CORTINE FUMOGENE SULLA GIUSTIZIA

CORTINE FUMOGENE SULLA GIUSTIZIA

di Giuseppe Gullo

Come è giusto, l’attenzione dell’opinione pubblica è concentrata sulla campagna elettorale agostana e sulle inevitabili polemiche che la caratterizzano. Assistiamo già ad accuse più o meno fondate e a giustificazioni improbabili con le quali gli esponenti dei vari partiti cercano di conquistare la posizione a loro giudizio più favorevole nella difficile partita elettorale in cui conta molto la tattica ed è, purtroppo, determinante ciò che appare rispetto alla realtà dei problemi.

Tutto diventa più difficile da decifrare e le cortine fumogene che hanno il compito di confondere ogni cosa vengono sollevate ad ogni piè sospinto. Il mondo inquieto delle indagini e dei processi, intanto, continua a produrre colpi di scena degni di un grande scrittore di libri gialli.

Alcune vicende, relegate nelle pagine interne dei giornali dalla crisi e dalle elezioni oltre che dalla pandemia e dalla guerra, meritano di essere raccontate. Riguardano procedimenti diversi che hanno però elementi di contatto di straordinario interesse.

Il processo Eni-Nigeria si è chiuso definitivamente con la rinuncia della Procura Generale di Milano all’appello proposto dalla Procura della Repubblica. Già la rinuncia è un fatto straordinario e inconsueto che sottolinea l’assoluta infondatezza degli elementi forniti dall’accusa fin dall’inizio delle indagini, ma vi è in aggiunta una particolare severità e durezza con le quali vengono stigmatizzati i comportamenti processuali della Procura. La Procura Generale scrive di “un appello frutto di una ostinazione accusatoria priva di ogni seppur minimo supporto probatorio, espressione di una idea proprietaria dell’esercizio dell’azione penale, in spregio della inviolabile regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio e soprattutto in spregio della vita, della dignità, delle sorti di imputati tenuti al laccio di un’accusa fumosa e cervellotica da quasi due lustri. Per non dire dell’ipoteca intollerabile sulla credibilità e sulla operatività di una azienda strategica per l’economia nazionale”. Cos’altro sarebbe necessario leggere per avere la certezza che gli obiettivi che si intendevano conseguire non avevano niente da fare con il contrasto all’illegalità? Che cosa sarebbe ancora necessario affinché i titolari dell’azione disciplinare promuovano le doverose contestazioni ai responsabili di simili comportamenti?

Negli stessi giorni la Procura di Perugia ha comunicato di avere richiesto al GIP l’archiviazione dell’indagine conosciuta come Loggia Ungheria per mancanza di sufficienti riscontri che potessero consentire di portare avanti l’inchiesta. Tre quotidiani, prima che la corposa documentazione venisse depositata, hanno pubblicato stralci virgolettati delle motivazioni firmate dal procuratore Cantone e da due sostituti. Immediatamente la Procura di Perugia ha aperto un’inchiesta per scoprire la talpa e, grande novità clamorosa, ha iscritto nei registri degli indagati il cancelliere dell’ufficio come presunto responsabile della delazione. Colpo di scena in quanto non era mai accaduto, a mia conoscenza, che un funzionario venisse indagato per avere fornito illecitamente atti a giornalisti.

Un’inchiesta parallela sullo stesso caso è stata aperta dalla Procura di Firenze alla quale si è rivolto il dr. Palamara dopo avere appreso dalla stampa che la Procura di Perugia, nello stesso atto nel quale chiedeva l’archiviazione del filone principale, aveva disposto ulteriori accertamenti nei suoi confronti con l’ipotesi di corruzione per avere sollecitato interventi a favore di un magistrato siracusano, amico dell’avv. Amara, sottoposto a procedimento disciplinare. Chi ha conoscenza dei meccanismi processuali sa che atti di questo rilievo sono a conoscenza e nella disponibilità di pochissime persone, una o due oltre a chi materialmente li scrive. Non vi dovrebbero essere pertanto grandi difficoltà ad individuare la provenienza della “soffiata” dopo avere, beninteso, ottenuto i necessari riscontri.

Ma è a questo punto che scoppia la bomba atomica. Il cancelliere indagato, tal Guadagno, avrebbe fatto sapere ai legali di Palamara di essere in possesso della trascrizione dei colloqui intercorsi tra l’ex Presidente dell’ANM e l’ex Procuratore di Roma Pignatone nel corso della cena famosissima nella quale il trojan inserito nel cellulare di Palamara venne disattivato, si disse. Altro che Holmes o Poirot, sarebbe necessario chiamare il mago Merlino o far rivivere Tiresia per dipanare un mistero che sarebbe veramente impenetrabile, vale a dire l’esistenza di un atto di cui tutte le procure interessate hanno sempre negato l’esistenza e sul cui contenuto si sono fatte mille congetture e impiantate altrettante fantasie. Il cancelliere indagato è un volgare millantatore che cerca di speculare sulle disgrazie dell’ideatore del sistema che gestiva il potere giudiziario? Riteneva, molto ingenuamente considerato che si tratta di un funzionario molto esperto, che i legali dell’ex magistrato radiato dall’ordine giudiziario fossero dei creduloni? Intanto, da quanto si legge, il Procuratore Cantone ha convocato in tutta segretezza Palamara in una caserma per saperne di più. Se veramente esistesse la trascrizione di cui si dice, nel bel Paese nei quali i misteri , di solito, sono a conoscenza dei pochi intimi (che però si misurano in diverse centinaia), sarebbe lecito pensare che alcuni caveau di banche estere ne custodiscano alcune copie, e che se una di esse fosse davvero nella disponibilità del dr. Guadagno potrebbe essere utile consigliargli di non muoversi da casa, di evitare colpi di calore, di non percorrere strade con  traffico intenso e di non mangiare cibi “pesanti”. A Perugia, come nel resto d’Italia fa molto caldo ma, se le supposizioni fossero attendibili, le temperature nelle prossime settimane potrebbero arrivare oltre i livelli di guardia.

In queste afose giornate caratterizzate da violenti scossoni politici, alcune notizie ritornano apparentemente senza motivo. Tra queste, sorprende quella relativa al caso Sarcina, il sottufficiale dei servizi accusato di avere venduto all’avv. Amara il dossier della Guardia di Finanza che lo riguardava prima che esso venisse consegnato ai magistrati inquirenti e cioè le procure di Roma e Messina, quest’ultima retta dal neo procuratore designato di Palermo. Una pennetta USB che conteneva un file con il rapporto di circa 800 pagine che sarebbe stata buttata nelle limacciose acque del Tevere dopo che gli interessati avevano avuto tempo e modo di leggerne e, credo, stamparne il contenuto e soprattutto prepararsi adeguatamente a porre rimedio alle contestazioni in essa contenute. Sarcina è stato arrestato ma l’inchiesta non ha fatto un solo passo in avanti. Non ha mai detto chi gli avesse consegnato la chiavetta né chi fossero i complici e quali coperture avesse all’interno dei servizi e/o fuori da essi. Sarcina, dicono, gestiva per conto dei servizi una ventina di telefoni con schede estere che venivano utilizzati  per evitare il rischio di intercettazioni. Niente di più. Poca cosa, tale comunque da non consentirgli di avere accesso a dossier riservati nei quali erano coinvolti magistrati, imprenditori, politici e personaggi importanti.

Mistero! Ma una cosa non è misteriosa. In tutte le vicende di cui stiamo scrivendo dall’inchiesta miliardaria delle presunte tangenti internazionali, alla fuga di notizie di Perugia, al caso Sarcina, un nome ricorre sempre: Amara, testimone chiave dell’accusa nel processo Eni, millantatore ma non troppo nel caso Ungheria e Palamara, corruttore di agenti segreti nel caso Sarcina. Siracusa caput mundi? Così sembrerebbe ma in Sicilia, si sa, non tutto è come appare.

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