LA NUOVA LEGGE ELETTORALE MANIPOLA LA VOLONTÀ POPOLARE

LA NUOVA LEGGE ELETTORALE MANIPOLA LA VOLONTÀ POPOLARE

di Giuseppe Gullo

     La conclusione dell’iter parlamentare della legge elettorale, fortemente voluta dalla Presidente del Consiglio, inasprisce lo scontro tra opposizione e maggioranza e di fatto lo sposta nell’aula della Consulta. La partita è tutt’altro che conclusa e sono ipotizzabili diversi scenari tra loro del tutto contrastanti. La tentazione di fare fughe in avanti per costruire ipotesi futuribili è forte. I fatti potrebbero smentire in tutto o in parte gli scenari immaginati a fronte della concretezza della situazione politica e dell’attività che si svilupperà nei prossimi mesi che sono comunque molto vicini alla scadenza elettorale naturale o anticipata.
     Qual è il giudizio politico sulla legge appena promulgata dal PdR che, con scarsa immaginazione, è stata chiamata stabilicum o melonellum, giusto per continuare la “novità “ introdotta dal prof. Sartori di usare il latino maccheronico per definire ironicamente il pessimo vezzo della politica italiana di mettere mano continuamente e inopportunamente a modificare le regole che trasformano in seggi i consensi ricevuti dai partiti?
     La nuova legge contiene un peccato originale che non consente di esprimere su di essa un giudizio positivo nonostante alcune novità sicuramente apprezzabili. Il premio di maggioranza, che assegna alla coalizione che ottiene almeno il 42% dei consensi 70 deputati e 35 senatori in più di quelli conseguiti con il voto, è una sostanziale manipolazione della volontà popolare in nome di un inesistente principio di stabilità dell’esecutivo. Proprio la legislatura che si sta concludendo ne è la dimostrazione palese con un Parlamento eletto con il Rosatellum, un mix ibrido di proporzionale e uninominale, con liste bloccate e parlamentari nominati, che tuttavia ha espresso un solo Governo in carica dall’inizio del quinquennio.
     La stabilità dei Governi dipende molto più dal fattore politico piuttosto che numerico che li caratterizza. I due elementi sono sicuramente entrambi necessari ma qualunque maggioranza, anche la più ampia, non regge a lungo se non vi è il collante di una politica condivisa almeno per quanto riguarda i punti più importanti e qualificanti. Si potrebbero portare decine di esempi al riguardo sia nella c. d. prima repubblica che nell’attuale. La stabilità artificiosa del premio di maggioranza è un vulnus dei principi fondamentali della Democrazia Liberale che, per quanto in difficoltà in tutti i Paesi dove è praticata, resta il migliore sistema conosciuto, quello che garantisce le libertà individuali, il rispetto delle regole che lo Stato si è dato e l’osservanza, nella misura possibile, del principio di uguaglianza dei cittadini senza discriminazioni di alcun genere. Nessuna legge può modificare la volontà popolare e nessun principio per quanto importante (e non è il nostro caso) può sostituirsi ad essa.
Ciò detto è innegabile che la nuova legge introduce novità che devono essere considerate positivamente. Essa ha una struttura sostanziale che fa riferimento all’applicazione del sistema proporzionale di cui l’Italia ha avuto lunga e positiva esperienza. Per oltre quarant’anni ciascun partito nelle elezioni politiche conseguiva i seggi corrispondenti ai voti ottenuti. A risultato acquisito, sulla base di un programma condiviso, si formavano le maggioranze parlamentari che esprimevano i Governi garantendo tra l’altro un corretto rapporto tra organo legislativo ed esecutivo di cui purtroppo si è perduta quasi del tutto la portata.
     Dal 1994 in poi è stato un susseguirsi di tentativi più o meno maldestri di sperimentare strade nuove e impervie, laddove sarebbe stato semplice guardarsi intorno per verificare che né il sistema francese del presidenzialismo con doppio turno, né quello inglese dell’uninominale a turno unico, né tanto meno quello americano dell’uomo solo al comando offrono le stesse garanzie del sistema proporzionale espressione diretta e genuina della volontà popolare.
     L’introduzione delle preferenze nella scelta dei candidati è il secondo elemento positivo della nuova legge. Essa consente all’elettore di indicare nell’ambito del partito al quale esprime consenso di scegliere chi ritiene più idoneo a rappresentarlo in Parlamento. Ciò fa sì che si possa ottenere un duplice risultato: attribuire nuovamente all’elettore la facoltà di scegliere, con la conseguente responsabilità, e di selezionare gli eletti non sulla base di criteri di appartenenza, amicizia, devozione, disponibilità e simili ma anche sulle qualità personali e politiche. Ovviamente non si tratta di una “rivoluzione“, posto che il ruolo di candidato sarà assegnato solo a chi avrà particolari requisiti, talvolta non proprio prestigiosi, ma consentirà almeno di evitare in qualche misura che si ripetano fenomeni di occupazione abusiva di alte responsabilità istituzionali. Tuttavia, il mantenimento del voto bloccato per i capilista è l’ennesimo esempio della tutela degli spazi nei quali è vietata la caccia per garantire la sopravvivenza della specie protetta.
     L’elevata soglia del numero di firme necessarie per la presentazione delle liste da parte di partiti non rappresentati in Parlamento si è subito rilevata come un finto scoglio aggirabile attraverso prestiti fittizi di parlamentari a destra e a sinistra che non solo sconcerta ma dà la misura del mercanteggiamento indecoroso e avvilente intorno alla formazione di organi costituzionali.
Il giudizio non è morale bensì rivolto al legislatore che avrebbe avuto il compito di introdurre meccanismi di controllo per evitare il ricorso a mezzucci che ricordano, per chi ne ha memoria, le elezioni degli organismi universitari negli anni ‘60 e ‘70 del novecento.
E quindi, molte ombre di cui una gigantesca, poche luci, molta tattica, poca o nessuna volontà di guardare al futuro per migliorarlo. Si naviga a vista. I tempi però impongono nocchieri audaci e competenti che scrutino l’orizzonte avendo ben chiari la rotta e l’approdo.

Immagine generata con IA (Google Gemini)

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