LA POLVERIERA ISRAELE FA I CONTI ANCHE CON LA GIUSTIZIA

LA POLVERIERA ISRAELE FA I CONTI ANCHE CON LA GIUSTIZIA

di Giuseppe Gullo

Per una volta le gravi tensioni e i forti disordini, che in questi giorni percorrono Israele, non sono conseguenza delle endemiche difficoltà di convivenza tra Ebrei e Palestinesi ma sono tutti interni al complesso mondo giudaico. L’occasione che ha riempito le strade di Tel Aviv e Gerusalemme di manifestanti è stata l’approvazione da parte del Parlamento israeliano della prima parte della riforma della Giustizia preannunciata dal nuovo Governo presieduto da Netanyahu a capo di una coalizione di destra che ha vinto le elezioni politiche del 2022.
La notizia è stata naturalmente riferita con molta evidenza da tutti i media. Maggiori difficoltà vi sono, invece, nell’apprendere l’esatto contenuto delle norme approvate. L’agenzia Ansa riferisce:
Con un testo di 5 righe, è stata spazzata via la “clausola di ragionevolezza”, la possibilità – in un Paese che non ha una Costituzione ma solo Leggi fondamentali – che garantiva alla Corte Suprema di invalidare atti istituzionali giudicati “irragionevoli”. Dal momento che il presidente Isaac Herzog apporrà la propria firma sulla decisione della Knesset, la Corte Suprema avrà dunque le mani legate. Le ricadute della nuova norma sono innumerevoli. Ma – per fare un esempio – basti pensare che potrà tornare al governo come ministro Arieh Deri, leader religioso di peso della coalizione, condannato più volte per reati fiscali e che Netanyahu fu costretto a licenziare dopo l’ingiunzione della Corte Suprema”. Il resto della riforma, che prevede tra l’altro una sorta di immunità penale per il Primo Ministro, è stato rinviato a settembre.
Ovviamente per dare un giudizio approfondito sarebbe necessario avere una conoscenza del sistema costituzionale israeliano e della gerarchia delle fonti. Sarebbe importante sapere se le c.d. Leggi fondamentali sono equiparabili alle nostre norme costituzionali che, com’è noto, prevedono un meccanismo di revisione diverso e più complesso rispetto alle leggi ordinarie. Tutto questo certamente sarà oggetto di analisi di chi si occupa professionalmente di questa materia.  Due considerazioni, tuttavia, di grande rilievo emergono dall’esame di quanto sta avvenendo. La prima riguarda il richiamo a una profezia di qualche anno fa del Cardinale Martini, profondo conoscitore del mondo giudaico, che scelse Gerusalemme come sua ultima dimora. Il Cardinale Gesuita, mancato successore di Ratzinger per motivi di salute, profondo studioso dei Testi Sacri, uomo del dialogo interreligioso, ebbe a dire “Non vi sarà pace nel mondo fino a quando non vi sarà pace in Israele”. Parole drammatiche che rappresentano e fotografano la situazione di uno Stato e dei popoli che abitano la stessa terra e che sono profondamente diversi, vogliono mantenersi tali, sono orgogliosi ciascuno della propria storia e delle loro tradizioni e vivono da separati in casa con i mitra spianati e le spolette pronte per essere innescate. Chi ha visitato Israele sa che la situazione in Terra Santa è realmente esplosiva e non in senso figurato, e che è stato eretto uno sbarramento impenetrabile tra territori controllati da Israele e quelli governati dall’Autorità Palestinese a fronte del quale il ricordo del muro di Berlino, che rappresentò per decenni il simbolo della separatezza violenta, impallidisce. Quale generazione a venire vedrà la Pace invocata dal Cardinal Martini? Occorre essere degli inguaribili ottimisti per pensare che possa accadere nell’arco di una o due generazioni. Tutto questo mentre gli Ebrei ortodossi che non lavorano, non fanno il servizio militare e vengono mantenuti dallo Stato, accoppiandosi tra di loro si moltiplicano e vivono volontariamente in una enclave impenetrabile e incomprensibile.
L’altra questione di grande rilievo dal punto di vista dell’analisi dei principi fondamentali delle Democrazie occidentali, è quella di stabilire il limite entro il quale una maggioranza legittimamente eletta può spingersi per riformare un sistema senza pregiudicare i cardini della Democrazia. Correlata a essa vi è quella dei diritti-doveri delle minoranze parlamentari e popolari. Problemi di grande spessore da sempre. Ancora di più nel momento in cui, come sta accadendo, la mancata partecipazione popolare al voto mette in discussione o almeno riduce e ridimensiona il rapporto elettori-eletti inducendo tanti a parlare di governi delle minoranze.
Vi è chi sostiene che quanto sta accadendo in Israele e, al momento in misura minore, in Italia rappresenti in modo lampante un superamento dei limiti del potere delle maggioranze tale da legittimare il ricorso alla piazza anche in forma per così dire, molto accesa. Sinceramente, l’accostamento di Israele al nostro Paese mi sembra molto audace non solo per le ragioni sopra brevemente indicate, ma soprattutto per il diverso modo di essere di noi italiani rispetto al mondo giudaico-cristiano che ha connotazioni del tutto particolari, perfino difficili da comprendere per chi ha una diversa formazione. Chi è andato in giro per le strade di Gerusalemme ha visto il muro del pianto, ha incontrato ebrei ortodossi, ha visitato moschee e luoghi di studio e/o di meditazione, non può fare a meno  di chiedersi se la difesa e la salvaguardia dei principi del popolo “eletto” siano compatibili con la cultura e la formazione liberale del mondo occidentale alle quali anche menti eccelse provenienti dall’ebraismo hanno dato grandi contributi.
Sul piano sostanziale, se le procedure previste dalla Costituzione, per quanto ci riguarda, vengono scrupolosamente osservate, la maggioranza ha il diritto di portare avanti i cambiamenti che ritiene consoni al programma presentato agli elettori e sul quale ha ottenuto il consenso che la legittima a governare. Le regole vanno rispettate e nello stesso tempo rappresentano una garanzia per tutti, per chi governa e per chi si oppone. Il ricorso alla piazza è un modo di opporsi assolutamente legittimo e democratico, se non supera il limite del rispetto dell’ordine pubblico. Lo è sempre stato in Democrazia ed è giusto che rimanga anche nell’epoca in cui i social sembrano rappresentare la nuova piazza virtuale e senza confini. Peraltro, quando fu varata la riforma del titolo V della Carta, oggi quasi unanimemente ritenuta pessima, qualcuno obiettò che la maggioranza stava superando i limiti consentiti? O, in altro contesto, nel momento in cui sulla spinta emotiva di inchieste giudiziarie. tuttora in buona parte oscure nella loro genesi, fu abolita l’immunità parlamentare che i Costituenti avevano introdotto a tutela dell’indipendenza dal Parlamento, qualcuno fece presente che era una decisione sbagliata?
Se poi s’intende mettere sullo stesso piano quello che accade in Israele sul tema Giustizia con il programma messo a punto da Nordio, a mio avviso, si rischia di prendere lucciole per lanterne.

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