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Province e regioni: quali abolire?

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Articolo di Enzo Palumbo

Si fa un gran parlare in questi giorni della c. d. abolizione delle province e/o del loro ripristino, ennesimo terreno di scontro tra gli alleati del governo pentaleghista, ognuno dei quali impegnato a dire il contrario dell’altro, nel tentativo di monopolizzare il dibattito pubblico e così coprire il vuoto politico lasciato dalle opposizioni, con Forza Italia impegnata (salvo alcuni: Micciché, Brunetta) a blandire la Lega inseguendola sul suo terreno, e col PD che esita a fare il suo mestiere (che è quello di riunire la sinistra) per non dare a Renzi la scusa per la scissione.

Le province sono previste in Costituzione (Art.114) e non sono mai state abolite; è stata invece abolita la via democratica per l’elezione dei loro organi, e se la democrazia verrà ripristinata sarà una buona cosa.

Le poltrone di cui parlano i pentastellati non sono mai venute meno, solo che sono ora destinate a sindaci e consiglieri che si autonominano; insomma, è stata abolita la democrazia per le elezioni provinciali, che non sono mai state depoliticizzate; la situazione è anzi peggiorata, perché, a seguito della riforma Del Rio, presidenti e organi amministrativi vengono nominati dai politici dei comuni, con spartizione a tavolino, che è la peggiore delle politicizzazioni.

Quanto al risparmio dei gettoni di presenza dei consiglieri provinciali, che è il tema tanto caro ai pentastellati, si tratta di ben misera cosa rispetto al danno procurato dalla mancanza di elezioni democratiche, che è invece gravissimo.

Aggiungo che è diventata stucchevole, ai limiti del ridicolo, questa continuo rinfocolare l’odio sociale contro i così detti costi della politica, che sono invece connaturali a ogni democrazia, se non si vuole che alla politica possano dedicarsi solo i ricchi che vogliano fare altri soldi o i profittatori che vogliano diventare ricchi.

Volendo fare una cosa utile al Paese, si dovrebbe invece provare ad abolire le regioni, che l’esperienza degli ultimi decenni ha dimostrato essere fonte di ogni corruzione, specie nell’ambito sanitario, che ne costituisce la principale attività.

Il fatto si è che le province sono più vicine ai cittadini che dal basso possono controllare l’attività dei loro organi rappresentativi, dei quali si può sapere tutto o quasi proprio per l’ambito ristretto in cui operano e vivono; se uno si arricchisce indebitamente, lo vengono a sapere prima i suoi amici, poi gli amici dei suoi amici, e infine, poco alla volta e a cascata, buona parte di chi vive nella provincia.

Le regioni sono invece troppo lontane dai cittadini, che non possono controllare l’attività dei loro esponenti, che si manifesta essenzialmente con attività legislativa regionale, che, essendo collegiale, non è immediatamente riferibile a un singolo consigliere.
E sono anche troppo grandi e le loro governance troppo forti per poter essere controllate dall’alto, e il loro commissariamento è sin troppo farraginoso, per non dire impossibile come in Sicilia.

Teniamoci quindi le province, e facciamo eleggere i loro organi direttamente dai cittadini, come avveniva prima della riforma Del Rio; e invece proviamo a fare una grande battaglia politica per convincere il Parlamento a eliminare o almeno ridimensionare le regioni, quanto meno sottraendo loro la materia della sanità, che chiaramente è questione nazionale e non regionale.

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