Home Da Rete Liberale Se lo sbocco della crisi sarà un governo Cartabia-Draghi con una maggioranza “Ursula” si potrà fermare il declino. Altrimenti ci aspetta il default

Se lo sbocco della crisi sarà un governo Cartabia-Draghi con una maggioranza “Ursula” si potrà fermare il declino. Altrimenti ci aspetta il default

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SE LO SBOCCO DELLA CRISI SARÀ
UN GOVERNO CARTABIA-DRAGHI
CON UNA MAGGIORANZA “URSULA”
SI POTRÀ FERMARE IL DECLINO.
ALTRIMENTI CI ASPETTA IL DEFAULT
Follow the stupidity. Se volete venire a capo della crisi, non dovete aguzzare l’ingegno, ma seguire il corso della stupidità. Che in questo caso significa errori politici grossolani, eccesso di tatticismo (reso patetico dal dilettantismo dei protagonisti), mancanza di pudore, furbizie da quattro soldi, personalismi carichi di risentimenti e antipatie. D’altra parte, si è già detto qui, che questa che stiamo vivendo non è solo una crisi di governo e una crisi politica, ma è l’implosione di un sistema paese e delle sue classi dirigenti (si fa per dire), che saranno spazzate via dalla reazione popolare alle conseguenze – in buona misura ancora tutte da vivere – generate dall’incapacità di far fronte ai drammatici problemi che questo disgraziato passaggio della vita repubblicana ci pone di fronte. Il che sarà cosa buona – la fine di un sistema malato che ebbe inizio nel 1994, oltre un quarto di secolo fa – ma pagata un prezzo salatissimo.
Ma la crisi di governo che esito avrà, sciocco o intelligente che sia? Mentre scrivo il rito delle consultazioni ha indotto il Capo dello Stato a convocare al Quirinale il presidente della Camera Fico per assegnargli una esplorazione formalmente a 360 gradi ma sostanzialmente concentrata sull’ipotesi di un terzo mandato a Conte nell’ambito della maggioranza uscente con l’aggiunta di quei pochi (numericamente e qualitativamente) “responsabili” raccattati da Conte in questi giorni, dandogli quattro (lunghissimi) giorni di tempo. Questo non significa che l’unico possibile sbocco delle consultazioni di Fico, che già nel 2018 si vide assegnare da Mattarella un analogo incarico di esploratore che poi risultò senza esito, sia il Conte ter: se così fosse l’incarico sarebbe stato assegnato direttamente al presidente del Consiglio uscente. Per ora si è solo accertato che Renzi può (seppur con molti mal di pancia da parte dei grillini, vedi Di Battista) e vuole rientrare nell’alveo della vecchia maggioranza. A Fico il compito di vedere a quali condizioni, sia di programma che di nomi, a cominciare dal primus inter pares. È evidente che (ancora una volta) il pallino è nelle mani di colui che ha aperto la crisi ritirando i suoi ministri: se Renzi terrà il punto sui nodi cruciali legati alle tre emergenze che lo stesso Mattarella ha ricordato – sanitaria, economica e sociale – e se dirà che per fare un piano di vaccinazioni di massa e per scrivere la versione definitiva del PNRR per il Recovery (assodato che anche la seconda versione, per quanto meno peggio della prima, sia largamente insufficiente) ci vogliono al governo uomini e donne ben più competenti e credibili rispetto a chi c’è stato fin qui, allora la partita si riaprirà. E non solo per decidere chi andrà a palazzo Chigi e nei ministeri chiave, a cominciare dal Tesoro, ma anche per eventualmente aggregare in maggioranza (anche se non necessariamente dentro il governo) Forza Italia ed eventualmente chi della Lega vorrà starci. Altrimenti, se Renzi sarà un po’ meno determinato, si potrà fare un nuovo esecutivo giallorosso con un presidente del Consiglio diverso da Conte (l’ipotesi Gentiloni), o se sarà remissivo si farà il Conte ter.
La mia speranza – i lettori di TerzaRepubblica già lo sanno – è che Fico torni a mani vuote da Mattarella e di conseguenza si vada verso un governo a maggioranza più larga e a guida istituzionale. Incrociando auspici, intuizioni e qualche informazione, avevo evocato un esecutivo Cartabia-Draghi, laddove la ex presidente della Corte Costituzionale sarebbe andata a palazzo Chigi e l’ex governatore della Bce al ministero dell’Economia. È quello che nelle ultime ore è venuto alla luce ed è stato chiamato “schema Ciampi”, anche perché così come è stato pensato, il progetto prevede che Draghi tra un anno esatto venga nominato Capo dello Stato (cosa più possibile da ministro che da premier, perché non farebbe cadere il governo e perché nel frattempo si sarebbe esposto meno al logoramento politico). Inoltre una soluzione del genere spaccherebbe il centro-destra, sparigliando le carte delle prossime elezioni, che non sarebbero più all’insegna o centro-sinistra (ammesso che tale sia definibile una coalizione che prevede i 5stelle) o centro-destra (che se Berlusconi non si smarca sarebbe un destra-centro indigeribili in Europa), ma potrebbero guardare alla “maggioranza Ursula” come ad una formula da presentare agli elettori così come Dc, Psi e partiti laici costruirono in Italia il centro-sinistra (quello vero). Certo, se Renzi fin dal primo momento avesse indicato con grande nettezza questa ipotesi come punto di caduta della crisi che andava ad aprire, tutto sarebbe stato più trasparente e pulito. Ma Renzi è Renzi, e ora gli si può solo chiedere di non fare sciocchezze nei prossimi quattro giorni.
Insomma, se la partita della crisi, dopo aver scansato lo scenario peggiore di tutti – il reincarico a Conte, forte di un’armata Brancaleone aggiuntiva composta da un numero significativo di “responsabili” – dovesse prendere la strada di un Conte ter, saremmo di fronte ad una grave sconfitta, che potrebbe essere parzialmente lenita solo se i nomi dei ministri fossero (inaspettatamente) di buona levatura. Se invece il ricompattamento giallorosso avvenisse sul nome di un presidente del Consiglio diverso da quello dell’avvocato del popolo già sovranista e poi anti-sovranista, potremmo considerarlo un discreto pareggio. Mentre la partita della crisi si concluderebbe con una vittoria solo se decollasse quell’esecutivo autorevole sorretto da una maggioranza larga di cui ho parlato.
Tuttavia, anche in quest’ultimo caso ci sono tre questioni che farebbero davvero la differenza. La prima è che ai nomi di Cartabia e Draghi (ma in subordine potrebbero anche essere Lamorgese e Panetta) si affianchino ministri politici – ed è bene che non si tratti di un governo tecnico, se lo fosse finirebbe per essere logorato in poche settimane – di diversa levatura rispetto a molti di quelli tuttora in carica. Non è facile, perché la classe dirigente che le forze politiche attuali esprimono è quella che è, specie per i pentastellati, ma bisognerebbe comunque provarci. La seconda questione attiene al programma e alla capacità di attuarlo. Il prossimo governo avrà principalmente due compiti, che sono altrettante emergenze drammatiche da affrontare: ricondurre la guerra al Covid dentro un piano che tolga di mezzo la casualità, precarietà e approssimazione che finora l’hanno caratterizzata; riscrivere il PNRR ridefinendo sia la strategia complessiva dell’uso delle risorse del Recovery, sia le singole voci degli investimenti previsti e sia infine la governance dello strumento che lo deve attuare, sapendo che questa è l’unica e ultima occasione per archiviare l’economia sussidiata con cui abbiamo campato (a debito) fin qui e per evitare il default che, altrimenti, più prima che poi diventerà inevitabile.
Tutte cose che andavano decise nel corso del 2020, e la cui mancata definizione è il vero motivo per cui il Conte2 avrebbe dovuto essere superato ben prima che Renzi si decidesse ad aprire la crisi. Naturalmente, è evidente che entrambe le questioni richiedono riforme strutturali di accompagnamento: dalla riforma che unifichi le 21 sanità regionali attualmente esistenti – aprendo la porta anche alla revisione totale del titolo V della Costituzione e al ridisegno della pletorica architettura delle istituzioni del decentramento amministrativo – alla riduzione del perimetro della Pubblica Amministrazione e alla liberalizzazione delle procedure (codice degli appalti e quant’altro) fino alla riforma della giustizia su basi garantiste. E che questi passaggi richiedono una legislatura piena davanti e ben altra consistenza delle forze politiche. Ma è chiaro che se non si inizia, mai si riuscirà a compiere la modernizzazione del Paese e delle sue istituzioni e mai ci sarà un vero rilancio della nostra economia.
Infine, la terza questione – che razionalmente andrebbe posta come prima, ma non essendo possibile si fa di necessità virtù – è quella relativa al sistema politico. Perché se è vero – e lo è – che quella che stiamo vivendo è soprattutto una crisi strutturale e irreversibile del nostro sistema politico-istituzionale, non è pensabile che se ne possa uscire senza sciogliere una volta per tutte il nodo dei nodi, chiudendo una transizione che si è aperta con la fine della Prima Repubblica e che, a dispetto di fasi storiche impropriamente chiamate Seconda e Terza Repubblica, è rimasta tale per oltre un quarto di secolo, determinando il declino strutturale del Paese.
Ho alzato troppo la posta? Me ne rendo conto. Ma guardate, cari lettori, che siamo arrivati al bivio dei bivi, dietro il cui angolo c’è solo il baratro. Non possiamo rinviare oltre la decisione di che strada prendere.
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