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Il “partito del pil” se vuole battere il populismo deve abbandonare le ingenuità e superare le contraddizioni!

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IL “PARTITO DEL PIL”

SE VUOLE BATTERE IL POPULISMO

DEVE ABBANDONARE LE INGENUITÀ

E SUPERARE LE CONTRADDIZIONI

 

Mentre gli opposti estremisti, in attività permanente, impediscono di fare una valutazione serena dei pro e dei contro sia di uno strumento delicato come il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), altrimenti detto Fondo salva-Stati, sia della cosiddetta “autonomia regionale differenziata” reclamata da alcune regioni del Nord, che potrebbe accentuare ancor di più la doppia velocità delle “due Italie”, regalando in entrambi i casi alle tifoserie il ruolo che dovrebbe essere dell’intellighentia e della classe dirigente, ci si interroga sull’esistenza in vita, o quantomeno sull’effettiva consistenza, del cosiddetto “partito del pil“. Cioè di quella parte sana e vitale del paese che ha a cuore – prima di tutto per legittimo interesse, e in qualche misura, ahinoi residuale, per convincimento culturale – la crescita dell’economia, la modernizzazione delle sue infrastrutture pubbliche e private, la sburocratizzazione dei processi, l’affermazione del merito e della competenza. Quella Italia – che Ugo La Malfa chiamava “l’altra Italia” – che per qualche decennio nel dopoguerra ha saputo esprimere delle elité politiche ed economiche responsabili capaci di stare in Europa e con l’Europa senza per questo essere vittime di quella cieca acquiescenza che inevitabilmente genera mostri sovranisti. O quella Italia che ha saputo lavorare sugli storici handicap del Mezzogiorno senza prodursi in un meridionalismo d’attacco, apripista dell’assistenzialismo al Sud e delle rivendicazioni autonomiste del Nord più produttivo. Di quell’Italia che ha prodotto l’Iri e l’Eni, architravi della ricostruzione industriale post bellica e dello sviluppo negli anni del boom, non le nazionalizzazioni per disperazione che si profilano oggi, in cui degli sciagurati reclamano l’Iri confondendolo con l’Efim e la Gepi dei salvataggi industriali di antica memoria. Certamente, questa “altra Italia”, è sempre stata minoritaria, ma ha saputo esprimere elité politiche e istituzionali così autorevoli da essere capaci di guidare il Paese anche se dotate di un consenso limitato, in alleanza continua con le leadership illuminate delle forze popolari.

Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, si è chiesto dove sia oggi il “partito della crescita”, ben potendo individuare quello opposto – fortissimo – della decrescita, arrivando alla conclusione che esso sia sostanzialmente assente nel Parlamento e sulla scena politica nazionale, salvo alcune eccezioni cariche comunque di contraddizioni (la Lega e il Pd che sono a favore delle infrastrutture, dove però questa linea è mischiata insieme a populismi di varia natura che finiscono per depotenziarla o comunque renderla poco credibile). Si potrebbe facilmente risolvere l’equazione affermando che il problema sta solo dal lato dell’offerta politica: manca il partito che rappresenti, sia dal lato degli imprenditori e dei liberi professionisti, sia dal lato dei lavoratori, dipendenti e non, l’opzione dello sviluppo economico, per quanto temperato sul piano delle scelte sociali ed ambientali. Ma la verità è che è anche la domanda politica a non essere forte e nitida – si evoca genericamente il “centro” a nome di non meglio identificati “moderati” – perché nella società le due tendenze, quella della crescita e quella decrescita, quella della innovazione e quella della conservazione, quella del profitto e quella della rendita, non sono per nulla distinguibili e separabili. Per cui trovi tassi di populismo e di paura del nuovo così come di progressismo ideologico, ovunque. Trovi tracce confusamente mescolate di apertura e di chiusura, di dinamismo e di inerzia e pigrizia, di garantismo e di giustizialismo. E una società civile ambigua, dalle idee confuse e dagli interessi contraddittorii, come questa, non può che generare forze politiche a propria immagine e somiglianza. Inducendo – questa è la cosa più grave – la parte che davvero vorrebbe un “partito del pil” da votare e sostenere, a rifugiarsi nella disillusione e nell’astensionismo elettorale.

Per questo Panebianco, e con lui Luca Ricolfi e Davide Giacalone, notano non solo che poco – troppo poco – è cambiato nel passaggio dal Conte1 al Conte2, ma che più in generale c’è un maledetto continuismo che lega le azioni dei governi e delle forze politiche, specie sul terreno delle scelte economiche. Dietro alle discussioni buone per i gonzi sulle tasse, in cui tra chi sostiene fregnacce da “green new deal” e chi propone iperbolici abbattimenti di aliquote, nella realtà delle cose il filo rosso della continuità è dato dall’invarianza, quando non dall’aumento, della pressione fiscale, o altre questioni su cui sembrano confrontarsi tesi diametralmente opposte, ecco che poi “quota 100” e “reddito di cittadinanza” – due scelte figlie della cultura della stagnazione e dell’assistenzialismo – vengono scelte con la spinta o l’acquiescenza della Lega e rimangono in piedi con la colposa complicità del Pd, cioè dei due partiti che avrebbero dovuto badare di più alle istanze pro-crescita, almeno rispetto al populismo grillino e alla predisposizione alla spesa pubblica corrente della destra sociale e della sinistra radicale.

Ma se società e cittadella della politica si somigliano, tendendo al peggio, questo significa che per “l’altra Italia” non c’è più niente da fare? A parte che, pur senza perdere il realismo, l’ottimismo della volontà deve sempre prevalere sul pessimismo della ragione, ma non è proprio così. O almeno, non è inevitabilmente così. L’Italia dello sviluppo, che vuole fermare la desertificazione industriale in atto (vedi caso Ilva) e la spinta verso lo Stato infermiere che usa le risorse (che non ha) per salvare aziende decotte (vedi Alitalia) con solo obiettivi occupazionali e non per aiutare il decollo dei settori trainanti dell’economia globalizzata e digitalizzata, e che espropria le concessioni autostradali anziché creare le condizioni perché i privati mettano i profitti al servizio di una radicale modernizzazione delle infrastrutture, deve pretendere un’offerta politica all’altezza delle sue aspettative. Non può farsi abbindolare dalla propaganda di chi racconta di conversioni politiche che non esistono. Per quanto ci siano molte cose che non vanno e quindi da correggere nel Mes, l’intemerata contro di esso da parte di Salvini – cioè di chi era ministro e vicepresidente del Consiglio quando il fondo salva-Stati è stato approvato nella attuale versione – conferma quanto da noi più volte scritto, e cioè che la sua trasformazione moderata, in chiave europeista, era una solenne fake-news.

Non basta attenuare i toni per un po’, vendere al pubblico un’immagine più rassicurante e dialogante rispetto a quella feroce di prima, fare una battuta a favore di Draghi e mettere la mordacchia a Borghi, per diventare degli statisti lungimiranti e aperti. Ma lui recita sé stesso, non c’è da stupirsi. Quello che risulta inaccettabile è che gli italiani che producono pil anziché consumarlo si facciano fregare dal suono del piffero. O, viceversa, che elevino Salvini a nemico così odiato da accontentarsi di chi sa solo lanciare parole contro (vedi la pochezza argomentativa delle cosiddette “sardine” e la scempiaggine di chi a sinistra gli è subito corso dietro). Se gli uni e gli altri gli spianeranno la strada verso il governo – come già fecero coloro che hanno creduto ciecamente o hanno odiato senza sé e senza ma Berlusconi, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi – non vengano poi a piangere che il Paese è in mano ad una banda di sciamannati.

La caduta verticale dei consensi ai 5stelle, e la probabile disgregazione del movimento, è dunque condizione necessaria ma non sufficiente perché il “partito del pil”, inteso come categoria socio-economica, trovi una espressione politica che lo rappresenti pienamente e senza troppe contraddizioni. Occorre che anche gli altri populismi siano sconfitti, o quantomeno emarginati. Lega e Pd si facciano al più presto un esame di coscienza. Ma anche gli uomini del fare, i cittadini imprenditori – che tra l’altro devono saper dare alla Confindustria una capacità dei loro interessi che è andata compromessa – e cittadini lavoratori – che devono trovare nei sindacalisti alla Bentivogli la modernità nella difesa delle loro ragioni – sono attesi a fare la loro parte. Partito del pil, datti una svegliata. Ora o mai più.

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