La tragedia ucraina e l’utopia della giustizia mondiale

La tragedia ucraina e l’utopia della giustizia mondiale

di Peppino Gullo

E’ del tutto naturale che davanti alla terribile notizia e alle immagini della guerra che insanguina l’Ucraina ognuno dia un’interpretazione dei fatti passati, presenti e futuri secondo l’ottica del mestiere che fa, della propria formazione culturale, dello schieramento politico e della sensibilità personale.

Per una volta le parole più chiare e univoche vengono dalla politica non solo italiana ma anche europea ed occidentale. I giornali riportano con la giusta evidenza le dichiarazioni del Cancelliere tedesco e del Primo Ministro del Regno Unito insieme a quelle del Presidente della Commissione Europea e del Presidente francese, che stasera avrà ospiti all’Eliseo la Von der Leyen e Scholz. In Italia, con la sola eccezione di Salvini che si è poi in qualche modo corretto, maggioranza e opposizione sono per una volta concordi nella condanna più ferma dell’azione militare russa ed appoggiano senza riserve l’azione del Governo di sostegno al popolo e ai legittimi governanti dell’Ucraina.

Siamo tutti in attesa di sapere se i colloqui per la pace fanno passi avanti concreti e se esiste una reale possibilità di trovare un accordo a breve. L’opzione diplomatica è sempre preferibile e auspicabile in assenza di un significativo ruolo dell’ONU e delle altre organizzazioni internazionali che, in simili occasioni, dimostrano la loro inadeguatezza o, forse, inutilità.

Il discorso è diverso se prendiamo in considerazione le argomentazioni, quasi sempre molto interessanti e documentate, di filosofi, teologi, analisti, studiosi di Storia etc. Si entra in un mare magnum nel quale si rischia facilmente di perdere la bussola.

Alcune analisi mi hanno particolarmente colpito e meritano approfondimento.

Il gesto del Pontefice che si è recato personalmente nella residenza dell’Ambasciatore Russo presso la Santa Sede, con un comportamento di grande umiltà e difforme da qualunque protocollo diplomatico, ha sicuramente un alto valore etico e di disponibilità del Vaticano ad agire come intermediario per contribuire a ottenere la fine delle ostilità.

Nel variegato mondo cattolico vi sono tuttavia voci autorevoli e ascoltate che danno letture diverse, non dell’iniziativa del Papa, ma del ruolo e della responsabilità della Chiesa nei fatti che hanno preceduto il conflitto. “Anche se non abbiamo il coraggio di dirlo con chiarezza, questa guerra in Ucraina è anche nutrita da una lunga inimicizia confessionale tra le Chiese che compongono il mosaico orientale del cristianesimo, il cristianesimo slavo”, scrive Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, in esilio per obbedienza all’ordine del Papa. La Chiesa di Roma, se l’analisi del Monaco è esatta, deve non solo mostrarsi umile con l’invasore ma intervenire direttamente sui propri seguaci per eliminare le ragioni d’inimicizia di cui scrive. Il piano di ciò che può essere fatto direttamente sia per l’immediato, e soprattutto per il futuro, non può essere separato da quanto si intende fare, con grande abnegazione, per porre rimedio a ciò che è avvenuto. Ciascuno, per quel che può, deve fare interamente la sua parte per cercare di evitare che i drammi si ripetano così come è accaduto nella storia dell’umanità. Il ruolo e il peso della Chiesa sono notevoli e possono contribuire a migliorare di molto i rapporti tra i fedeli che sono parte del popolo e quindi tra i popoli stessi.

Vito Mancuso chiede a gran voce all’Occidente una nuova Utopia, nella quale credere e per la quale lavorare rinunciando ciascuno a qualcosa anche in termini materiali. Rileva il teologo che l’arma delle sanzioni è una spada senza impugnatura che ferisce entrambi i contendenti, ed è quindi una ragione in più per chiedere all’Occidente di farsi promotore di questa grande rivoluzione che significa rinuncia a una parte della propria ricchezza e anche del potere che ha esercitato e che da essa, in buona parte, discende. Mancuso ricorda lo sterminio dei Kulaki in Russia per mano di Stalin e il genocidio degli Armeni per mano dei Turchi – che furono riconosciuti, dopo molti anni, dagli Organismi internazionali come crimini contro l’Umanità – per sostenere che se ciò è stato possibile nonostante l’opposizione rispettivamente della Russia e della Turchia, è possibile perseguire la nuova Utopia di una società più giusta.

Con tutto il rispetto e la considerazione per uno studioso che ammiro, osservo che il problema non è quello della condanna per milioni di morti a tragedie avvenute, cosa giusta e apprezzabile; la grande questione che ci sta davanti è come fare affinché simili olocausti non avvengano più. L’uomo non ha imparato in migliaia di anni e può imparare adesso? Non so rispondere ovviamente. So per certo, tuttavia, che se la strada dovesse essere quella indicata di tornare ai mutandoni di lana, che ho usato da ragazzo, e a una società che non esiste più e che nessuno vuole più, la grande Utopia è sconfitta in partenza, senza possibilità alcuna di prove di appello. Se millenni di predominio della Dottrina Giudaico-Cristiana, che si è affermata anche per il principio “ama il tuo simile come te stesso”, non ha condotto a nulla di diverso rispetto ai secoli precedenti, l’affermazione ormai globale del nichilismo e della morte di Dio, l’assoluto predominio del denaro e della Scienza, possono portarci a una nuova e migliore Giustizia mondiale?

Un interrogativo terrificante!

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