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Referendum costituzionale 2020

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Articolo di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno

Il 20 e 21 settembre del 2020 si svolgerà il quarto referendum costituzionale confermativo della storia della Repubblica italiana per approvare o respingere la legge di revisione costituzionale, con il titolo “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”.

Il testo di legge in questione (approvato in modo definitivo, con una maggioranza qualificata, alla Camera dei Deputati) prevede il taglio del 36,5% del totale dei componenti dei due rami del Parlamento, passando da 630 a 400 seggi elettivi alla Camera dei Deputati e riducendo a 200 seggi elettivi i 315 attuali per quanto riguarda il Senato della Repubblica.

In prima deliberazione, entrambe le Camere parlamentari, a maggioranza assoluta, hanno approvato, la legge di revisione costituzionale, ex art. 138 comma 1.

Durante la seconda deliberazione che si è svolta l’11 luglio del 2019, alla Camera dei Deputati è stato raggiunto il quorum dei 2/3 dei deputati, raggiungendo in tal modo la maggioranza qualificata prevista dall’art. 138 della Costituzione, mentre durante la seconda deliberazione svolta al Senato, l’8 ottobre del 2019, non è stata raggiunta la maggioranza qualificata, a causa del voto contrario espresso dai senatori del Partito Democratico del partito di Liberi e Uguali (che al tempo della votazione erano entrambi all’opposizione del Governo Conte I) e a causa dell’astensione dal voto da parte del partito di Forza Italia.

Il fatto che durante la seconda deliberazione non siano state raggiunte le maggioranze qualificate dei 2/3 in entrambe le Camere, come previsto dall’art. 138 della Costituzione, ha compromesso l’iter di approvazione della legge di revisione costituzionale.

Il secondo comma dell’art. 138 della Costituzione italiana prevede per tali situazioni che, entro i 3 mesi successivi alle seconde suddette votazioni di entrambe le Camere, 1/5 di ciascuna Camera parlamentare o 500.000 elettori o 5 consigli regionali possano richiedere che venga indetto un referendum confermativo.

Ciò ha permesso di esercitare la facoltà da parte di 71 senatori di depositare, il 10 gennaio del 2020, la richiesta di far indire un referendum costituzionale confermativo, presso la Corte Suprema di Cassazione, che sempre secondo la Costituzione non prevede il raggiungimento di alcun quorum per la sua efficacia.

Dopo aver effettuato un excursus storico e i motivi costituzionali che hanno giustificato il futuro svolgimento del referendum confermativo, credo che sia opportuno e di fondamentale rilevanza liberale e democratica spiegare le motivazioni per cui sia decisivo votare no e non confermare la promulgazione di questa legge di revisione costituzionale.

L’approvazione di questa legge determinerebbe l’instaurazione di un sistema oligarchico a danno della rappresentanza parlamentare e quindi della sovranità popolare, di cui il Parlamento è l’organo rappresentativo per eccellenza, perché eletto direttamente dal popolo.

Questa legge riducendo il numero dei parlamentari rafforzerebbe ulteriormente il deleterio potere delle segreterie di partito, che deciderebbero con maggiore arbitrio chi e dove candidare i candidati a loro graditi, più di quanto già compiono con l’attuale destabilizzante legge elettorale, tutto a danno della rappresentanza locale e territoriale, visto che verrebbero allargati i collegi uninominali.

Per spiegare in modo più chiaro ed esaustivo le fondamentali ragioni che sono alla base di chi sostiene, come il sottoscritto. il voto per il no al referendum costituzionale, ho redatto di seguito alcuni punti per facilitarne la comprensione.

  1. Il principio secondo il quale diminuendo il numero dei parlamentari aumenterebbe la qualità rappresentativa, è privo di qualsiasi fondamento logico sia teorico, che pratico, anzi renderebbe più semplice la strumentalizzazione politica nei confronti dei parlamentari rimasti, qualora si dimostrassero incompetenti e disonesti (come la demagogia del volgo spesso sostiene), da parte delle segreterie dei partiti e delle lobbies,;
  2. la politica sarà di assoluto dominio di un’oligarchia, che per esempio al Senato potrà legiferare con “mini” commissioni;
  3. con la riduzione di 200 componenti al Senato, solamente le liste elettorali più grandi si attribuiranno i seggi, a scapito di quelle più piccole e quindi del pluralismo democratico;
  4. I governi saranno dipendenti dai voti, vitali per la loro sopravvivenza, dei Senatori a vita;
  5. Il voto di fiducia, che è approvato a maggioranza relativa, con la riduzione dei parlamentari avrà una funzione alquanto ridimensionata;
  6. la Costituzione diventerà alla mercé delle segreterie dei partiti, visto che per cambiare la Costituzione basterà il voto di un numero minore di parlamentari;
  7. l’Italia sarà il Paese europeo col minor numero di rappresentanti e la sovranità popolare sarà seriamente compromessa in virtù della riduzione della sua rappresentatività parlamentare, infatti il taglio del numero dei parlamentari diminuirebbe la rappresentanza parlamentare in rapporto con quella delle altre nazioni europee, aggravandone lo squilibrio; questa riforma costituzionale farebbe precipitare l’italia agli ultimi posti nella classifica relativa al numero di parlamentari eletti ogni 100.000 abitanti;
  8. la riduzione dei collegi uninominali per circoscrizione comprometterebbe l’omogeneità della popolazione elettorale e ridurrebbe la rappresentatività delle minoranze linguistiche e territoriali, inoltre, aumenterebbe la discrezionalità nel disegnare i nuovi perimetri dei collegi, a danno del diritto di rappresentanza delle coalizioni minori e quindi della democrazia.
  9. la riduzione dei parlamentari non influirebbe sulla diminuzione della spesa pubblica, visto che corrisponderebbe circa al costo di un caffè all’anno per ciascun italiano, ossia lo 0.007 della spesa pubblica, perché l’elevata spesa pubblica dipende dal costo della pletora dei dipendenti del Parlamento, tra l’altro molto più alto di quello sostenuto dalle altre nazioni;

Dulcis in fundo, se è vero che “historia magistra vitae”, proprio dagli errori che si evincono dal passato, bisognerebbe aver tratto quei minimi insegnamenti, che ogni qual volta un movimento o un partito politico di matrice totalitaria che è arrivato in Parlamento, uno dei primi provvedimenti che ha preso per cercare di ridurre la democrazia, fino ad eliminarla totalmente, è stata proprio quello di ridurre il numero dei parlamentari, ossia la rappresentatività della sovranità popolare.

La stessa storia del secolo scorso ci insegna che, quando il Fascismo arrivò al Governo, il Capo del Governo Mussolini emanò delle leggi dette appunto “fascistissime”, che iniziarono la trasformazione dell’ordinamento giuridico ed istituzionale del Regno d’Italia, fino a completare l’instaurazione della dittatura, prima con l’approvazione della legge elettorale del 17 maggio 1928, la quale introduceva la lista unica, sostituendo la libera scelta elettorale con il sistema plebiscitario e poi nel 1939, pur senza mutare direttamente gli articoli interessati dello Statuto del Regno, con la sostituzione della Camera dei Deputati a favore della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, la cui portata e composizione reale dei poteri portarono alla progressiva esclusione dei caratteri di effettiva titolarità della rappresentanza nazionale e di contitolarità del potere legislativo, condivisa con il re e con il Senato.

Il timore che il totalitarismo progressivo del Fascismo possa ripresentarsi in maniera differente con una deriva totalitaria di matrice rousseauniana dei “giacobini” giustizialisti pentastellati, non sia molto infondato, è confermato dal fatto che sempre in modo più evidente emerge la volontà, da parte del M5S, di sostituire progressivamente l’attuale democrazia parlamentare con una stato del pensiero unico e plebiscitario, detentore della “onesta verità”, eufemisticamente ed impropriamente definito “democrazia diretta”, ma che nella realtà dei fatti consiste solo in una gestione autoritaria del potere legislativo, grazie anche alla Piattaforma Rousseau, che più volte ha dimostrato di essere priva di qualsiasi metodo scientifico affidabile e comprovato e che per questo motivo può essere indirizzata a proprio piacimento, da parte dei vertici del M5S, nel riportare i risultati delle sedicenti votazioni elettroniche, che usano compiere all’interno del movimento, non come realmente sarebbero stati, ma alterati, in modo tale da farli apparire come decisioni della maggioranza degli iscritti al movimento.

In conclusione, da questo bislacco tentativo di riforma costituzionale emerge solamente il grande vuoto che progressivamente si è radicato intorno ai fondamenti della democrazia, di cui oggi si iniziano a vedere i dirompenti effetti nella crisi che sta investendo il nostro sistema democratico.

Purtroppo, la vittoria sulle dittature e sui totalitarismi del Novecento ha solo rallentato il deterioramento delle istituzioni democratiche e l’illusione che si fosse trattato di un trionfo definitivo ha condotto a ignorare i segnali d’allarme che i due conflitti mondiali avevano messo in evidenza.

I concetti cardine di popolo, libertà e sovranità hanno continuato a svuotarsi del loro significato, risolvendosi oggi in una mancanza di concretezza da parte dell’azione politica e nell’incapacità di avere una visione per il futuro fondata su una filosofia pubblica, ovvero con al centro valori veramente condivisi e rispettosi dei principi costituzionali.

 

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