L’IMPORTANZA DEGLI “UOMINI SIMBOLO”

L’IMPORTANZA DEGLI “UOMINI SIMBOLO”

di Giuseppe Gullo

La storia è letteratura. Questa definizione, ardita e immaginifica, alla quale mi capita di pensare in queste settimane, mi è sembrata perfettamente calzante leggendo vari contributi pubblicati in occasione del trentesimo anniversario della strage di Capaci.

Letture diverse e talvolta contrastanti di fatti già noti e mille volte ripetuti. Testimonianze “dimenticate”, mai prese nella giusta considerazione in un coro unanime di elogi, rimpianti, recriminazioni e… lacrime di coccodrillo.

È certo che non avremo mai né la verità giudiziale né quella storica ma tante verità, per l’appunto letterarie, ultima ,in ordine di tempo, quella che accredita la pista del terrorismo neo-fascista. Sembra comunque certo che i primi e più agguerriti nemici di Falcone erano i suoi vicini di stanza del Palazzo di Giustizia di Palermo. I corvi che volavano su quei luoghi erano quanto meno assatanati dall’invidia verso il collega più noto e giustamente coccolato dai media.

Falcone era andato via da Palermo, chiamato al Ministero da Martelli che, forte di una pluriennale esperienza fatta nel PSI palermitano che aveva guidato per volontà di Craxi e che lo aveva eletto al Parlamento, aveva capito che era necessario allontanarlo dalla capitale siciliana e utilizzare le sue conoscenze e la sua esperienza per far fare un salto di qualità alla lotta al fenomeno mafioso. Brillantissima intuizione anche in vista della creazione della Direzione Nazionale Antimafia, auspicata da Falcone, alla cui direzione il giudice palermitano sembrava essere destinato.

Sembrava, ma non era, in quanto la commissione per gli uffici direttivi del CSM per quell’incarico, a maggioranza,  aveva proposto il procuratore Cordova, molto più noto per le polemiche con il Presidente Cossiga che per la sua attività investigativa. La decisione finale era demandata al plenum dell’organo di autogoverno e non fu mai presa per la morte sopraggiunta di uno dei due candidati. Nessuno può dire come sarebbe finita la votazione del CSM ma è ragionevole pensare che la maggioranza che si era formata in commissione si sarebbe riproposta all’interno del plenum. Forse, chissà!

Quel che è certo è che Falcone venne eliminato allorché aveva lasciato Palermo ed era stato battuto nella prima votazione per la nomina a Procuratore antimafia. Perché? Era più debole? Era più esposto fuori dal territorio nel quale la mafia dettava legge? Stava per rendere pubblici fatti e legami tra mafiosi e politici? Non lo sapremo mai, e queste vicende saranno ancora per molto tempo argomento di ricerca, di analisi e di congetture più o meno in buona fede.

È tutto molto complicato e di difficile comprensione. Il fenomeno mafioso certamente lo è, e forse la lettura che di esso diede Falcone nella famosa intervista a Marcelle Padovani sei mesi prima della strage fu la svolta clamorosa e fondamentale per capire le trasformazioni che aveva subito cosa nostra e le sue profonde ramificazioni negli affari e nella politica.

Qualcuno ha accostato il metodo Falcone a quello utilizzato in America a cavallo tra le due guerre mondiali per sconfiggere la potente criminalità organizzata, prevalentemente Italo-americana, che ispirò libri e film che hanno fatto la storia del cinema. Per l’appunto, la storia come letteratura.

In Italia nacquero subito le fazioni pro e contro il nuovo metodo investigativo, nella magistratura, nei partiti, nel Csm. Non credo nell’opinione pubblica, che invece era in grande maggioranza schierata al fianco degli investigatori, con grande lealtà e ammirazione.

Vi furono anche quelli che Sciascia definì, in qualche caso sbagliando indirizzo, i professionisti dell’antimafia, impegnati a sfruttare per utilità personale il diffuso sentimento popolare di condanna del fenomeno mafioso. Gli oppositori della nuova antimafia vi furono allora e vi sono ancora e continuano a intorbidire le acque, a immaginare grandi complotti fondati sul nulla, a esercitare pressioni indebite,avendo spesso ascolto nelle stanze del potere, come emerge dal caso Montante.

Vi è materia per narrazioni coinvolgenti piene di colpi di scena, di logge segrete, di amici degli amici, di tradimenti e di eroismi, di capi dei capi ingobbiti e impomatati, di omicidi efferati edi servizi deviati. Storie che diventeranno leggenda. Di questi miti abbiamo bisogno per continuare a credere in una società migliore, nella quale le nuove generazioni trovino Istituzioni forti in una democrazia compiuta e matura che si sia liberata dalle tante ombre e insidie che l’hanno attraversata. Eroi che abbiamo conosciuto e abbiamo visto combattere e morire per difendere ciò in cui credevano. Leggende che ancora oggi ci aiutano a vivere.

Il secolo breve 1914-1991, come l’ha definito Hobsbawm, ha conosciuto: la ”morte di Dio”, secondo la drammatica dichiarazione di Nietzsche, con la più grande crisi nella storia plurimillenaria del cattolicesimo, che aveva promesso all’uomo l’immortalità; la nascita e la morte dell’utopia comunista e con essa della speranza di milioni di uomini in tutto il mondo di una società senza classi sociali; due sanguinose guerre mondiali con centinaia di milioni di vittime e la minaccia nazista sull’Europa insieme alla tragica visione della distruzione nucleare; la guerra fredda e poi la caduta del muro, la fine dell’URSS e la sua rinascita sotto altre forme; l’ingresso sulla scena mondiale della Cina e il mutamento degli equilibri economici; il pianeta sempre più squilibrato con i paesi poveri sempre più in difficoltà, mentre la grande opulenza dell’Occidente cresce a dismisura; la tecnica che ha modificato la società, i rapporti interpersonali e la conoscenza; un nuovo interesse per la salute del pianeta e dell’ambiente; e per finire, la pandemia nella quale siamo ancora immersi e la guerra che oggi infiamma l’Europa.

Gli eroi, gli uomini simbolo, restano comunque al centro di tutto e costituiscono la speranza che ci aiuta ad andare avanti.

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    Antonio Urzì Brancati 6 mesi

    Analisi perfetta. La mia perplessità: questi uomini sono diventati simbolo del potere politico e della magistratura. Sono additati al popolo in maniera deviata e contorta. Sarebbe molto importante additare agli uomini i simboli insieme alla verità. La “verità” dei politici e dei magistrati deturpa i simboli e li rende loro strumento da usare con il solito disprezzo e con la solita arroganza. 

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