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Stati generali, piano Colao, New Generation EU

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Articolo di Giuseppe Buttà

Questo governo ci offre sempre materia di riflessione e, qualche volta, ci fa pure sorridere. In preda alle manie di grandezza che hanno i pentastellati, Conte ha mutuato da loro – che avevano adottato il termine per evitare di chiamare ‘congresso’ quella che poteva essere, ma non fu, una messa a punto di linea politica e di classe dirigente del movimento – questa idea brillante di chiamare ‘stati generali’ la processione di interessi economici e sociali che si è svolta a Villa Pamphili nelle scorsa settimana replicando, inutilmente, quella che si era svolta nelle commissioni parlamentari qualche settimana prima.

Ma – forse ignaro del fatto che gli ‘stati generali’, sia pure riuniti in tre camere separate, venivano convocati congiuntamente perché gli ‘stati’ si ascoltassero reciprocamente e deliberassero sulla richiesta del sovrano di nuove tasse, gabelle e tributi – Conte li ha ascoltati separatamente e in modo paludatamente notarile: nessuno ‘stato’, dai sindacati dei lavoratori, alla confindustria, etc e ai rappresentanti delle regioni, ha potuto incontrare gli altri‘stati’; ciascuno ha potuto godere della compagnia del governo, più o meno al completo, mentre è stato privato di quella della opposizione che ha rifiutato orgogliosamente di fare la processione nella quale, alla fine, sono stati infilati pure architetti, scrittori e cantanti, scelti a gusto del principe in rappresentanza delle ‘menti più brillanti’.

Conte, a suo agio tra quegli splendori nobiliari della villa, si è limitato a segnare i punti di vista manifestati dai partecipanti sul taccuino e si è riservato di presentare a settembre il ‘grande piano economico’ del governo; ma egli si è passato pure lo sfizio di accogliere il presidente della Confindustria, Bonomi – il quale si era permesso di dire, qualche giorno prima, di non vedere una linea di governo all’altezza della situazione – con un benvenuto poco elegante; ha detto che «quando c’è un nuovo insediamento c’è una certa ansia da prestazione politica. Io dal dottor Bonomi e da tutti gli associati mi aspetto un’ansia da prestazione imprenditoriale, è questo il loro scopo … Noi saremo al loro fianco per promuovere il Made in Italy anche all’estero, per sostenere l’export, per aiutarli anche per quanto riguarda la domanda interna, che è in forte calo. Noi ci saremo, tranquilli. Nessun pregiudizio nei confronti della libera iniziativa economica le nostre misure sono proprio per il sostegno delle imprese … Ma vedo che c’è una vena polemica in queste prime dichiarazioni».

In più, Conte ha pure rifiutato ogni responsabilità in merito ai ritardi con cui le decisioni del governo (per esempio quelle sulla cig o sui prestiti alle imprese) vengono implementate: «ammetto ritardi ma non rispondo di carenze strutturali». Questo rifiuto di responsabilità per il passato sarebbe pure giusto e giustificato se egli e il suo governo avessero però un piano per superarle; invece pare che si accontentino di occupare i posti come quello di presidente dell’INPS, etc., a prescindere da ogni direttiva di gestione.

Sarebbe facile ritorcere questa diagnosi di ansia da prestazione proprio verso chi l’ha fatta; sarebbe facile ma non lo facciamo perché è più importante sottolineare come il Presidente Conte, avendo nella sua faretra l’unico argomento, anzi arma, dello statalismo per elaborare questo famoso piano di ripresa per l’economia italiana, non poteva che tentare di sfugggire alle critiche documentate di Bonomi, prima fra tutte quella che «l’Italia sta scegliendo di favorire l’assistenza invece di liberare l’energia del settore privato» mentre non fa nulla per pagare i debiti della P. A. verso le imprese (50 mld.) e per sgravarle dal peso di molti balzelli opprimenti.

La convocazione di questi strani ‘stati generali’, ha favorito un’altra fuga del governo dal gorgo improvvidamente attivato dallo stesso Conte che, cedendo ad ‘alti’ e ‘saggi’ suggerimenti, aveva dato l’incarico di studiare la questione alla task force di Colao & c. (si dovrebbe avvisare che le task force sono quelle che eseguono un piano già definito non quelle che lo studiano).

Dal piano Colao infatti gli è venuta una indicazione del tutto diversa da quella che il governo e Conte si aspettavano: esso infatti ha disegnato un ruolo per lo stato in economia che non è quello del dirigismo statalistico che sta covando il governo bensì quello più importante dello smantellamento delle superfetazioni che hanno appesantito il sistema economico, le relazioni sociali e le stesse istituzioni in Italia – burocrazia e magistratura inquinate dalla politica sistema giudiziario obsoleto; sistema degli appalti pubblici farraginoso e complicato da un codice che, sia pure evitando qualche truffa, in realtà rallenta soprattutto gl’investimenti infrastrutturali – nonché quello della riforma del fisco e quello degl’investimenti infrastrutturali, dall’ambiente al territorio alla scuola alla sanità all’incentivazione della ricapitalizzazione delle imprese che non prevedano azionariato statale, etc.; alla ristrutturazione del welfare e alla riqualificazione della forza lavoro, con qualche attenzione al Mezzogiorno, ancora più decisiva per superare la crisi economico-sociale in atto.

Da quello che sappiamo, alla fine della ‘processione’ Conte ha dato qualche indizio su ciò che intende fare: riduzione dell’IVA, ipotesi subito respinta dal PD, e, grande innovazione, un bonus di € 35.000 a tutte le donne che volessero fare un master di manageriato: com’è sensibile al fascino delle donne! Peccato però che egli abbia dimenticato che il problema da risolvere è un altro, cioè che molti giovani, uomini e donne soprattutto meridionali, non si iscrivono all’università per mancanza di soldi né trovano lavoro.

Per fare tutto ciò servono soldi, sia pure a debito e sappiamo come questo sia già un macigno di Tantalo per liberarsi dal quale qualcuno spera che si possa arrivare agli ‘eurobond’. Ma ora è una pia illusione: il debito comunitario, alla Hamilton, si potrà avere soltanto se prima saranno state fatte le opportune riforme politico-costituzionali dell’UE con la divisione delle competenze tra Unione e stati – senza la quale non potrà essere evitato l’errore commesso quando fu istituita la moneta unica – e quindi con un vero bilancio

comunitario, fondato su un potere impositivo diretto, e una BCE con funzioni di vera banca centrale.

Chi invoca un nuovo Piano Marshall per la ricostruzione deve ricordare che, nel 1949, i capitali a fondo perduto agli stati richiedenti vennero motu proprio dall’esterno, dagli Stati Uniti; un piano europeo di ricostruzione deve essere finanziato dagli europei. Quello che allora fu il ruolo degli Stati Uniti oggi nessuno può assumerlo né pensiamo o vogliamo che possa assumerlo la Germania perché, se ciò avvenisse, sarebbe compromessa la possibilità di sviluppo di una vera Unione, tuttalpiù avremmo un lebensraum tedesco.

Si sentono dichiarazioni roboanti come quella del commissario Gentiloni, che parla di fatto storico a proposito del Next generation EU o dichiarazioni ‘ingannevoli’ come quella di Sandro Gozi, europarlamentare del PD – “Con il piano presentato dalla presidente Ursula Von der Leyen, possiamo considerare la giornata di oggi come il vero inizio della legislatura del cambiamento. I 172,7 miliardi del fondo destinati all’Italia, a fronte dei 38,7 della Francia e i 28,8 della Germania, sono anche la migliore risposta a quei sovranisti e neo-nazionalisti italiani che non perdono occasione per attaccare l’Ue, che auspicano l’uscita del nostro Paese e che parlano di Europa a trazione franco-tedesca” – o l’annuncio del “ritorno dello spirito di Schuman” fatto dal presidente dei Popolari al Parlamento europeo, il tedesco Weber.

La realtà è invece rivelata dal successivo ammonimento che lo stesso Weber ha dettato su come si dovranno spendere i soldi e sulle riforme che gli Stati membri dovranno portare avanti come condizione per averli: “Non voglio vedere una Unione indebitata ma ora è necessario investire; il punto per noi è come si investe”. Non contestiamo questo avvertimento: certo i fondi ricevuti non possono essere dilapidati in spesa corrente.

Ma è un avvertimento che conferma che le stesse modalità del piano Next generation EU (750 miliardi di cui 500 a fondo perduto e 250 di prestiti) significano chiaramente che dei 174 mld destinabili sulla carta all’Italia, a fondo perduto in realtà se ne avrebbero solo 27 (detratti i 50 mld che l’Italia dovrebbe versare nei 7 anni del piano per costituire il fondo con contributi diretti e nuove tasse, sia pure europee, ‘Emission trading scheme’, ‘carbon border tax’, ‘tasse sulle multinazionali digitali’, ‘plastic tax’, etc.) mentre i 91 di prestiti dovrebbero essere garantiti da asset reali dello stato e andrebbero restituiti in 30 anni aggiungendosi, comunque, al debito italiano esistente.

Certo, sempre una bella cifra ma anche molto fumo negli occhi perché si dice 80 ma sono 27. Quello che non compare per niente nel Piano e che pour cause, come prima si diceva, non può comparire, è il debito comune europeo.

Del resto questa è stata la conclusione del Consiglio europeo del 19 giugno scorso che ha visto la forte resistenza di molti stati contro l’idea della concessione di sovvenzioni a fondo perduto da finanziare per mezzo di emissione di debito comune. Il rinvio a metà luglio di ogni decisione (e vedremo se e come il Piano Next generation EU sarà approvato dai 27 stati e se diventerà veramente operativo) non promette il superamento di questa opposizione che, come si diceva, è assai fondata.

Il Presidente Conte si dice fiducioso di tale superamento e convinto che, se «la Commissione europea e la Bce non hanno mancato l’appuntamento con la Storia», ora il Consiglio Europeo sarà «all’altezza della sfida e a dare un segnale politico forte». Lui, che è un maestro del compromesso anzi del cambio delle carte in tavola, dice che non gli «piace la formula ‘compromesso’» e che preferisce che «si lavori per una ‘decisione politica ambiziosa’ … perché noi non stiamo lavorando solo per preservare il mercato unico e i nostri interessi comuni; stiamo lavorando per difendere i nostri valori e per assicurare un futuro alle nuove generazioni».

Belle parole, come al solito, cui si aggiungono anche quelle di Sassoli, Presidente del Parlamento europeo, che minaccia di non accettare alcun passo indietro rispetto al piano della Commissione (che farà?): ma, perché si possa passare dalla poesia alla prosa, bisogna che prima si pongano quelle basi politico-costituzionali che facciano dell’UE una ‘più perfetta unione’.

 

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