L’apoteosi del passato

L’apoteosi del passato

di Peppino Gullo

La lettura dei giornali di questi giorni immediatamente successivi alla riconferma del Presidente Mattarella dà la sensazione di essere tornati indietro di oltre trent’anni in piena prima Repubblica.

I commenti più appropriati provengono da anziani protagonisti di quel periodo traumaticamente stroncato dal tintinnare delle manette concertato dalla Procura di Milano.

Persone cariche di anni ma ancora lucidissime in grado di sviluppare analisi di grande qualità. Uno è l’ex Ministro DC Cirino Pomicino il quale all’arguzia politica unisce lo spirito e la fantasia della sua città d’origine, Napoli. Osserva con compiacimento che la rielezione o la richiamata di Mattarella, come suggerisce di definirla il prof. Zagrebelsky con una disquisizione linguistica che è anche politica, è l’apoteosi della scuola democristiana e dei suoi discepoli.

Come dargli torto? Il Presidente richiamato si è formato in quella scuola, proviene da una famiglia che lo Scudo Crociato lo ha adottato fin dal momento in cui rappresentò i cattolici in politica, agisce con la cautela e la circospezione tipici di quel mondo e, se posso permettermi una chiosa assolutamente deferente, ha la postura e l’incedere di un grande dignitario ecclesiastico. È il porto sicuro che si cercava, lo stabilizzatore, il garante della continuità e dello stato di fatto.

Il suo principale competitore, al di là delle candidature destinate a creare fumo e confusione, è stato Pierferdinando Casini, anche lui di provenienza DC, politico di lunghissimo corso formatosi all’ombra di maestri del calibro di Forlani, adusi a navigare in tutti i mari e con ogni vento sapendo di essere in grado di governare la barca fino in porto.

Immediatamente dietro a fare la regia Renzi, Letta e Franceschini, diversi per temperamento e capacità ma tutti con la stessa matrice democristiana.

Molti anni fa, i giovani militanti di sinistra si ponevano retoricamente la domanda: moriremo democristiani? La risposta trentacinque anni dopo è positiva con l’aggiunta, per fortuna.

L’altro è l’ex ministro Formica, socialista riformista, tra i pochi in condizione di dire chiaramente in faccia a Craxi come la pensasse anche quando ciò che diceva contrastava con l’indicazione del leader. Ebbene, il vecchio dirigente del PSI pesa la caratura dei capi del centro destra e dei 5S mettendo a nudo il poco di politico che c’è nei loro comportamenti, con l’ovvia conseguenza della frantumazione di alleanze fondate soltanto sul tornaconto elettorale.

La verità, secondo me, è che una classe dirigente non s’inventa e che una sola generazione non è sufficiente per ricostruirla. Con un’aggravante non secondaria che nel vuoto di chi ha le qualità per governare e/o amministrare emergono persone assolutamente estranee al mondo della politica che cercano di coprire insufficienze e manchevolezze con la ricerca del facile consenso qualunquistico e privo di contenuti.

Le grandi scuole della socialdemocrazia, del liberalismo, dei valori fondanti della cultura occidentale, in essa compreso il filone cattolico, sono il faro necessario per far tornare la Politica alla funzione che deve avere in una società democratica.

I partiti storici della c. d. prima Repubblica erano pieni di difetti e manchevolezze. Al loro interno, talvolta, si consumavano vendette e sopraffazioni, vi era una parte degli iscritti con motivazioni affaristiche e qualche volta illecite, e si erano via via burocratizzati facendo lievitare i costi del loro mantenimento.

Il PCI aveva una disciplina ferrea per cui il centralismo democratico (sic) imponeva agli iscritti di adottare la linea indicata dalla Direzione Centrale senza possibilità di discuterla e tantomeno contestarla. Era diretto da persone stipendiate dal partito dal quale dipendevano in tutti i sensi e che, per ricambiare il lavoro e la militanza, li mandava in Parlamento o nelle assemblee elettive minori. Aveva una vera e propria scuola di partito nella quale, oltre all’indottrinamento sulle magnifiche sorti del comunismo e della dittatura del proletariato, gli iscritti apprendevano il mestiere di amministrare.

Il PSI, liberatosi dalla subalternità al PCI, era una via di mezzo nella quale coesistevano vecchi retaggi di nostalgie centraliste e prevalenti spinte verso il confronto e talvolta lo scontro, al quale ha pagato l’alto prezzo delle scissioni.

La Dc era un coacervo di posizioni in cui vivevano, rispettandosi, i cattolici democratici, l’associazionismo delle parrocchie con lo sguardo rivolto agli ultimi e agli emarginati, i conservatori e i cattolici tradizionalisti restii ad accettare ogni novità.

I Partiti minori avevano anch’essi un forte ancoraggio ideologico alla dottrina liberale, a quella socialdemocratica e a quella dei movimenti risorgimentali repubblicani.

Tutti, con diverse modalità e forme, selezionavano la classe dirigente fin dalla militanza nei movimenti giovanili fornendo loro elementi di conoscenza ed esperienza che sarebbero stati importanti nei ruoli politici e amministrativi che avrebbero ricoperto.

La distruzione per mano giudiziaria di questo sistema e il messaggio falso e denigratorio che venne inviato al Paese (“partito uguale malaffare”) è stata la premessa di quanto è accaduto e sta accadendo.

Chi scriverà la Storia di questi anni non potrà ignorarlo.

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