LA FINE DELLE GUERRE È COMPITO DELLA POLITICA

LA FINE DELLE GUERRE È COMPITO DELLA POLITICA

di Giuseppe Gullo

È molto difficile mantenere serenità e fiducia nel futuro se solo ci si ferma un momento a riflettere sui mille drammi quotidiani di cui si è informati. Alle tragiche immagini degli scenari di guerra si aggiungono quelle brutali degli attentati nei quali assassini spietati sparano contro persone inermi. Guerra anch’essa, cui seguiranno altre azioni altrettanto efferate in una spirale che sembra non avere mai fine. L’impeto di reagire e protestare in ognuno di noi è fortissimo, quasi quanto la consapevolezza che non servirà a nulla. Esso, tuttavia, è doveroso poiché corrisponde a una spinta etica ed alla necessità di affermare, sempre e comunque, che non può essere la forza a comandare i destini dell’umanità. Il dubbio, tuttavia, nasce e si rafforza al pensiero che anche chi progetta e approva queste azioni e chi le esegue è un nostro simile a noi, ha figli, fratelli, persone alle quali è legato, sentimenti, bisogni, sofferenze come tutti.
Nella gran parte dei casi coloro che combattono, uccidono o si fanno uccidere sono profondamente convinti di farlo per una giusta causa, di essere senza dubbio dalla parte della ragione. Gli ebrei pensano di lottare per la loro sopravvivenza e per difendere il diritto ad avere una Patria. La loro storia millenaria è costellata di persecuzioni e di milioni di morti. I Palestinesi combattono per difendere la terra che hanno sempre abitato, le loro tradizioni, la loro religione, insomma la loro stessa esistenza. I miliziani di Hamas hanno colpito e ucciso migliaia di persone senza pietà. La risposta di Israele è stata di una violenza esponenziale e continuerà a lungo con molte migliaia di morti.
Chi potrà mai persuadere l’una o l’altra parte che la guerra è un errore e causa solo morte? Non è un po’morire anche non avere la libertà o vivere nel continuo pericolo di rappresaglie e di violenze? È vivere se si è privati dei diritti fondamentali? Il popolo africano o indiano o della più sperduta zona del globo che combatte per affrancarsi da chi sfrutta le risorse del suo territorio e la forza lavoro non persegue un obiettivo giusto? Ma, ciò che appare tale a chi osserva da lontano, non lo è per chi è perseguitato per motivi religiosi o di razza o di etnia. La realtà è multiforme e l’uomo ne è l’immagine. Ha ragione il Presidente francese, che rappresenta l’unica potenza nucleare europea, a chiedere di intervenire militarmente in Ucraina ben sapendo che ciò porterebbe ad un’estensione del conflitto? O hanno ragione coloro che impediscono a giornalisti e intellettuali di parlare in pubbliche assemblee in quanto in odore di sionismo? O ancora quelli che chiedono che si fermi l’industria bellica, il cui fatturato ha raggiunto cifre da capogiro? Mille domande e altrettante risposte tutte plausibili, ragionevoli, argomentate. Intanto il mondo brucia da nord a sud. L’unica “ragione” vera sembra essere quella delle armi davanti alla quale ogni altra cede.
Quale consuntivo può fare, alla fine del suo ciclo, la generazione nata dopo la seconda guerra mondiale che ha vissuto il più lungo periodo di non belligeranza nella storia del vecchio Continente, nel quale  l’Occidente ricco e progredito non ha conosciuto dentro i propri confini la guerra, ma non è stato in grado di evitarla e in alcuni casi l’ha anche promossa ? Quello del “secolo breve” è stato pieno di chiaroscuri. Le molte decine di milioni di morti delle due guerre più cruente non potranno mai essere cancellate dai grandi progressi e dalle trasformazioni in meglio delle condizioni di vita di miliardi di persone.
Nella seconda metà del secolo scorso la qualità e le condizioni complessive di vita delle popolazioni che vivono nella parte più ricca del mondo hanno avuto una tale trasformazione da far dire a molti, fondatamente, che in pochi decenni si sono raggiunti traguardi mai neppure sfiorati nei secoli passati. Gli storici si occuperanno di definire i contorni dei decenni successivi. Ma è altrettanto vero che i conflitti sanguinosi, le ingiustizie, le sopraffazioni, gli sfruttamenti delle popolazioni povere non sono per nulla diminuiti. È questo il destino del Pianeta? Ad un ciclo relativamente tranquillo e prospero, farà seguito inevitabilmente una nuova apocalisse? Sembriamo tutti prigionieri di eventi ineluttabili contro i quali non abbiamo possibilità di difesa. Dobbiamo rassegnarci? Nel 1932 l’Onu chiese ad alcuni grandi intellettuali di dare una risposta all’interrogativo: “perché la guerra?” Freud rispose che l’istinto aggressivo dell’uomo è sempre pronto a riemergere e quando si verifica una causa scatenante esso assume il sopravvento rispetto alla razionalità. Einstein auspicò ciò che non è avvenuto e cioè la formazione di una forza multinazionale dotata di poteri di intervento tali da impedire i conflitti. Nessuno né prima né dopo ha potuto indicare un rimedio contro il flagello che falcidia il genere umano da sempre. Dovremo piegarci ed accettare l’idea che la guerra è nel DNA del genere umano e che da essa prima o poi non si sfugge?
Vi è forse una sola speranza che non sia così e cioè che la Politica assuma quella funzione che sembra avere smarrito: di essere veicolo di pace, di benessere, di composizione pacifica dei conflitti in un mondo che ha bisogno di questo. Utopia? Probabilmente si. “Spes ultima dea” per continuare a vedere una luce in fondo al tunnel.

 

Fonte Foto: FlickrMarco PeckerCC BY-NC-SA 2.0 Deed

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