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“Flat tax incrementale”: si preannunzia fallimentare la proposta di riforma fiscale della Lega

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Articolo di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno

La proposta di legge della c. d. “flat tax incrementale”, che potrebbe entrare in vigore il prossimo anno, è una riforma fiscale, di per sé iniqua, che determinerebbe anche una perdita di gettito e comprometterebbe la crescita economica.

La proposta tenderebbe ad applicare le attuali aliquote Irpef sul reddito dell’anno 2020 fino all’ammontare del reddito prodotto nel 2019, tassando invece al 15 % il reddito ulteriore.

La filosofia su cui la proposta si basa è che l’abbassamento delle aliquote sui redditi incrementali incentiverebbe ad aumentare la produzione e quindi la base imponibile: chi, dichiarando per il 2019 un reddito tassabile compreso tra € 28.001 e 55.000, lo incrementasse di mille euro per il 2020, pagherebbe un’ulteriore Irpef di 150 euro invece di 380, e sarebbe così incentivato a produrre di più, così accrescendo la sua base imponibile, con beneficio anche per l’Erario.

A me sembra che questa visione fiscale presuntivamente innovativa violerebbe innanzitutto il principio dell’equità orizzontale, garantito dalla Costituzione, secondo cui chi percepisce lo stesso reddito dovrebbe pagare la stessa imposta, e potrebbe addirittura determinare tasse più alte per chi guadagna di meno.

Non vengono neppure considerati i potenziali effetti dell’inflazione, per cui, guadagnando la stessa somma dell’anno precedente in termini reali, il relativo reddito nominale crescerebbe comunque di una percentuale pari al tasso d’inflazione, e l’incremento nominale verrebbe tassato al 15% pur non costituendo un reale aumento di reddito; poco importa che attualmente il tasso d’inflazione sia molto basso, perché in futuro potrebbe crescere anche a livelli oggi impensabili.

Ma ciò che più conta è che il contribuente sarebbe indotto a mettere in opera strategie di “creatività contabile”, facendo slittare il reddito da un anno all’altro, e cioè riducendo quello dell’anno in corso e implementando quello dell’anno successivo per sfruttare la minore tassazione sul reddito incrementale; l’effetto sarebbe depressivo per l’anno in corso (quello dell’effettiva produzione del reddito) e solo nominalmente positivo per l’anno successivo (quello della dichiarazione).

Immaginiamo in particolare ciò che potrebbe accadere in una piccola azienda, in cui esiste un rapporto di fiducia tra titolare e lavoratori dipendenti, nel momento in cui si dovesse decidere quando pagare gli straordinari fatti nella seconda parte del 2019; infatti, mentre col regime fiscale attuale sarebbe ininfluente farlo a dicembre 2019 o a gennaio 2020, con l’eventuale nuovo regime sarebbe decisamente più conveniente farlo nel gennaio 2020, perché abbassando il reddito del 2019 si potrebbe utilizzare l’aliquota del 15% sul reddito incrementale del 2020.

Del pari, i lavoratori autonomi potrebbero essere indotti a ritardare le fatturazioni e molte imprese familiari potrebbero decidere di ripartire il reddito all’interno della famiglia, rimodulandoli in modo da massimizzare il vantaggio fiscale.

Ne deriverebbe una perdita di gettito e la necessità di manovre finanziarie aggiuntive.

Si tratta quindi di un palese palliativo, introdotto al solo scopo di evitare una complessiva riforma fiscale strutturale, effettuando un taglio generalizzato alle aliquote e prevedendo un drastico taglio delle spese improduttive dello Stato.

In conclusione, una riforma errata e ingiusta, perché incentiva le manipolazioni contabili e rischia di destabilizzare anche le previsioni economiche.

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