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Governo pentaleghista, nè pregiudizi, nè indulgenze

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Articolo di Enzo Palumbo

A partire dalle elezioni del 4 marzo, e ancora più dal primo giugno, quando si è insediato il governo pentaleghista o legastellato, che dir si voglia, c’è una parte dell’opinione pubblica, anche di area liberale, che, pur senza avere votato per alcuno dei due partiti, ha assunto un atteggiamento particolarmente indulgente, sostenendo che si dovrebbe sospendere il giudizio e dare loro il tempo di governare per poi valutarne l’esito.
Volendo farne una sintesi, le affermazioni ricorrenti sono: che Lega e M5S hanno entrambi vinto le elezioni in polemica coi governi del passato, che vanno lasciati lavorare senza pregiudizi, che comunque non possono essere considerati come barbari invasori delle nostre istituzioni e che, semmai, andrebbero criticati i singoli provvedimenti, magari riservando un occhio di riguardo alla Lega, per la sua presunta sintonia con alcune posizioni liberali, e che, infine, non è male che il nuovo governo abbia assunto una posizione polemica nei confronti delle istituzioni europee che non si sono mostrate sufficientemente solidali nella regolamentazione dei flussi migratori.
Quando poi emerge un qualche marchiano errore politico del nuovo governo, c’è subito pronta la cantilena che richiama gli errori di “quelli di prima”, con una ripetitività che sta diventando insopportabile per la sua assoluta vacuità, quasi che gli errori del passato, veri o supposti, possano giustificare quelli del presente.
A me sembra che quest’atteggiamento così indulgente e attendista mostri tutti i suoi limiti che nascono da constatazioni essenzialmente fattuali e comportamentali, che non scontano alcun pregiudizio antigovernativo.
Intanto, non è vero che i due partiti al governo abbiano vinto le elezioni insieme, essendo ben noto a tutti, e ai loro elettori prima che ad altri, che hanno fatto due diverse e contrapposte campagne elettorali, ognuno dicendo il peggio possibile dell’altro e sulla base di programmi assolutamente diversi e conflittuali.
Chi, durante la scorsa campagna elettorale, avesse chiesto agli elettori dell’uno o dell’altro partito se immaginavano di potere governare insieme sarebbe stato messo subito a tacere con ignominia; e i forti contrasti di questi giorni su rilevanti questioni (grandi opere, condoni fiscali ed edilizi, insediamenti industriali, sicurezza, giustizia) sono emblematici dell’incompatibilità tra i rispettivi programmi, anche quando i dissidi finiscono per ricomporsi sull’altare della reciproca convenienza nella quotidiana occupazione di fette di potere pubblico, ormai senza neppure un velo di finzione.
Per cui, chi oggi sostiene che questo governo sarebbe stato votato dai rispettivi elettori afferma un clamoroso falso, e meraviglia che questa leggenda metropolitana sia così diffusa anche tra chi, come i liberali, dovrebbe avere un forte senso critico almeno nei confronti delle affermazioni inverosimili.
Quanto al conflitto con “quelli di prima”, se questo può esser vero per i 5Stelle, che hanno cavalcato negli ultimi anni tutte le proteste contro i passati governi, non lo è certo per la Lega, che invece ha una lunga pratica di responsabilità governative coi suoi tradizionali partner, coi quali si è anche presentata in coalizione il 4 marzo, proponendo agli elettori un governo di centro-destra, poi non potuto realizzare per mancanza di numeri parlamentari; e la circostanza che la Lega, prima di potersi imbarcare nell’avventura coi pentastellati, abbia dovuto attendere il consenso dei suoi due tradizionali alleati la dice lunga sull’assenza di qualsiasi reale divaricazione rispetto al passato.
Sta di fatto che Lega e 5Stelle, contro ogni logica aspettativa, hanno finito per stipulare un’alleanza di governo firmando un c. d. “contratto” in cui ha trovato posto il peggio delle rispettive posizioni, sulla base di un mix di populismo, sovranismo, dirigismo e assistenzialismo, e che ha l’unico scopo di spartirsi le spoglie delle pubbliche istituzioni e le poche risorse disponibili a presunto vantaggio dei rispettivi elettorati, piuttosto che nel generale interesse del Paese.
Insomma, una miscela che dovrebbe apparire indigesta a qualsiasi liberale.
Se questo è l’approccio che il governo pentaleghista rivendica di avere rispetto alla gestione della cosa pubblica, sostenere che bisognerebbe semmai criticare i suoi singoli provvedimenti vuol dire adottare una visione atomistica, quasi che ogni cosa possa valutarsi isolatamente e non per quel che significa nel rapporto con tutto il resto, e in particolare con la strategia che vi presiede.
Quando invece ci tocca di ascoltare dichiarazioni e registrare atti e comportamenti chiaramente preordinati a mettere in crisi gli attuali assetti geopolitici, abbandonando la solidarietà occidentale, rompendo l’Europa e precipitandoci nella sfera d’influenza russa: insomma, un complessivo disegno che, sul piano interno, appare insofferente verso la democrazia liberale e i suoi equilibri costituzionali, e sul piano internazionale mira a ripudiare la solidarietà dei paesi di democrazia liberale, preferendo quella dei sovranisti orientali, i cui interessi sono per altro assolutamente conflittuali rispetto ai nostri..
Purtroppo, sembra non preoccuparsene anche qualche eccellente opinionista, che da ultimo si è distinto nel sostenere che non avverte alcuna tendenza autoritaria, sottovalutando il fatto che atteggiamenti muscolari nei confronti di critici e dissidenti, lessico utilizzato e amicizie internazionali coltivate rivelano una tendenza farsescamente fascistoide che, poco alla volta, si sta trasferendo nel Paese attraverso le violenze verbali che imperversano sul web e fanno apparizione anche in qualche edicola della stazione Termini di Roma.
In tutto ciò non c’è alcun pregiudizio, ma solo la banale constatazione della situazione in cui ci troviamo e dei rischi che stiamo correndo, aggravati dalla perdurante assenza di una credibile opposizione che un PD abbandonato dai suoi tradizionali elettori e una Forza Italia in via di dissoluzione non possono più assicurare, mentre qualche barlume di speranza si comincia a intravedere nella società civile rimasta sin qui priva di rappresentanza politica.
Per i liberali, sarebbe proprio questo il momento di accantonare qualche indulgenza di troppo, e poi di darsi una mossa per provare a esistere politicamente, prima che sia troppo tardi.

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