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Ma questi al governo ci sono o ci fanno?

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Articolo di Catello Avenia

Secondo SVIMEZ, con molta probabilità le risorse stanziate per il reddito di cittadinanza non basterebbero neanche per coprire gli assegni delle famiglie beneficiarie del Sud Italia. Infatti, solo per la Campania occorrerebbero oltre 3 miliardi. Una cifra enorme considerato che sono stati stanziati 9 miliardi di euro. Ma di questo e di altre fregature a 5 stelle parleremo un’altra volta. Ora ci occuperemo di un’altra prova provata dell’incapacità, inadeguatezza e impreparazione degli attuali governanti e, nello specifico, ci occuperemo dell’inquilino del ministero dell’istruzione, ricerca ed università. Prima di addentrarci oltre nel discorso, è doverosa una premessa normativa. Ai sensi dell’art.24 della Legge 240/2010, il reclutamento dei ricercatori universitari avviene mediante una procedura di valutazione comparativa al termine della quale sorge un rapporto di lavoro, regolato a mezzo di un contratto di diritto privato a tempo determinato (solitamente un “3+2”, ossia un triennio ed un rinnovo biennale senza soluzione di continuità) non convertibile in uno a tempo indeterminato. Terminato questo periodo di lavoro in aula, a contatto diretto con gli studenti per le attività didattiche, e sui viali della ricerca (siano essi un laboratorio o una biblioteca), tutto finisce o quasi. Nel senso che per il ricercatore esiste una seconda possibilità per “allungare il brodo del precariato” ossia partecipare ad una nuova selezione, sempre per un posto da ricercatore ma di tipo “B” o senior che dir si voglia, alle stesse condizioni economiche ma per 2 anni. Finito anche questo periodo, il nulla! Dunque, raggiungere l’agognato stipendio mensile fisso e con quasi concrete possibilità di carriera, il nostro accademico deve passare per le forche caudine della famigerata Abilitazione Scientifica Nazionale nella quale viene valutata la sua produzione, il suo appartenere a comitati scientifici, l’attività all’estero, i progetti di ricerca…tutto, quindi. A seconda che si aspiri a diventare professore associato oppure ordinario, bisogna raggiungere i criteri minimi fissati con decreto ministeriale (dal MIUR, per intenderci). Nella migliore delle ipotesi, però, una volta conseguita l’abilitazione, il nostro accademico peregrinante non ha un posto né uno stipendio bensì solo ed esclusivamente l’abilitazione o meglio l’idoneità a partecipare ad una successiva valutazione comparativa (che, in realtà, funziona come una chiamata diretta) organizzata da un ateneo italiano, solitamente quello nel quale ha già svolto attività di, nell’ordine: assistente volontario, dottore di ricerca, assegnista di ricerca, contrattista, ricercatore a tempo determinato. E così, al termine di un calvario decennale, forse, il nostro accademico raggiunge la meta. Quindi, ripetiamo. Ad esclusione della chiamata diretta (prevista dalla normativa vigente) a professore straordinario oppure a professore a contratto, si diventa professori associati od ordinari dopo un’abilitazione scientifica nazionale e dopo minimo 3 anni da ricercatore (previo superamento della valutazione comparativa). Tutto chiaro? Ebbene il ministro Bussetti, dopo il pasticcio fatto con la cancellazione del test di medicina, ne ha fatta un’altra delle sue. Infatti, ha annunciato un nuovo piano straordinario per l’assunzione di 1.000 ricercatori universitari “che li porterà, dopo tre anni e previa valutazione e conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale, a essere chiamati nei ruoli dei professori associati”. In realtà già adesso è così. Forse Bussetti voleva far ridere le mosche ed allora confermiamo che il suo obiettivo è stato raggiunto. In realtà non c’è nulla da ridere, ma solo da piangere e preoccuparsi.
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