IL PD, TRA MILITANZA E MOVIMENTISMO: IL CASO DE LUCA

IL PD, TRA MILITANZA E MOVIMENTISMO: IL CASO DE LUCA

di Giuseppe Gullo

Chi segue per passione e interesse la vita politica del Paese ha sicuramente difficoltà a raccapezzarsi di fronte ad alcune notizie apparentemente di difficile comprensione. I fatti sono noti. Su personale indicazione della Segretaria del PD è stato nominato vice capogruppo dei deputati Democratici un non iscritto al Partito, per di più eletto nelle liste di un‘altra organizzazione denominata Demos vicina alla Comunità di Sant’Egidio di ispirazione cattolica.
A essere sostituito nella carica è stato un deputato campano figlio del Presidente di quella Regione. Non conosco né ho mai sentito parlare il giovane De Luca e non sono pertanto in grado di dare alcun giudizio sulle qualità politiche di cui è sicuramente dotato. Diffido tuttavia di coloro che assumono importanti cariche in quanto “figli di” e giudico negativamente la pratica abbastanza diffusa in tutti i partiti di lanciare nell’agone politico parenti e affini utilizzando il potere che si detiene all’interno e/o all’esterno di essi. Questa “debolezza” è, a mio avviso, un punto critico, il tallone d’Achille di un politico di spessore quale ritengo sia il Presidente della Campania, che, a mio giudizio, è una persona colta, caustica, gradevolmente polemica e ironica, di grande esperienza e buon senso maturati sul campo. E’ stato un Sindaco molto amato e capace di restare in sintonia per lungo tempo con i suoi amministrati. Questo non avviene mai per caso ed è sempre il risultato di efficienza, serietà, onestà e buona amministrazione. Con in più il fatto che il territorio nel quale opera ed ha operato il Presidente De Luca non è esattamente il Paradiso in terra, dal punto di vista sociale e della presenza della criminalità comune e organizzata. Un politico di questo livello avrebbe dovuto resistere a qualunque richiesta di un parente diretto di ricoprire incarichi politici rilevanti, almeno fino a quando fosse rimasto in carica come Presidente. Ma “i figli so’ piezz’e’ core”.
Ciò detto resta lo stupore per la scelta che è stata fatta dalla Schlein e per le ragioni che l’hanno determinata. Quest’ultimo episodio ha dato vigore alla già agguerrita schiera di oppositori interni ed esterni della neo segretaria. Si tratta sicuramente di un fatto rilevante sebbene di gran lunga minore rispetto a quello del voto delle amministrative che ha visto il PD pesantemente sconfitto anche in Comuni con una radicata tradizione di giunte di sinistra e, in qualche caso, con sindaci uscenti giudicati esemplari amministratori. I partiti sono disposti a metabolizzare tutto o quasi ma non i risultati elettorali negativi. Essi sono sintomatici di gravi patologie e creano immediatamente panico e incertezza del futuro, sui quali si innestano subito le volontà di rivalsa e le preoccupazioni politiche sincere e fondate. Così è nata la Segreteria Schlein con l’anomalia di una vittoria segnata da una netta sconfitta tra gli iscritti e un’altrettanta netta vittoria tra i simpatizzanti non iscritti.
Non è facile dare plausibili giustificazioni a un tale meccanismo che mette sullo stesso piano chi ha fatto apertamente e consapevolmente una scelta militante e chi non l’ha fatta e non pensa di farla. Questo crea i presupposti di contrasti e differenziazioni del genere di quelli cui assistiamo. La scelta di indicare come vice capogruppo un non iscritto, addirittura dirigente di un altro partito che ha la stessa radice etimologica di quello democratico ma che fa riferimento ad altra organizzazione, la Comunità di Sant’Egidio, è dirompente. Il partito erede del PCI e del PDS, che ha al proprio interno una componente di cattolici democratici dalla quale provengono il PdR in carica e gli ex Presidenti del Consiglio Letta, Renzi e Gentiloni, ha sempre avuto un legame organico coi gruppi parlamentari. I nomi di capogruppo del passato ne sono la testimonianza : Togliatti, Longo, Natta, Napolitano, per citarne alcuni. Recidere questo cordone ombelicale significa, a mio giudizio, che s’intende privilegiare un modello di organizzazione aperta e movimentista rispetto a quella tradizionale che abbiamo conosciuto. Se è così la scelta della Segretaria ha una logica ed una coerenza evidenti.
Necessario corollario è l’accettazione della libertà di voto e l’inesistenza di vincoli di “disciplina” di gruppo. Se vogliamo andare avanti su questo piano è necessario considerare che i gruppi parlamentari sono  istituzioni  all’interno di un organo costituzionale, titolare del potere legislativo, nel quale esercitano funzioni di grande rilievo dettagliatamente disciplinate dai regolamenti. I poteri dei gruppi sono di tale rilevanza, anche sotto il profilo della gestione dei finanziamenti pubblici, che è impensabile un conflitto tra Segreteria di partito e Gruppo che non significhi la disintegrazione di entrambi. Non è questo il caso né il momento, sebbene la dichiarazione del neo v. Presidente del gruppo PD alla Camera, contrario a fornire armi all’Ucraina, verta su un tema di grande importanza soprattutto in sede UE dove lo schieramento pro fornitura è ben delineato e coincide con la posizione USA e atlantica. Tra qualche giorno non se ne parlerà più. Ciò che resta è il contrasto profondo nel modo di concepire il Partito tra la Schlein e chi la sostiene e tutti gli altri, in attesa della resa dei conti finale che avverrà tra un anno dopo il risultato delle europee. L’esito del voto sarà decisivo e sancirà in modo definitivo quale sarà il futuro prossimo del PD. In questi mesi i contrasti tra le due anime dei democratici saranno frequenti ma interlocutorie. L’esito è rinviato di 12 mesi.

 

Fonte Foto: https://www.camera.it/

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