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Perchè voterò NO al Referendum del 29 marzo

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Articolo di Pippo Rao

In occasione del dibattito sul testo della Costituzione in Assemblea plenaria, Aldo Bozzi, un eccellente costituzionalista liberale che ebbe un ruolo importante all’Assemblea Costituente e fu poi più volte deputato e ministro, accreditò la nostra Costituzione d’un carattere “rivoluzionario”, non perché frutto di una rivoluzione che non c’era stata, ma per il processo rivoluzionario che era chiamata a compiere.

Non ci saremmo aspettati, oggi, che qualcuno potesse pensare di rivoluzionare in senso negativo la nostra Costituzione con l’approvazione della legge costituzionale recante “Modifiche agli artt.56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari.”

La legge, contro cui si terrà il Referendum del 29 marzo, prevede una drastica riduzione del numero dei parlamentari (meno 35,69%), modificando il rapporto Parlamento/Cittadino: per la Camera  ci sarà un deputato ogni 151.210 abitanti anziché  ogni 96.006, e per il Senato ci sarà un senatore ogni 302.420 abitanti anziché ogni 188.424.

Questa pseudo-riforma non solo incide sulla rappresentanza, sulla sovranità popolare e sulla democrazia nei suoi diversi aspetti, ma avvia una spirale pericolosa capace di indebolire il Parlamento, con effetti collaterali sulla rappresentatività di altri organi costituzionali e col rischio di squilibrare il sistema democratico sino a farlo entrare in crisi.

Allargare il bacino territoriale significa restringere la possibilità per i cittadini di rapportarsi col parlamentare di riferimento, ed eleggere meno parlamentari significa anche aumentare il potere delle oligarchie e dei capipartito che potranno controllarli più facilmente.

Il messaggio che i suoi sostenitori hanno provato a fare passare nel Paese è stato che con questa riforma si avrebbero forti economie nella spesa pubblica, quando invece si tratterà di un risparmio appena corrispondente al costo di un caffè l’anno per ogni italiano, e si realizzerebbe una maggiore efficienza nei lavori del Parlamento, quando invece è fin troppo noto che l’efficienza dipende dalla volontà politica e dalla  compattezza della maggioranza parlamentare.

Insomma, la riduzione dei parlamentari non rafforzerà il Parlamento, aumenterà il distacco fra rappresentanza e territorio, non migliorerà la funzionalità del Parlamento, e invece segnerà un momento di regressione per la democrazia rappresentativa, col rischio di trasformare la forma di Stato in senso autoritario attraverso la riduzione della rappresentanza del dissenso.

Ci si deve chiedere, a questo punto, quale sia il vero obiettivo di questa dissennata riforma.

Alcuni vanno sostenendo, e Van Reybrouck fra questi, che nell’Europa Occidentale viviamo ”una sindrome di stanchezza democratica” causata  non dalla “democrazia rappresentativa ma dalla democrazia rappresentativa elettiva”.

Il problema. Dunque, sono le elezioni!

Ne consegue, allora, che la riduzione dei parlamentari non è altro che il primo passo per la distruzione della democrazia rappresentativa fondata sulle normali competizioni elettorali tra partiti portatori di diverse visioni della società, cui seguirà l’abolizione delle elezioni, non più considerate uno strumento di democrazia, e la loro sostituzione con strumenti diversi: una qualche votazione on line su piattaforme incontrollate o addirittura il sorteggio, strumento livellatore per definizione.

La rivoluzione della Costituzione sarà compiuta con la prossima modifica al primo comma dell’art. 56 che potrebbe recitare: “La camera dei Deputati si compone  di 400 deputati estratti a sorte”.

E, a quel punto, la strada per la fallace democrazia diretta, anzi eterodiretta, sarebbe aperta!
Questo è il vero e grave pericolo che si corre, se al Referendum del 29 marzo vincerà il SI.

Ed è per questo che IO Voterò NO!

 

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