ad oltranza tutta la sua resistenza sia ad accettare che fossero ammorbidite le condizioni di utilizzo del Mes e sia che venisse creato un nuovo Fondo finanziato da titoli congiunti, come proposto dalla Francia, alla fine sono state accettate entrambe le misure da tutti.

La proposta francese è stata accettata sia dall’Olanda che dalla Germania, la quale in queste settimane sorprendentemente si è rivelata disponibile ad accettare queste “rivoluzionarie” decisioni sul fronte della spesa pubblica, forse anche perché l’ultimo sondaggio Politbarometer della rete televisiva pubblica ZDF di ieri riportava che il 68% dei tedeschi sarebbe favorevole ad «aiuti europei a favore di Italia e Spagna sulla scia della pandemia influenzale».

L’accordo si è raggiunto grazie al facile compromesso sul Bei e sul Sure e ad una difficile e lacerante discussione dell’Eurogruppo sulle condizioni del Mes e sulla creazione del nuovo Fondo.

Comunque è necessario ribadire che per quanto riguarda le due ultime misure ci dovranno essere ancora degli incontri per ulteriori negoziazioni. Quello di ieri non è che un primo passo di un lungo negoziato che scatterà dopo che i capi di Stato e di governo avranno approvato l’accordo raggiunto.

Ovviamente il debito con il Mes avrà una scadenza da rispettare, infatti è previsto che venga estinto entro massimo 10 anni, .

Le possibili condizioni dell’accordo

L’estinzione del debito con il Mes imporrà sicuramente un ferreo programma di politche economiche che ciascun Paese membro, che fruirà di tale fondo, dovrà applicare in modo intransigente.

L’utilizzo del fondo intergovernativo del Meccanismo europeo di stabilità potrebbe determinare queste conseguenze:

  • aumento delle tasse sulle società di spedizione;
  • tutta l’IVA al 23%, anche su servizi come ristorazione e catering;
  • eliminazione della pensione di solidarietà;
  • taglio di 300 milioni di euro della spesa militare;
  • privatizzazione dei porti e vendita della partecipazione della società di telecomunicazione OTE.

Secondo il Trattato dell’Unione europea, la Commissione e i rappresentanti dei governi membri saranno i responsabili del controllo post-programma dei Paesi che riceveranno tali aiuti.

Infatti il Mes dispone che “se un Paese dovesse mancare un pagamento programmato, potrebbe mettere in discussione la capacità del Mes di agire in una crisi futura influenzando la capacità finanziaria e l’affidabilità creditizia”.

Il Mes monitorerà tutte le scadenze di interessi, commissioni e rimborsi principali, con almeno 12 mesi di anticipo.

Inoltre controllerà, con un anno di anticipo, il bilancio dello Stato e anche le relative prospettive di crescita economica, in base alle analisi compiute dalla Commissione UE.

Se la Commissione incaricata di valutare i rischi interni al Mes dovesse avere dei seri dubbi sulla capacità di ripagare il debito da parte del Paese membro che lo ha ricevuto, il Meccanismo sarebbe costretto a consultare la Commissione UE e la BCE per valutare la situazione e le sue potenziali conseguenze in modo più analitico e sarebbe anche costretto ad informare i suoi membri, tramite il consiglio di amministrazione, del pericoloso rischio.

Da questa lacerante discussione che si è svolta prima di arrivare a questa ufficiosa intesa è emerso ulteriormente quanto gli interessi personali e di partito e di propaganda elettorale prevalgano sugli interessi dell’Unione europea e quindi anche sugli interessi degli stessi Stati membri, recando danni importanti a tutti i cittadini dell’Unione Europea.

La condotta tenuta dall’Olanda è esecrabile non solo per la sua non costruttiva intransigenza, ma anche e soprattutto perché questa intransigenza non nasceva dall’esigenza di tutelare gli interessi dei cittadini olandesi, ma da quella di cercare di ottenere un consenso elettorale da parte dell’attuale premier liberale Mark Rutte , che invece di contrastare il ministro delle Finanze su temi e posizioni da vero statista, ha abbassato il suo livello politico assecondando le solite derive populiste e demagogiche che ahimè stanno caratterizzando la campagna elettorale del partito democristiano di cui fa parte il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra.

Se esiste un comun denominatore nell’Unione europea tra tutti i Paesi membri sono proprio le deleterie tendenze populiste che non desistono ad alimentano l’irrazionale rabbia, fondando le loro tesi su una demagogica incompetenza e basando la loro politica sempre su una sterile e superficiale protesta, senza proporre alcuna valida e fattibile proposta.

Da questa emergenza sanitaria e di conseguenza economica in cui l’Unione europea, come del resto tutto il mondo, si trova, i Paese membri potrebbero trarre una valido insegnamento su quanto siano inutili e dannosi tutti quei politici che aizzano i cittadini contro misure che sono state proposte e accettate per risolvere la crisi o almeno per provare a farlo, perché ogni ritardo nel decidere determina un grave danno economico e sociale per tutta la collettività europea.

Infatti in questo frangente storico si è creata una sorta di livella che ha ridotto la distanza tra i Paesi europei più ricchi e virtuosi e i Paesi europei più deboli con un alto debito pubblico, in quanto sia la severa Germania e ora forse anche l’Olanda, hanno alla fine compreso che ogni economia è vincolata a quella degli altri Paesi membri, al punto che la Merkel, prima che iniziasse l’incontro dell’Eurogruppo, ha proferito testuali parole: “il benessere della Germania dipende dal benessere dell’Europa […]“.

L’Olanda vero paradiso fiscale per le multinazionali

Inoltre è importante sottolineare che tutti quei Paesi membri che, come l’Olanda, si dimostrano intransigenti e rigorosi nell’accettare dei compromessi, per quanto risultino apparentemente virtuosi, in realtà hanno molto da farsi perdonare.

In particolare, l’Olanda, che possiede un surplus di bilancio in crescita da 4 anni consecutivi, secondo quanto si evince anche da un’analisi della Tax Justice Network, ogni anno sottrae imposte del valore di 10 miliardi di dollari agli altri partner europei.

La commissione di esperti fiscali della Tax Justice Network ha redatto la classifica annuale delle maggiori giurisdizioni segrete nel mondo, in cui proprio la sedicente virtuosa Olanda risulta un sorta di paradiso fiscale che alla stessa Italia reca una danno di oltre 1,5 miliardi di dollari di mancati introiti fiscali e alla Francia di 2,7 miliardi di dollari, invece alla Spagna determina la perdita di quasi 1 miliardo di dollari e alla locomotiva europea Germania oltre 1,5 miliardi di dollari come per l’Italia.

Questo calcolo, sopra riportato, riguarda ovviamente solo le perdite provocate dallo spostamento di utili delle multinazionali americane verso l’Olanda, in cui l’aliquota effettiva sulle società può arrivare fino ad un minimo del 4,6% e quindi non considera le multinazionali delle altre nazioni.

La bipolarità olandese, che da un lato rivendica il rigore all’interno dell’Unione europea e poi applica una politica fiscale a dir poco “non ortodossa”, manifestando tutta la sua tolleranza su operazioni fiscali oscure, evidenzia una malafede di fondo che deteriora e rischia di compromettere definitivamente le fondamenta dell’Unione europea.

La verità è che il virtuosismo del bilancio olandese è falsato dalle occulte operazioni fiscali che vengono compiute all’interno del palazzo di vetro, al numero civico 200 della famosa piazza di Amsterdam, Prins Bernhardplein, dove si concretizza il paradiso fiscale, tramite le 2.499 società che all’interno di questo palazzo hanno la propria sede, ma che in realtà esistono solamente sulla carta, permettendo così all’Olanda di sfoggiare i suoi virtuosi numeri da prima della classe in Europa.

Da questo modus operandi dell’Olanda si generano i grandi successi economici nazionali, come ad esempio la diminuzione del debito pubblico che nel 2019 è sceso fino al 48,6% del Pil ed il bilancio nazionale che è arrivato ad un surplus di 14,1 miliardi di euro, ossia di 1,7% del Pil, raggiungendo i 3,5 miliardi in più del 2018.

Questa iniqua bipolarità olandese ha permesso all’Olanda di incassare più di quanto spende, raggiungendo i 34 miliardi di euro nell’avanzo di bilancio cumulato negli ultimi quattro anni.

Il numero più eclatante in tutta questa storia è quello che emerge dalle operazioni compiute dalle 15 mila società fantasma che hanno la sede all’interno del suddetto palazzo, le quali hanno spostato una ricchezze per 4.500 miliardi di euro, corrispondente a quasi sei volte il Pil olandese e due volte e mezzo quello italiano.

Le 15 mila società fantasma, insieme alle 25 mila multinazionali presenti in Olanda, generano un gigantesco giro d’affari, come la presenza di migliaia di studi legali con 17.500 avvocati e 2.800 praticanti, 170 società fiduciarie, 786 banche, 1.238 società assicurative e 92 di riassicurazioni, 850 fusioni e acquisizioni del valore di 80 miliardi di euro nel 2019, oltre al fatto che hanno incrementato il turismo e i movimenti degli uomini di affari in Olanda, che hanno portato nelle casse degli Olandesi un’entrata di 17 miliardi di euro e si sono sviluppate società di consulenza e di gestione, università.

La ricchezza dell’Olanda si basa proprio sulle multinazionali che generano il 40% dell’occupazione e l’80% del commercio verso l’estero, i 2/3 del fatturato privato e il 40% della produzione economica totale.

La Banca centrale dell’Olanda ha valutato che solo nel 2019 sono entrati circa 4.554 miliardi di capitali e sono usciti 5.561 miliardi di euro di investimenti di società domiciliate in Olanda verso altri Paesi, questi dati evidenziano quanto siano elevati i numeri di investimenti, soprattutto se li paragoniamo a quelli italiani, che invece hanno raggiunto i 373 miliardi di euro per quanto riguarda i capitali in entrata e i 484 miliardi di euro per quanto riguarda i capitali in uscita.

Quindi l’Olanda è diventato un centro di attrazione di investimenti diretti, tanto da raggiungere un valore che va da 5,4 e 6,6 volte il proprio Pil.

I dati della Banca centrale olandese riportano che gli investimenti, sia il 54,4% di quelli esteri che partono dall’Olanda verso l’estero, del valore di 3.047 miliardi di euro e sia il 60,7% di quelli che provengono dall’estero verso i Paesi Bassi, del valore di 2.767, sono compiuti da determinate società, denominate Spe, acronimo di Dutch Special Purpose Entities, le quali vengono anche chiamate Special Financial Institutions e sono proprio quelle 15 mila società fantasma con la sede ad Amsterdam, presso il palazzo di Prins Bernhardplein, al numero civico 200.

Secondo uno studio realizzato dal Cpb, ossia l’Ufficio per le analisi di politica economica del ministero degli Affari economici dell’Olanda, rivela che l’Olanda non ha imposto finora alcuna ritenuta d’acconto sulle royalties e di conseguenza ciò ha trasformato l’Olanda in un importante centro di passaggio di capitali, alquanto strategico, non a caso il 60% delle royalties che transita per l’Olanda proviene dal paradiso fiscale delle Bermuda….

In conclusione, da questo studio ufficiale si evince che i capitali provenienti dai paradisi fiscali passano per l’Olanda per poi riapprodare in altri paradisi fiscali, come le rinomate isole Cayman, Singapore, Emirati Arabi, Porto Rico ed i veri beneficiari di questi capitali sono quasi sempre le società statunitensi e britanniche.

Finché non si farà chiarezza, facendo emergere la trasparenza sulle politiche fiscali dei Paesi membri, avremo sempre reconditi e loschi interessi che ostacoleranno le riunioni dell’Eurogruppo e di tutte le istituzioni europee, prolungando in modo lacerante il tempo che serve per decidere su misure vitali per la sopravvivenza dell’Unione europea e dei milioni dei suoi cittadini, come avviene attualmente con l’emergenza sanitaria ed economica dovuta alla pandemia del Covid-19.

L’aspetto più vergognoso e ingiustificabile è dovuto proprio al fatto che queste resistenze e questa condotta ostativa dell’Olanda non ha fatto altro che procrastinare l’applicazione di misure da prendere urgentemente, danneggiando ulteriormente soprattutto quei Paesi membri economicamente fragili, i cui cittadini non hanno nessuna colpa se non quella di essere stati invasi dalla diffusione di una pandemia, unica nella storia moderna dell’umanità, a causa della sua portata.

 

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