Se Conte non chiede a Draghi di gestire il Recovery sia il capo dello stato a farlo ragionare

Se Conte non chiede a Draghi di gestire il Recovery sia il capo dello stato a farlo ragionare

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SE CONTE NON CHIEDE A DRAGHI
DI GESTIRE IL RECOVERY
SIA IL CAPO DELLO STATO
A FARLO RAGIONARE
Ci sono due modi, apparentemente opposti, per valutare i contrasti che hanno portato il Governo a un passo dalla crisi e il Paese sull’orlo del baratro. Il primo è confrontare queste tensioni con la situazione degli italiani, stretti nella morsa prodotta dalla pandemia e dalla recessione e comunque in preda all’ansia e allo scoramento, per dedurne che in un momento come questo, che richiederebbe coesione e unità d’intenti, è da irresponsabili aprire una crisi politica, e per di più dagli sbocchi indefiniti. Il secondo modo, al contrario, è misurare la palese inadeguatezza del Governo, a cominciare dal presidente del Consiglio, e della stessa maggioranza, per arrivare alla conclusione che sarebbe benedetta una crisi che spazzasse via tutti, anche a costo di doversi sobbarcare l’onere di elezioni anticipate. In realtà si può, e si deve, considerare giuste – e persino doverose – entrambe le letture, che alla fine risultano non solo compatibili, ma persino sommabili. Vediamo perché.

 

Non c’è dubbio che l’emergenza che stiamo vivendo richieda non solo l’esistenza di un esecutivo purchessia e di una maggioranza parlamentare che lo sostenga purché resista, ma anche che l’uno e l’altra risultino minimamente all’altezza della sfida. Ora, il Conte2 nato per sconfiggere e isolare Salvini ed evitare – come auspicavano quasi tutte le cancellerie europee – che il micidiale cocktail di sovranismo e populismo italico si saldasse con le analoghe correnti continentali, magari con il sostegno di qualche superpotenza nemica dell’Europa, è stato ed è capace di fronteggiare questa emergenza, almeno quel tanto che basta a guadagnarsi una sufficienza stiracchiata? Chi legge da tempo TerzaRepubblica sa che la mia personale risposta, pur avendo auspicato la nascita del governo giallorosso come “male minore”, è sempre stata negativa, fin dall’inizio di questa maledetta storia del Covid. A partire dall’incongruenza di decretare lo stato di emergenza il 31 gennaio e accorgersi che il virus stava circolando solo un mese più tardi. E poi al cospetto del Conte che si pavoneggiava di aver indovinato la ricetta miracolosa con il lockdown generalizzato mentre si sommava uno dei peggiori risultati di contrasto al Covid – risultato poi ancor più evidente con la seconda ondata pandemica – con una delle peggiori cadute del pil di tutto l’Occidente. Senza contare le forzature istituzionali ripetute e intollerabili prodotte dall’uso indiscriminato (e inutile) dei dpcm piuttosto che dall’accentramento di poteri commissariali più diversi in un’unica mano. Fino alla insopportabile sceneggiata degli Stati Generali – del cui chiacchiericcio non è rimasto nulla (oserei dire per fortuna) ora che si sta mettendo mano ai progetti di resilienza e ripresa – e all’attuale bagarre politica sul MES e sul Recovery. Basterebbe dunque la rilettura di questa agenda 2020, riassumibile nel concetto sbrigativo ma efficace “usiamo il Covid come scudo per tirare a campare”, per trarre la conclusione che la crisi di governo avrebbe una giustificazione a dir poco larga.

 

Tuttavia, non meno valore ha la preoccupazione di veder precipitare il Paese in un vuoto fatale, proprio mentre l’Europa ha definitivamente deciso di mettere sul tavolo qualcosa come 1250 miliardi – di cui la quota maggiore, il 17%, è destinata all’Italia – per risanare, rilanciare, modernizzare e trasformare i sistemi sanitari e socio-economici dei paesi dell’Unione e abbozzare un nuovo passaggio del suo lungo e tortuoso processo di integrazione. Questo spiega le pressioni su Conte, specie da parte di Angela Merkel e Ursula von der Leyen, per evitare che Roma faccia passi falsi – e una crisi di governo ai loro occhi sarebbe tale – consapevoli come sono che l’impalcatura europea non reggerebbe se proprio il paese per il quale più di ogni altro sono stati immaginati gli interventi Ue dovesse fallire sul Recovery. In Europa si osserva con ansia mista ad irritazione sia che l’Italia si sia fin qui rifiutata di prendere i 37 miliardi del MES pur avendo uno dei sistemi sanitari peggiori, sia che abbia predisposto solo una bozza del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, sulla base del quale ottenere e poi spendere i soldi del Next Generation Eu, mentre altri – la Francia per esempio – hanno già progetti dettagliati. Senza contare che non sfugge il fatto che nelle 125 pagine del documento molte proposte restano così vaghe da risultare, più che altro, parole d’ordine, e che la governance – task force, Cipe, ministero ad hoc, e così via – sia ancora tutta da definire.

 

Ecco perché il governo Conte è politicamente morto ma formalmente vivo, e rischia di durare ancora. Ed ecco perchè l’ennesima intemerata di Renzi, pur risultando sgradevole non fosse altro perché perpetuata dal Gran Antipatico, è inattaccabile nel merito. Solo che – come hanno fatto rilevare all’unisono Giorgio La Malfa, Giovanni Orsina e Mario Baldassarri nella War Room di giovedì (guardala qui) – così siamo di fronte ad un gatto che si morde la coda. Perchè l’esecutivo è palesemente inadeguato ma né chi lo guida né chi lo sorregge ha il coraggio e quel tanto di leadership che servirebbero a cambiare musica (e magari anche direttore d’orchestra e orchestrali), mentre l’alternativa – il centrodestra – mostra limiti e spaccature che non le farebbero superare l’eventuale prova del budino. E in un quadro così sbrindellato, come dice Orsina, anche il tanto evocato governo di unità nazionale – pure da me, se è per questo – faticherebbe a nascere e comunque a sopravvivere.

 

La Malfa non si da pace nel vedere Conte così avviluppato nel suo egotismo da non capire che se accogliesse il suggerimento di creare un soggetto ad hoc per il Recovery mettendolo nelle mani di Mario Draghi – secondo la logica che a situazione eccezionale (i 209 miliardi che arrivano dall’Ue sono più di quanto ci arrivò con il piano Marshall, con cui creammo il “miracolo economico” nel dopoguerra) deve corrispondere risposta eccezionale – non solo farebbe il bene del Paese ma assicurerebbe a se stesso una copertura politica tale da consentirgli di arrivare a fine legislatura e opzionare un ruolo per il domani. Ma non c’è da stupirsi. Per far questo, ci vuole coraggio e lungimiranza. Doti che all’avvocato solipsista mancano del tutto. Così come mancano ai 5stelle per tagliare il cordone ombelicale con l’origine grillina e diventare finalmente un partito. E al Pd per respingere senza paura al mittente le tentazioni populiste, una volta per tutte, dismettendo i penosi balbettii usati fin qui fingendosi i custodi della responsabilità istituzionale.

 

Tuttavia, lo spazio per imboccare la strada giusta, seppur stretto, ci sarebbe ancora. Una volta chiusa, possibilmente senza incidenti di percorso, la legge di Bilancio, Conte potrebbe dimettersi, salire al Quirinale e formare un nuovo governo con una squadra rivisitata e, soprattutto, un progetto politico che abbia al centro l’adozione di una struttura che risponda agli indirizzi dell’esecutivo ma operi con efficienza manageriale – come, spiega La Malfa, prescrisse Roosevelt per la Tennessee Valeey Authority e che nel 1950 De Gasperi con il decisivo supporto di Menichella, governatore della Banca d’Italia e già direttore generale dell’Iri, adottò per la Cassa del Mezzogiorno – affidata all’italiano che al cospetto dell’Europa garantisce l’affidabilità assoluta nella spesa dei 209 miliardi del Next Generation Eu e di conseguenza incarna la sostenibilità del nostro debito, che verrebbe meno se l’operazione Recovery dovesse fallire, portandoci al default. Ma siccome dubito che Conte conosca la storia e che abbia la modestia di impararla attraverso chi gliela può raccontare e spiegare, la possibilità che tutto questo accada è unicamente affidata al fatto che qualcuno glielo “imponga”. Ed è fin troppo evidente che l’unico che, per ruolo, carisma e influenza diretta sull’avvocato miracolosamente elevato a premier (in realtà è solo presidente del Consiglio, ma si comporta come un super premier dotato di poteri assoluti), è il Capo dello Stato.

 

Lungi da me tirare Mattarella per la giacca. Ma so che il Presidente è molto preoccupato per come si sono messe le cose e sono sicuro che anche a lui, giustamente sempre così attento a non varcare i confini che delimitano le sue competenze, non sfugga che l’eccezionalità della situazione e il suo pericoloso protrarsi nel tempo, prima o poi richiederà un altrettanto eccezionale intervento per favorire decisioni che da sole non maturano. E sia detto con assoluta deferenza, caro Presidente, se il dilemma non è più il se ma il quando, prima è e meglio sarà per tutti noi.

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