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Gli scacchi di Conte e il poker di Renzi: ma la partita è europea

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Articolo di Massimo Pittarello

La crisi è “partita” dal Recovery. E come andrà a finire non riguarda solo l’Italia. Al di là dell’esito finale di quella che sembra una sfida tra uno spericolato giocatore di poker (Matteo Renzi) e un paziente scacchista (Giuseppe Conte), prima ancora che alle mosse sul tavolo da gioco bisogna guardare agli spettatori interessati, in particolare quelli che ci osservano dall’estero. Gli stessi che da Bruxelles, Berlino, Parigi e Oltre Tevere chiamarono Zingaretti nell’estate 2019 per fargli cambiare idea e spingerlo all’alleanza con i 5 stelle, spaventati da un ritorno alle urne che avrebbe visto il successo delle forze sovraniste. E che oggi sono preoccupati, più che dalla crisi politica in sé, da un rallentamento nell’uso dei fondi e dal futuro del nostro Paese.

Con l’Europa che, complice la pandemia, condivide ancor di più il proprio destino, opinioni e alleanze d’Oltreconfine sono sempre più determinanti. Renzi deve aver creduto che la caduta di Trump (do you remember “Giuseppi”?) e l’elezione di Biden (vicepresidente di Obama) lo avessero messo in una posizione di forza. E che i dubbi della Commissione europea sul Recovery Plan italiano, espressi sia da von der Leyen che da Gentiloni, la visita a Roma del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire o l’articolo critico della Faz, avessero aperto la strada alla defenestrazione di Conte. Tuttavia, così facendo il “demolition man” fiorentino (copyright del Financial Times) è andato in direzione opposta a quella dei “costruttori” invocati dal Quirinale, che dei rapporti internazionali è ormai da anni il nostro garante.

L’azzardo di Renzi ha infatti spaventato le capitali europee poiché ha creato instabilità politica, paventato le elezioni anticipate e la vittoria della destra. E di conseguenza la consegna nelle mani di Salvini e Meloni dei 209 miliardi del Recovery. Tanto che il vicepresidente dalla Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, spera che “l’instabilità politica non metta a rischio il Recovery”. L’Italia è il maggior beneficiario dei fondi europei non solo perché maggiormente colpita dalla pandemia o perché unico Paese a non aver ancora recuperato i livelli economici del 2007 ma perché, dopo le elezioni del 2018, a Bruxelles sono spaventati dalle spinte antieuropeiste che percorrono la Penisola. Nel 2011, con Roma non allineata al resto d’Europa, Berlusconi fu prima dileggiato da sorrisini di Merkel e Sarkozy e poi sostituito con Monti. Adesso, in tempo di pandemia, sia è scelta una formula diversa, quella dell’aiuto economico.

Tuttavia, della “montagna” di soldi europei solo una parte è davvero a fondo perduto (circa 40 miliardi). Il resto, in un modo o nell’altro, andrà restituito. E ricordiamoci anche che non sono affatto garantiti: servirà l’accordo all’unanimità dei vari Paesi europei, la ratifica dei rispettivi Parlamenti nazionali, la verifica passo dopo passo dei singoli progetti, con la possibilità di sospensioni delle erogazioni per volontà anche di un solo Stato membro. Per questo, al di là della sopravvivenza del Conte 2, degli equilibri futuri o dei rapporti di forza nelle Commissioni, nei prossimi mesi il tema sul tavolo continuerà ad essere il rapporto con l’Unione e l’impiego dei fondi europei. Insomma, la partita della crisi si gioca in Senato, in Parlamento, nelle varie commissioni, ma il risultato non è solo affar nostro. Per cui Oltreconfine ci guardano. E, in qualche misura, cercano di condizionare la partita.

 

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