
PAULINU E GIUVANNINU: L’ASCESA DELLE ESTREME DESTRE
di Giuseppe Gullo
Paolino Reale da qualche giorno era di pessimo umore. Restava chiuso nel suo studio per ore consultando vecchi libri di storia e facendo continue ricerche su Google e Wikipedia sulla storia dei primi decenni del 900, con particolare attenzione agli anni tra le due guerre mondiali. Era talmente preso da quegli avvenimenti lontani oltre un secolo che aveva modificato anche alcune abitudini che sembravano intoccabili. Non faceva il riposino pomeridiano né usciva da casa ogni giorno alle 17 per andare al Circolo, in piazza, distante pochi minuti a piedi. Intendiamoci, non aveva rinunciato a vedere gli amici per fare quattro chiacchiere. Ci andava più tardi non prima di avere completato la lettura o la ricerca che aveva per le mani.
D’altro canto, sapeva bene che Giovannino Mezzasalma, suo coetaneo, medico personale e amico intimo, se non lo avesse visto arrivare entro le 18, gli avrebbe telefonato per chiedergli notizie. Giovannino era affettuoso e ansioso. Considerava anche il fatto che per fare almeno tre tressette erano necessarie un paio d’ore e alle 19,45 bisognava alzarsi dal tavolo per essere a casa alle 20 per la cena. L’unica soluzione era quella di fare le partite a 21 punti invece che a trentuno, cosa che non gradiva. C’erano poi i loro amici giocatori in attesa che non si lamentavano ma restavano a spasso sperando che il tavolo si completasse. Per rispetto non accettavano l’invito di altri di giocare pur essendo impazienti di smazzare le carte. Giovannino era stato tentato di chiedere il motivo per cui il suo vecchio amico che non ritardava mai più di 5/10 minuti, avesse preso questa abitudine. Non lo aveva fatto nella certezza che Paolino avesse un buon motivo e che sicuramente gliene avrebbe parlato.
Così fu. Un lunedì all’ora di pranzo, Paolino gli telefonò per dirgli di passare da casa sua prima di andare al Circolo perché doveva parlargli: “c’è cosa ? Non ti senti bonu?” “No Giuvanninu, a saluti pari a posto. Ti vurria parrari senza camurrie presenti“.
Verso le 16,30 chiese a Franciscu Manazza, che gli aveva dato un passaggio da casa fino in piazza, di passare dal Circolo e lasciare detto che avrebbe ritardato per una visita e di riferire a Saru Ciocca che non sapeva se avesse fatto in tempo ad arrivare.
Alle cinque meno un quarto arrivò a casa di Paolino. Dopo avere salutato sua comare Lucia, moglie di Paolino, e sua figlioccia Maria, la loro figlia di cui era stato padrino di battesimo, ora ventenne, brillante studentessa di fisica all’università, andò da Paolino che aveva lasciato la stanza dello studio per andargli incontro.
“ chi c’è Paulinu, mi vo’ parrari? A saluti ? Cosi di famigghia? Chi ti passa pa testa?”
“Casa e saluti a posto ppi furtuna. Vulia parrari ccu tia di n’autra quistioni. Chiddu chi sta succidennu accantu a nostra casa, Germania e Francia prima di tuttu, mi duna pinseru. A nostra generazione nasciu dopo a fini da secunna guerra mondiale. Vittimu chiddu chi succidiu dopu. Iu sintii chiddu chi mi cuntò me patri finu o 43 e dopu, cuannu u ficiru prigioneru i tedeschi e si fici du anni di campu di concentramento tra Austria e Germania. Non nni parrava vulinteri. Cuannu iu era ranniceddu e cuminciai a dumannari, mi cuntò tanti cosi terribili e anche bellissimi”.
“Na sira d’estati erumu sittati nta terrazza ‘cca fora: “Paulinu, mi dissi, dopu tri misi di prigionia in Austria era sicuru chi non saria mai turnatu a casa. Non eru abituatu a travagghiari in campagna e non c’ia facìa. Non avìa ciatu, respirava mali, c’era a nivi auta e ‘nte barracchi non c’era mancu na stufa. Ogni matina, cuannu briscia, arrivava un camion e si puttava otto o deci cumpagni. Nuddu turnò ne’ si seppi chi fini aviunu fattu. Era sicuru chi una di ddi matini pigghiavunu a mmia. Era peddi e ossa, avia a tussi e affannu, non sapia zappari, né fari n’autru misteri”.
“Na matina mentri nni purtavunu in campagna, s’avvicinò supra u camion un compagnu e mmi dissi: “signurinu, non siti Don Paulinu Reale, u figghiu du cavaleri? Sautai nta l’aria, pinsai chi stavia dummennu, ccu si rispunni’? Sugnu Cola Bieli, figghiu di Ntoni. Vossia non si ricodda di mia picchì stava tutta a simana a codda e lacini, chi ‘nimali. A Munforti scinnia ogni du simani a duminica matina e tornava nte coddi u pomeriggio. Ppi chistu vossia nnon si ricodda”.
“Ristai comu un babbu, mutu, u vaddai attentamente e mmi ricuddai a facci ma no ccu era. Canuscìa a so patri e caccunu da so famigghia ma a iddu non mmu ricurdava”.
“Cola, ci dissi chiamami Paulinu e dammi I tu. Unni ti pigghiaru? Cuant’avi chi ssi cca? Mmi cunto’ a so storia chi era quasi comu a mia e mmi dissi chi era ‘nta stu campu da na simana. M’avia vistu prima ma non s’avia potutu avvicinari. Stamatina avia vistu unni m’aviunu fattu n’chianari e avia rinusciutu a n’chianari puru iddu. Parrammu tutti u viaggiu, na menz’urata, prima di scinniri mi dissi stati vicinu a mmia. Ddu travagghiu non è ppi vui. V’aiutu iù”.
“Mi salvò la vita, lavorava per due e mi consentì di sopravvivere, fisicamente ma soprattutto psicologicamente. Gli scrivevo le lettere per suo padre e ci scambiavamo confidenze di cui nessuno era a conoscenza. Continuò a darmi del voi. Quando venne trasferito una settimana prima della liberazione, mi sentii perduto. Quando tornai a Monforte lo cercai. Seppi dal padre che era tornato da qualche giorno ed aveva ripreso a lavorare. La domenica successiva venne a casa a trovarmi. Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto a lungo“
“Quando leggo che in Germania i neo nazisti prendono alle elezioni percentuali molto alte e sono in crescita, che in Francia i Lepenisti vengono dati vincenti alle presidenziali da tutti i sondaggi, che in Spagna alle politiche la destra è in vantaggio nelle previsioni di voto e che le Democrazie Liberali sono in difficoltà ovunque, mi appaiono scenari apocalittici per le generazioni future. I nostri figli e nipoti hanno davanti un futuro incerto e inquietante”.
“Ho ripreso a rileggere i miei libri di storia, l’ascesa del fascismo in Italia e la fine della Democrazia, il culto della personalità, il falso efficientismo, la censura e le leggi razziali, le guerre coloniali, i miti fasulli creati dal regime. Mio padre, che era un uomo buono e pacifico, fino a quando si arruolò volontario fu fascista convinto. Lo erano quasi tutti i suoi amici e colleghi di Università, con una sola eccezione a mia conoscenza, Pietrino Saltalamacchia, Socialista, morto giovanissimo. Gli altri per quieto vivere per la maggior parte o per convinzione credevano in Mussolini anche quando superò i limiti invalicabili della soppressione delle libertà fondamentali”.
“In Germania un partito anti Stato e antisistema si mascherò da forza politica parlamentare, vinse le elezioni, conquistò il potere, cancellò tutte le libertà e fu causa del più grande flagello che la Storia ricordi. Decine di milioni di morti, intere nazioni distrutte, fame, carestie, malattie, violenze di ogni genere. Non abbiamo imparato niente! La storia si ripete? Certamente no. Ma fornisce insegnamenti che non dobbiamo ignorare in Italia e nel mondo”.
La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità“( Cicerone)
Immagine generata con IA (Google Gemini)

