Home Da Rete Liberale Aiuto, andiamo verso PD-Lega. Un nuovo bipolarismo peggiore di quello fallimentare della seconda repubblica

Aiuto, andiamo verso PD-Lega. Un nuovo bipolarismo peggiore di quello fallimentare della seconda repubblica

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AIUTO, ANDIAMO VERSO PD-LEGA
UN NUOVO BIPOLARISMO
PEGGIORE DI QUELLO FALLIMENTARE
DELLA SECONDA REPUBBLICA

È bastato il voto in due regioni – importante soprattutto per il sovraccarico di significati politici nazionali che gli erano stati forzosamente attribuiti – per far tornare in auge il bipolarismo. La crisi dei 5stelle, forza non più decisiva e ormai destinata ad estinguersi scissione dopo scissione, il recupero del Pd, oggettivo ma forse un po’ troppo frettolosamente ipervalutato, e la conferma che la Lega è il perno del centro-destra nonostante l’evidente sconfitta politica del presuntuoso e “smoderato” Salvini, hanno proiettato l’immagine di un sistema politico tornato a dividersi, bipolaristicamente, tra destra e sinistra.
Ma siamo sicuri che sia davvero così? E nel caso, sarebbe un bene o un male? Diciamo prima di tutto che l’analisi di coloro che registrano, e in certi casi celebrano, il ritorno del bipolarismo, parte da un assunto sbagliato. Si dice, infatti, che il movimento 5stelle fosse il terzo polo, e in quanto tale di centro, e che venendo meno quella centralità non si può che tornare all’assetto bipolare del sistema politico. Ma qui si confonde l’agnosticismo dei pentastellati rispetto alla novecentesca suddivisione delle forze politiche con una posizione di centro che è storicamente non meno definita di destra e sinistra. Come abbiamo sempre sostenuto fin dagli albori del grillismo, un soggetto nato e cresciuto sul rifiuto della politica (il famoso “vaffa”) non è né di destra, né di centro, né di sinistra, ma inevitabilmente pesca elettori provenienti da tutti gli schieramenti, e in particolare da quelli più estremi. Elettorati diversi che riesce a far convivere con facilità fintanto che resta movimento extraparlamentare o partito di opposizione, ma che inevitabilmente gli presentano il conto allorquando va al governo e deve passare dagli slogan ai fatti. E infatti, i pentastellati sono entrati in crisi quando hanno varcato la soglia del potere, vuoi perché impreparati a gestirlo – hanno finito per scimmiottare, anche malamente, ciò che fino a poco prima aveva demonizzato – vuoi perché le diverse anime sono entrate in contraddizione, generando un conflitto gestibile solo con l’immobilismo (non scegliere per evitare di spaccarsi). Dunque, la progressiva (e iper veloce) caduta del loro consenso non fa sparire una posizione centrale nello scacchiere politico, che non è mai esistita. Semplicemente rimette in gioco una grande quantità di voti. Che nel caso dell’Emilia-Romagna per i due terzi sono andati al Pd – da cui erano in gran parte venuti – ma che probabilmente in altre aree del Paese potrebbero premiare di più la Lega. Certo, il centro politico – inteso come l’area popolata dagli elettori meno radicalizzati, cioè riformisti e quindi più orientati verso sinistra, e moderati, e quindi più orientati verso destra – non è presidiato, se non da forze marginali destinate, purtroppo, a rimanere tali. Ed è questo vuoto, non la crisi pentastellata, a spingere il sistema politico a polarizzarsi intorno al Pd e alla Lega. Un fatto che Dario Franceschini, tra i tanti, celebra come una conquista e pensa di cementare con una legge elettorale proporzionale alla tedesca (cioè con lo sbarramento al 5%). Uno strumento buono per un fine cattivo.
Gli assertori di questa tesi, infatti, partono dal presupposto che la vittoria del governatore Bonaccini in Emilia-Romagna abbia ridato la forza perduta al Pd, il quale per raggiungere la maggioranza a livello nazionale non dovrà far altro che allearsi (per poi annettersi) il movimento 5stelle o quella parte di esso più orientata a sinistra, recuperare le varie forze alla sua sinistra, a cominciare da quella dove erano finito Bersani e D’Alema, ed enfatizzare il rapporto simbiotico con le Sardine, versione aggiornata di quello che furono i vari movimenti, dai Girotondi al Popolo viola. Simbolo di questo schema politico sono gli accordi, in corso di realizzazione, che dovrebbero portare i giornalisti Ruotolo e Sansa, esponenti del sempreverde “partito giustizialista“, ad essere candidati governatori (sic!) per la sinistra rispettivamente in Campania e Liguria, dove si voterà prossimamente. Insomma, un Pd al tempo stesso grillizzato e sardinizzato che, come sostiene Luca Ricolfi, marcia verso la creazione del PUS-Partito unico della sinistra, il cui collante politico non potrà che essere l’antisalvinismo, il giustizialismo e l’assistenzialismo, a fronte di un definitivo abbandono del mai veramente decollato progetto liberal-riformista (Renzi l’ha evocato ma mai veramente praticato), che invece richiederebbe alleanze di ben altra tempra.
Analogo processo di radicalizzazione si va formando sul fronte opposto. Il crollo al limite dell’inesistenza di Forza Italia in Emilia-Romagna – fatto molto più anticipatorio di quel che accadrà su scala nazionale del risultato in Calabria – la crescita relativa del partito della Meloni e la conclamata incapacità di Salvini, con la sua strategia estremistica, di intercettare il voto moderato, mettono una pietra tombale sul vecchio centro-destra, ormai solo destra. E nello stesso tempo inchiodano la Lega intorno ad una quota (30%) che consentirebbe di conquistare gli agognati “pieni poteri” solo attraverso una legge elettorale iper-maggioritaria, che (per fortuna) non è nell’ordine delle cose.
Di conseguenza, il “nuovo bipolarismo” sarebbe formato da due poli estremizzati, impediti nel dialogare con il centro che peraltro non esiste più sul versante destro ed è limitato e diviso (Renzi, Calenda, Bonino) sul versante di sinistra. Inoltre, ripropone il vecchio (e fallimentare) schema di una persona – in questo caso Salvini – che è insieme leader indiscusso di un fronte e pressoché unico collante di quello opposto. Con l’aggravante (dal punto di vista della consistenza di questa presunta nuova stagione politica cui i fans del bipolarismo hanno già applaudito) che il suo perno, Salvini, è già nella parabola discendente: ha trasformato il voto di domenica scorsa in un referendum su di lui, commettendo un errore grossolano, e l’ha perso; non comanda da solo come voleva, ma deve costruire una coalizione; non ha abbattuto il governo Conte2 come aveva promesso, anzi gli ha allungato (almeno un po’) la vita; difficilmente avrà i numeri per eleggere un presidente della Repubblica salviniano. Ed è facile prevedere che, in conseguenza di tutto ciò, nel suo partito qualcuno comincerà a chiedergli il conto.
Insomma, rispetto al vecchio bipolarismo, passiamo dalla padella alla brace. È dal 1994 che la politica tenta di recuperare credibilità coltivando l’illusione che per mettere le cose a posto occorra dar vita ad un sistema per cui “la sera delle elezioni bisogna sapere chi ha vinto”. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere per forza così in una democrazia parlamentare, nella quale, non essendo un sistema presidenziale, è normale che le maggioranze di governo si formino in parlamento. Noi, invece, per tutta la Seconda Repubblica abbiamo avuto un maggioritario solo nelle urne, senza adeguare l’architettura istituzionale. Con molti danni e nessun vantaggio. Per esempio, non ha prodotto stabilità, visto che nessuna coalizione è stata mai confermata alla successiva tornata elettorale e che i governi si sono alternati con maggioranze assai più variabili di quelle della Prima Repubblica. Inoltre non c’è stata l’auspicata semplificazione, visto che i partiti si sono moltiplicati esponenzialmente rispetto ai tempi del proporzionale. Insomma, quello che abbiamo realizzato negli anni scorsi è stata una mostruosa caricatura del bipolarismo. Conseguenza, anche, del dna di un paese individualista, frazionista e campanilista come il nostro, che non è fatto per un sistema politico maggioritario in cui chi vince prende tutto e chi perde fa l’opposizione preparandosi al game successivo. Perché chi conquista la maggioranza dei seggi parlamentari per effetto di meccanismi “dopanti” del voto, poi si ritrova incapace di governare, non avendo il sufficiente consenso nella società. Ora vogliamo replicare l’esperienza, e in peggio.
Si dirà: ma TerzaRepubblica è nata, tanti anni fa, intorno al rifiuto dell’illusione maggioritaria e alla critica al bipolarismo “armato” che la fine della stagione proporzionale ha prodotto, quello basato sullo schema “berlusconismo e anti-berlusconismo” della Seconda Repubblica; una fase storica che è coincisa con il declino socio-economico e morale dell’Italia, non per pura casualità ma come rapporto di causa ed effetto. Dunque, è logico aspettarsi da voi le critiche sulle qualità di questo rinascente bipolarismo. Può darsi che in noi scatti un riflesso condizionato. Ma vi pare che le nostre siano considerazioni infondate?
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