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Una repubblica fondata sui bonus

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Articolo di Massimo Pittarello

A quanto pare i bonus possono piovere per sempre. Nonostante le esperienze del passato non abbiano prodotto risultati esaltanti e senza tenere conto delle risorse pubbliche impegnate, infatti, si persevera con la stessa strategia: ferrobonus, marebonus, bonus per i motorini elettrici, per le tv, i mobili, gli elettrodomestici e molto altro (i dettagli sono sul notiziario in abbonamento) sono solo alcune delle misure che potrebbero essere inserite nella legge di Bilancio (che ancora deve approdare in Parlamento), secondo quanto raccolto da Public Policy.

Eppure, basterebbe guardare a quanto fatto fin qui per avere qualche dubbio.

Nella prima fase dell’epidemia, per fronteggiare la crisi economica, sono stati introdotti quasi 50 bonus, alcuni dei quali decisamente fantasiosi: dai “matrimoni in Puglia” al bonus nonni, a quello per gli studenti, i professori, il latte, la caldaia, la babysitter, gli asili nido e il bonus mamma. Ovviamente, non tutti hanno avuto la stessa riuscita. Per esempio,lo scorso 2 novembre si è creata una fila digitale sul bonus mobilità. Il tax credit vacanze, poi, è stato usato solo per un quinto delle risorse. Il credito sanificazione si è fermato al 28% delle spese. E anche il reddito di emergenza ha interessato una platea ridotta, mentre i 500 euro per la connessione a internet veloce sono disponibili solo in alcuni comuni.

Altre misure hanno funzionato meglio, ma il bilancio finale non è comunque esaltante. Soprattutto, mentre la Francia ha già predisposto piani dettagliati per l’utilizzo delle risorse europee e la Germania è intervenuta massicciamente nel capitale delle imprese, c’è da dubitare che insistere nella politica dei bonus possa corroborare la nostra economia e aiutarci a uscire dalla crisi. Anche in era ante-Covid, infatti, questa strategia non ha avuto il riscontro immaginato, nonostante avessimo speso 48 miliardi in 5 anni (dal 2014 al 2019). Per il reddito di cittadinanza le richieste furono inferiori alle aspettative (207mila in meno), come pure per Quota 100 (presentate un terzo delle domande inizialmente stimate). Gli stessi 80 euro renziani non hanno risollevato i consumi. E se pure hanno restituito un briciolo di fiducia, questa è durata il tempo di un’elezione (europea).

Da inizio pandemia abbiamo risposto all’emergenza con un sostegno generalizzato al reddito, come era giusto che fosse. Ma l’assistenzialismo a pioggia sui consumi funziona poco, soprattutto in settori in cui le scelte sono conseguenza delle preferenze dei singoli. Senza dimenticare che consistente parte degli eventuali acquisti converge su beni prodotti all’estero: dagli Apple statunitensi alle Toyota giapponesi, da Netflix a Zara, per non parlare delle merci prodotte in Cina o nel Sud-Est asiatico.

Oltre a parcellizzare le platee dei beneficiari, dividendole, a produrre bulimicamente misure, complicandole, i bonus non vengono nemmeno sfruttati a pieno, segno che gli obiettivi sociali che si presume di voler centrare, forse sono altrove. Soprattutto, con questa pioggia di bonus si produce “debito cattivo” (Draghi dixit), quello che non aiuta la ripartenza ma appesantisce le finanze pubbliche. Forse possono aiutare il consenso, ma incrementano le probabilità che, quando usciremo da questa tempesta, gli altri torneranno al sole, mentre noi rimarremo umidi e pieni di muffa.

 

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