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Pandemia come distruttrice non solo di umanità ma anche di istituzioni democratiche

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Articolo di Lisa Finetti, studentessa del MICRI-IULM, pubblicato su “Letter from Washington Dc”

Siamo nati in un tempo fortunato. Figli della terza generazione di chi la Guerra non l’ha vissuta sulla propria pelle ma l’ha solo sentita raccontare. Siamo l’ultima platea silenziosa di una schiera di nonni, cantori omerici, che ci hanno raccontato una guerra ai nostri occhi impalpabile. L’euforia con cui sono stati vissuti gli anni della ricostruzione, delle conquiste e delle novità, riecheggiano ora nella mia mente come se li stessi vivendo di luce riflessa. Il privilegio dell’aver potuto ascoltare è, oggi più che mai, la nostra più grande ricchezza. Aver appreso sin da bambina il significato e il valore della parola democrazia, è per me un vanto irrinunciabile. Oggi come non mai mi chiedo se l’idea a cui mi sono aggrappata tutta la vita non sia in realtà qualcosa di falso.

 

Il virus Covid 19, ha ricreato oggi un nuovo ordine, o meglio disordine, mondiale. Le certezze fondanti della cultura Occidentale e Democratica si stanno tuttavia sgretolando sotto gli occhi di potenti, in un certo senso privati della loro autorevolezza. La Pandemia ha portato con sé sensazioni ed emozioni con cui le persone non facevano i conti da tempo. Tuttavia, mi sento un’osservatrice privilegiata: capace di capire che il concetto di uguaglianza legato all’istituzione di uno stato democratico, in realtà forse non esiste. Se da un lato il Coronavirus è democratico e colpisce tutti indistintamente, i trattamenti sanitari non lo sono per niente. Tanto più per un paese come l’Italia che si vanta con il Mondo del suo sistema sanitario di matrice egualitaria. Eppure, sapere di essere positivo al Coronavirus, in assenza di sintomi, rimane privilegio di alcune caste elette. A quanto pare lo status di VIP, calciatore o semplicemente “ricco”, nel nostro Paese conta di più di quanto redatto dai Padri Costituenti.

 

Ecco come, in un battito di ciglia, oltre settant’anni di belle parole e speranze, svaniscono dietro la realtà dei fatti. La parola democrazia viene spazzata via, annegata da quegli stessi politici che tanto l’avevano decantata. Le istituzioni, prese dalla foga del trovare una soluzione, hanno vacillato e comunicato al mondo la loro instabilità, le loro debolezze, la loro infinita paura, il loro essere umani.

 

Il mio cinismo di certo non aiuta. Quando intorno a te senti solo sirene di ambulanze e vedi amici e conoscenti portati via, le ingiustizie che un tempo sembravano sopportabili, lo paiono di meno. I tanto citati flash mob sui balconi, rientrano perfettamente nell’ossimoro di un Paese che declama la sua unità mentre, di fatto, trasforma un momento di raccoglimento nel peggio del trash nazionalpopolare. Questo gesto, fatto senza portare rispetto per chi soffre, chi sta morendo, chi lotta per salvare delle vite, è stato uno dei punti più bassi di questa emergenza. Perché possiamo dirlo: non c’è niente da festeggiare.

 

Ma la Pandemia è anche questo. La guerra è anche questo. I racconti dei nonni ce lo hanno insegnato. Le situazioni di difficoltà fanno emergere i lati più oscuri delle persone e la mera volontà di sopravvivenza. La speranza a cui però bisogna aggrapparsi è proprio quella della rinascita. I più grandi risultati in materia di regolamentazione, i successi che hanno ispirato i più ampi modelli democratici e le più alte vette in fatto di scoperte scientifiche e creative, sono nati dopo i periodi di crisi più buia. Dopo il Chaos, inevitabilmente, arriva il Cosmos: l’ordine.

 

La considerazione che ripongo nella forza della mente umana è molta. Le persone, indistintamente da religione, sesso, credo politico e orientamento individuale, dovranno farsi forza e, come è successo ai nostri nonni, partendo dalle macerie delle convinzioni più profonde, da ciò che rimarrà dei nostri animi annoiati e afflitti, dovranno riconquistare il valore più grande: la libertà. E con libertà non intendo solo il poter fare ciò che si vuole, la libertà è anche decidere di rispettare liberamente i doveri che una società dichiaratamente democratica ci impone. Libertà è sapere dove iniziano e dove finiscono i nostri diritti. Libertà è spingere il nostro ingegno più in là di quanto avessimo mai pensato per ricostruire il mondo che ci è stato donato e di cui non abbiamo mai capito veramente i valori.

 

Per questo motivo da classicista, innamorata delle parole e dei pensieri, non posso far a meno di farmi tornare alla memoria una delle citazioni dantesche che mi ha sempre più affascinato.

 

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.

 

Il Ventiseiesimo Canto dell’Inferno è dedicato a coloro che, peccando di ὕβϱις -hýbris-, utilizzarono l’ingegno per raggiungere i loro obiettivi. L’ingegno non è un dono di Dio, esso è la più grande dote del genere umano. L’Inferno terreno che oggi ci troviamo a vivere, sarà salvato soltanto da coloro che faranno della loro più grande dote, un mezzo al servizio della rinascita, andando oltre i propri confini interiori, oltrepassando i limiti che da sempre ci siamo imposti.

 

La nostra memoria sarà anche questa.

 

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