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Renzi? Obiettivo giusto, modi sbagliati. Bisognava (e ancora bisogna) indicare un governo Cartabia-Draghi con una maggioranza “Ursula” come unico punto di caduta

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RENZI? OBIETTIVO GIUSTO, MODI SBAGLIATI.
BISOGNAVA (E ANCORA BISOGNA)
INDICARE UN GOVERNO CARTABIA-DRAGHI
CON UNA MAGGIORANZA “URSULA”
COME UNICO PUNTO DI CADUTA
Premessa: la democrazia è fatta di incontri, scontri, aperture, chiusure, schermaglie, alchimie, tavoli negoziali e tavoli rovesciati, patti e violazione dei medesimi, dimissioni, delegazioni ritirate, crisi, soluzioni. Funziona così, e le alternative sono le dittature o, ben che vada, le “democrature” (dispotismi travestiti da regimi liberali). Dunque, basta con la solfa qualunquista del “teatrino della politica”, con la lamentela demagogica dei “giochi di Palazzo che la gente non capisce”, o con il peloso ricatto morale che in tempi di Covid è criminale mettere in crisi un governo. Detto questo, e se possibile rimossa la stucchevole obiezione preventiva che Renzi è un serial killer e dunque anche se i suoi giudizi su Conte sono fondati è da irresponsabile aver aperto una crisi politica in piena pandemia, c’è qualcosa di sbagliato – che è cosa diversa da scorretto – nella vicenda che l’ex presidente del Consiglio ha innescato facendo dimettere le ministre di Italia Viva dal governo. E l’errore è presto detto: non ha accompagnato l’azione destruens (tentare di buttare giù Conte) con quella costruens, cioè indicare con chiarezza una soluzione alla crisi che lui stesso apriva e lavorare perché prendesse corpo.

 

Mentre scrivo non so se la scelta di Conte di andare a contarsi in Parlamento nella speranza di raccattare un numero sufficiente di disperati che in altre circostanze sono stati definiti “transfughi e voltagabbana” – cosa anche questa legittima sul piano della prassi, ma profondamente sbagliata sul piano politico e dell’opportunità – avrà quell’esito positivo che molti pronosticano dopo aver scoperto la “mossa Nencini” (il segretario di quel che rimane del Psi che aveva “affittato” a Renzi il suo diritto di costituire un gruppo parlamentare al Senato, acquisito partecipando alle elezioni del 2018, gli da lo sfratto e lo sostituisce con nuovi inquilini, i cosiddetti “responsabili”). O se, invece, le minacce di Mastella di fronte ai tentativi di recuperare Italia Viva (“attenti cari Conte e Zingaretti, lunedì potreste avere sorprese. Noi siamo responsabili ma non fessi. E alcuni di noi sono a dieta”) finiranno per prevalere e il presidente farà dopo il voto al Senato quel avrebbe dovuto fare subito, recarsi al Quirinale rassegnare le dimissioni. Ma poco importa, ai fini del ragionamento che voglio fare.

 

La verità è che Renzi sull’operato del governo, e di Conte in particolare, ha sollevato critiche e dubbi del tutto fondati, sia di merito – dalle falle nella gestione del piano anti-pandemico all’incomprensibile rifiuto di ricorrere alle risorse del Mes, fino all’inconsistenza strategica del PNRR per poter usare i finanziamenti del New Generation Ue – che di metodo, a cominciare dall’uso solipsistico dei Dpcm e da un totale accentramento a palazzo Chigi delle (non) decisioni e di tutte le partite di qualsiasi potere. D’altra parte, la paralisi del Conte2 era sotto gli occhi di tutti, tanto che sia il Pd che i 5stelle chiedevano a gran voce che si arrivasse ad una svolta contro l’immobilismo di palazzo Chigi. Sul Recovery è persino stata accettata la richiesta di Renzi di riscrivere il piano (che è migliorato, ma non da avere rimosso il rischio che Bruxelles e gli altri partner europei lo considerino insufficiente). Poi, come suo costume, al sempre uguale bulletto di Rignano nel fare il suo j’accuse è scappato qualche aggettivo di troppo rivolto alla persona di Conte, quando stare due toni sotto avrebbe aumentato il tasso di credibilità delle sue argomentazioni. La sua innata capacità di rendersi antipatico rischiando di vanificare il merito delle sue iniziative politiche ha prevalso. D’altra parte, se è accreditato di una manciata di elettori di fedelissimi e niente di più, qualche motivo ci dovrà pur essere. E non è un caso che anche chi ha visto con favore la sua offensiva, ha temuto il verificarsi di due avverse circostanze: che strafacendo favorisse il piagnisteo dell’avvocato del popolo e incoraggiasse la codardia doppiogiochista degli alleati (tanto maldicenti nei confronti del presidente del Consiglio quanto pronti a lanciare hashtag “AvantiConConte”); che finisse col cedere alle pressioni e si facesse convincere alla ritirata con qualche poltrona di governo e sottogoverno in più.

 

Ma ciò non toglie che la realtà sia più grande di Renzi e dei suoi difetti. Proprio per questo, la sua avrebbe dovuto essere e apparire un’operazione politica e non una manovra di palazzo. E per renderla tale, Renzi avrebbe dovuto adottare toni maggiormente autorevoli e nello stesso tempo più secchi e ultimativi, ma soprattutto avrebbe dovuto accompagnare l’apertura della crisi con l’indicazione del punto di caduta che ad essa voleva dare. Invece si è reso vittima del suo tatticismo esasperato, riuscendo persino a tenere socchiusa la porta ad un Conte ter. Non si è invece avventurato, neppure con qualche accenno, lungo la strada che avrebbe legittimato la sua iniziativa: la proposta di un governo “Ursula” – cioè formato da quelle forze che al Parlamento europeo hanno votato a favore della Commissione Von der Leyen – che portasse alla guida del Paese, in una fase drammatica e ricostituente quale quella che viviamo, le migliori teste e competenze di cui disponiamo. L’unica circostanza che avrebbe spazzato via tutte le polemiche così come le ipotesi subordinate e di basso profilo che invece sono rimaste sul tavolo. Un conto è dire a Conte “vai a casa perché non mi piaci”, e un altro è dirlo perché “c’è un Draghi pronto a prendere il tuo posto”. Vuoi mettere la differenza?

 

Eppure i riflettori sull’ipotesi di un governo sorretto da una maggioranza più larga di quella attuale, con dentro Forza Italia e forse anche la Lega (o parte di essa), si erano già accesi e nel Paese stava maturando questa aspettativa. Sarebbe bastato che Renzi prima di rompere con Conte avesse lavorato a tessere la tela dell’opzione Ursula, e non sottobanco con opacità ma sopra il tavolo, aprendo un dialogo inclusivo. Invece, si è andato a infilare nella bagarre. Sarà che è così e non mostra segni di una diversa maturazione, sarà che Draghi gli sta sul gozzo perché se ne sentiva sovrastato quando era alla guida della Bce e lui a quella del governo, sta di fatto che Renzi non ha avuto l’intelligenza politica e la sensibilità strategica necessaria per cogliere il diverso predisporsi dell’ex banchiere verso l’eventualità di una “chiamata” rispetto a qualche tempo fa quando non mancava di far sapere, con discrezione ma altrettanto fermezza, che non era disponibile ad un impegno di natura politica ma solo istituzionale (tradotto: presidente del Consiglio no, capo dello Stato sì). Eppure a Renzi non manca una certa inclinazione al gossip e al retroscenismo politico, e dunque non gli sarà sfuggito che i sensori più accorti dei palazzi romani da qualche tempo hanno intercettato un certo via vai a Villa Huffer, dove la Banca d’Italia ospita gli uffici assegnati ai suoi ex governatori. Un luogo di incontri e di riflessioni su quel che c’è (ci sarebbe) da fare per salvare il Paese dalla catastrofe. Una sede adatta, per esempio, a elaborare un piano secondo cui alla presidenza del Consiglio sarebbe bene che salisse una donna volitiva e preparata – come lo sono l’ex presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, o l’attuale ministro degli Interni, Luciana Lamorgese – e che Draghi, sulle orme di Ciampi, andasse ad occupare il decisivo, ma politicamente meno impegnativo, ruolo di ministro del Tesoro. Un “sacrificio” che gli potrebbe consentire poi di andare al Quirinale con un voto pressoché plebiscitario del Parlamento quando a fine gennaio del prossimo anno scadrà il settennato di Mattarella.

 

Ma ora, per come si sono messe le cose, è ancora possibile un governo Cartabia-Draghi con il sostegno di una vasta maggioranza, che per esempio consenta che il PNRR – assolutamente decisivo per il nostro futuro e per evitare che il nostro debito diventi insostenibile facendoci precipitare in un drammatico default – nella prossima legislatura possa continuare il cammino intrapreso qualunque maggioranza di governo si formi dopo il voto, senza che si debba ricominciare tutto daccapo? Beh, purtroppo dipende da come finirà la partita che Renzi ha opportunamente iniziato e maldestramente condotto. Se il suo tatticismo ci farà passare da un governicchio ad un altro, tutto sarà perduto. Se invece, magari anche grazie alla fermezza del presidente della Repubblica, si eviterà un Conte-Nencini-Mastella massima espressione di opportunismo e trasformismo, allora si potrà sperare che un piano sanitario efficienti la distribuzione dei vaccini e rovesci il paradigma che in questo anno di pandemia ci ha visto inseguire il Covid anziché anticiparne le mosse, e che un piano di rilancio dell’economia sia basato sugli investimenti anziché alimentare l’assistenzialismo e lo statalismo della “bonus economy”. Abbiamo bisogno di discontinuità, e i tanto evocati costruttori hanno senso solo se sono armati delle forbici per tagliare prima che l’ago e il filo per ricucire.

 

Sinceramente, se la partita aperta da Renzi finirà con la sua ennesima sconfitta, poco mi importa. Ma visto che la sua eventuale sconfitta coinciderebbe con un disastro politico a tutto danno dell’Italia, tanto mi dorrebbe.
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