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Il salva banche di Villarosa

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Articolo di Catello Avenia

Oggi vorrei parlare del decreto “salva banche” e di Alessio Villarosa: laureato in economia aziendale presso la Statale di Pisa, prima operaio in una fabbrica di reti ortopediche e poi responsabile nel settore carte di pagamento di Roma, dà vita a una piccola impresa nel settore farmaceutico; eletto alla Camera dei Deputati nel 2013, è stato componente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario e della VI Commissione (Finanze), e nel Governo Conte è stato “promosso” Sottosegretario all’Economia. Non male, come carriera!

Sta di fatto che, anche grazie alla sua nuova specifica responsabilità governativa, non si può dire che le aspettative dei poveri risparmiatori truffati siano state soddisfatte dal “salva banche”, come invece aveva promesso il M5S, che si era impegnato a dare attuazione al fondo per il ristoro integrale dei risparmiatori truffati, attraverso:

  • l’ampliamento della dotazione patrimoniale dell’apposito Fondo, dagli attuali € 100 milioni a € 1,5 miliardi, destinandolo al ristoro di azionisti e obbligazionisti subordinati che hanno acquistato gli strumenti finanziari delle banche anche oltre dieci anni fa e che li hanno mantenuti alla luce delle rassicurazioni sulla buona salute delle banche;
  • l’alimentazione del Fondo, attraverso conti e polizze dormienti, in modo da non incidere sulla fiscalità generale e sul deficit;
  • l’accesso al Fondo, grazie alla presentazione di una domanda precompilata e semplificata alla CONSOB per una validazione meramente formale;
  • il rimborso del 100% di quanto perduto, tramite un acconto iniziale pari al 30%, comunque non superiore a € 100.000,00;
  • la presentazione della domanda all’ACF dal 01.02.2019 al 30.04.2019, al fine di iniziare a riconoscere i primi rimborsi già nei primi mesi del 2019;
  • una corsia preferenziale per le persone che versano in situazione economica precaria.

A me sembra che il buon Villarosa, almeno per la parte di sua competenza, sia riuscito a fare due parti in commedia: prima ha assicurato ai risparmiatori truffati l’integrale ristoro, così inducendoli a votare il M5S, e subito dopo ha ridimensionato le promesse provando a fare passare l’art.38 comma 3 del DEF, dove si può leggere: “la misura del ristoro erogato è pari al 30 per cento dell’importo onnicomprensivo riconosciuto e liquidato nelle sentenze o pronunce di cui al comma 1, entro il limite massimo di 100.000 euro per ciascun risparmiatore, comprensivo di accessori di legge ove riconosciuti: lett. e) Il ristoro non è cumulabile con altre forme di indennizzo, ristoro, rimborso o risarcimento; i dividendi percepiti sono dedotti dall’importo riconosciuto o liquidato nelle sentenze o pronunce di cui al comma 1; lett. f) l’accettazione del pagamento a carico del Fondo equivale a rinuncia all’esercizio di qualsiasi diritto e pretesa connessa alle stesse azioni, salvo quanto previsto dal successivo comma 6”.

Dunque, se le vittime accettano quel 30%, dovranno rinunciare a ogni azione legale in corso nei confronti della Banca Popolare di Vicenza, di Veneto Banca, di Banca Etruria, di CariMarche, di CariFerrara e di CariChieti; insomma, un condono tombale e un “salva banche 2.0”, fatto proprio da coloro che avevano attaccato Renzi & Company per lo stesso motivo!

E vien da chiedersi perché chi aderisce al fondo non può costituirsi parte civile nei processi, e soprattutto perché il M5S prima ha illuso i risparmiatori e poi, a babbo morto, ha finito per fare le stesse cose dei governi che l’hanno preceduto, alla faccia del tanto sbandierato cambiamento.

Il buon Villarosa poi, sotto i riflettori, è stato costretto ad ammettere che questa cosa dell’art.38 non andava bene e andava rimossa.

Quanto al governo pentaleghista, che predica bene e razzola male, le uniche sue chance di durata stanno nel fatto di non avere in questo momento alternative credibili: gli attuali partiti di opposizione non riescono a incanalare il dissenso che pure nel Paese c’è ed è altissimo, specie tra coloro che si rifiutano metodicamente di rispondere ai sondaggi e che quindi sfuggono a qualsiasi rilevazione.

Bisognerebbe spalancare le finestre, cambiare area, nuova gente, nuove energie, nuove idee, resettare tutto.

I casi di Roma e di Torino dimostrano che c’è tanta gente, di buon livello intellettuale e civile,che sarebbe capace di offrire un’alternativa credibile, se appena ci fosse qualche sponsor che, senza porre condizioni, fornisse le risorse necessarie a organizzare un nuovo movimento politico, chiamando a raccolta i tanti liberaldemocratici che in Italia continuano ad esserci e anzi vanno crescendo.

E’ già successo alla fine del 2012 in Austria, con la nascita di un moderno partito liberaldemocratico (NEOS); potrebbe succedere anche in Italia, e “democrazialiberale.org” potrebbe dare il suo contributo.

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