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Pannunzio e la civiltà liberale, esce il nuovo libro di Quaglieni

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Articolo di Aldo Belli da Il Torinese

Pier Franco Quaglieni aggiunge un altra ‘pietra’ alle rocce decomposte del liberalismo italiano. Lo fa con questo suo ultimo libro Mario Pannunzio, la civiltà liberale (edizioni Golem, Torino), che segue i recenti Mario Soldati, la gioa di vivere (2019), Grand’ItaliaFigure dell’Italia civile (2018). Cosa significhi questa ‘pietra’ lo descrisse bene Leo Valiani – come ricorda Quaglieni – definendo Pannunzio “un liberale” nell’accezione spagnola che la parola ha assunto, come esatto contrario di “servile”.

Scrive Quaglieni: “Il merito di Pannunzio fu essenzialmente quello di stimolare e riunire in modo continuativo il contributo di filosofi, scrittori, politici, artisti, giornalisti e storici, attorno al suo giornale. Fece parlare una lingua nuova in un’Italia ancora provinciale, bigotta, adulatrice dei potenti, attenta alle strizzatine d’occhio, superficiale e goffa”.

Il libro si compone di ben cinque parti. A rendere miliare la ‘pietra’ insieme al saggio di Quaglieni sono gli scritti su Mario Pannunzio che voluto raccogliere e selezionare: di Indro Montanelli, Marco Pannella, Giovanni Spadolini, Marcello Pera, Enzo Bettiza, Pierluigi Battista, Antonio Maccanico, Carlo Laurenzi, Giovanni Russo, Valerio Castronovo, Mario Soldati, Gerardo Nicolosi, Dino Cofrancesco, Valter Vecellio, Carla Sodini, Gianfranco Ravasi, Alberto Ronchey, Franco Libonati, Nicolò Carandini, Arrigo Benedetti, Ugo La Malfa, Vittorio Gorresio, Nina Ruffini, Eugenio Scalfari, Leo Valiani, Domenico Bartoli, Elena Croce, Nicola Matteucci, Maurizio Ferrara, Mirella Serri. E se non una ‘pietra’, come dovremmo definire questo omaggio non celebrativo al fondatore de Il Mondo?

Il libro segue per intero l’esperienza umana, di giornalista, politico, che attraversò la storia d’Italia dal 1910, anno in cui Pannunzio nacque a Lucca, al 10 febbraio 1968 giorno in cui morì stroncato da una fibrosi polmonare a soli 57 anni. Dalla redazione de Il Saggiatore, rivista di cultura non conformista, nei primi anni Trenta, fino a Il Mondo che fondò e rimase in edicola dal 19 febbraio 1949 all’8 marzo 1966, attraversando l’epoca della sua partecipazione al nuovo Partito Liberale nel dopoguerra, direttore di Risorgimento liberale, e poi l’uscita dal partito e la fondazione del Partito Radicale fino a divenire “un condannato alla clandestinità” come scrive Marco Pannella.

Cosa rappresentò Il Mondo, visto da fuori, lo Scrive Pannunzio nel suo commiato dai lettori: “Un giornale liberale, un giornale laico e antifascista, un giornale indipendente, doveva impegnarsi sui problemi della libertà e del costume civile, e non vi è stata questione di educazione del cittadino, di rinsaldamento dello Stato e delle istituzioni parlamentari, di efficienza di governo, di moralità pubblica, di politica interna e internazionale, di economia sociale e di conflitto fra l’interesse privato e quello collettivo, di fronte alla quale il giornale non abbia detto quel che gli è sembrato di dover dire, anche se le sue parole sono apparse spesso verità scomode e qualche volta dure”.

Il pensiero di Pannunzio sull’Italia che stava cambiando (non conosciamo esattamente la data dell’appunto) è contenuto in una citazione (di Henri-Frédéric Amiel) da lui conservata tra le sue carte e rivelata dalla moglie Mary a Quaglieni: “Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà
all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la “disuguaglianza di valore”, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga”.

Non saprei dire se Pier Franco Quaglieni, forse inconsapevolmente nell’esercizio del suo ruolo di storico, uno storico vero perché rigoroso alla ricerca sempre della verità imparziale e documentata, uomo libero che non solo crede ma pratica la libertà, sia consapevole della ‘pietra’ che ha aggiunto, con questo libro, al suo incessante ripristino delle mura portanti del libero pensiero e del liberalismo in Italia. La riflessione mi sovviene appena letto il necrologio de Il Mondo di Nicola Matteucci, uno tra i fondatori de Il Mulino e dell’Istituto Cattaneo, teorico del costituzionalismo liberale, scomparso a Bologna nel 2006.

Scriveva Matteucci: “… oggi più di ieri è necessario un giornale di opposizione liberale e democratica, un giornale di opposizione non al centro sinistra, ma dentro il centro sinistra, capace di rappresentare l’opposizione “ideale” alla pratica “reale” del potere. Insomma: una opposizione interna, ancora disarmata, se non nelle proprie idee. Perché la carenza e il limite dell’attuale centro sinistra non stanno tanto nella sua carica programmatica, o nella sua energia politica, ma nella mancanza, alle sue spalle, di una solida cultura politica e storica che sappia indirizzare, dare un senso e un fine alla pratica di ogni giorno, sia poi questa la politica delle cose o quegli instabili compromessi attraverso i quali, in ogni democrazia, si costituiscono le maggioranze”.

E’ impossibile non cogliere come questa ‘pietra’ posta a mantenere in vita almeno le fondamenta del pensiero liberale, per trasmetterle al divenire, si trasformi in un macigno per le coscienze contemporanee. Uno dei tratti che illustrano la personalità intellettuale di Mario Pannunzio, insieme all’opposizione verso le ideologie e le escatologie, e l’assoluta mancanza di retorica e di vanità dell’uomo, è il coraggio di lasciare le sponde sicure o ritenute morte, per imbarcarsi in nuovi progetti. Non ha timore di rimettersi in gioco, di affrontare le avversità, per rimanere coerente fino in fondo alle proprie idee. Mai per il proprio tornaconto personale, ma seguendo l’insegnamento che nulla è l’essere umano che non sente il dovere di essere utile alla società.

Io penso che uno dei mali che stanno divorando la civiltà in Italia derivi non solo dallo scadimento del ceto sociale storicamente e sociologicamente deputato alla formazione del senso comune, ma anche dall’abbandono di quanti non hanno avuto il coraggio di rimettersi in gioco, come insegna Pannunzio. Nel momento in cui il post-capitalismo ha sfigurato l’essenza stessa del capitalismo smussato dalla democrazia aprendo le porte al sistema globale della finanza, foraggiando di zucchero una razza intellettuale (tale solo per l’esercizio della funzione nell’istruzione pubblica, nella pubblica amministrazione, nell’informazione…) vestita di velina come le vallette televisive, in quel momento storico del nostro Paese chi aveva, e poteva, opporre resistenza si è ritenuto sconfitto ancora prima di impugnare le armi del sapere e della cultura. Su di loro, prima di tutto, pesa questa ‘pietra’: non solo per il passato, ma per il presente.

Nella gara che in passato ha visto molti rivendicare l’eredità di Mario Pannunzio (e chissà che ancora oggi non vi sia qualcuno o qualcuna che pensa di indossarne l’abito senza possederne la stoffa), Pier Franco Quaglieni non ha partecipato: pur essendo tra coloro che con il Centro Pannunzio hanno rappresentato i custodi della memoria, uno dei giovani intellettuali che fondarono il Centro a Torino con l’appoggio determinante di Arrigo Olivetti e Mario Soldati, il sostegno di Giulio De Benedetti e di Alberto Ronchey, e non ultima di Mary Pannunzio alla quale si aggiunse anche il conte Carandini. Tra i primi soci figurano Carlo Casalegno, Alessandro Passerin d’Entrèves, Valdo Fusi, Ugo La Malfa, Alda Croce… Che ne sarebbe oggi del lascito di Pannunzio in Italia se non fosse esistito il Centro Pannunzio, e se a servirlo quotidianamente non ci fosse stato Pier Franco Quaglieni?

Il piacere di questo libro, insieme al suo straordinario spessore culturale, è anche il susseguirsi di note vivissime tutte personali dell’autore, le corrispondenze i ricordi gli incontri, che l’arricchiscono offrendoci, anche sotto questo profilo, lo stile privo di retorica tanto caro a Pannunzio.

 

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