RICORDO DI PIERO GOBETTI

RICORDO DI PIERO GOBETTI

di Adalberto Scarlino

Nota di Redazione: Nella notte tra il 15 e il 16 febbraio di cento anni fa moriva in una clinica di Parigi, dove era ricoverato per le lesioni subite a Torino ad opera di una squadraccia fascista, Piero Gobetti, forse il più illuminato e previgente intellettuale liberale di allora, che aveva perfettamente previsto l’involuzione della politica italiana quando ancora intellettuali di ben altra fama non se n’erano accorti.
Il nostro antico amico fiorentino Adalberto Scarlino ne fa ora uno struggente ricordo, riportando anche il testo della lettera scritta a Piero dalla moglie Ada nel momento della dolorosa partenza per potersi curare a Parigi.

     Piero Gobetti ( Torino 19.06.1901 – Parigi 15.02.1926 ), torinese, studente al ginnasio Cesare Balbo e poi al liceo Vincenzo Gioberti, fonda Energie Nuove, il quindicinale che pubblicherà due straordinari numeri unici: il primo sul socialismo, con scritti di Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Guido De Ruggiero, Balbino Giuliano, Rodolfo Mondolfo, Achille Loria; il secondo sulla scuola, con articoli di Manara Valgimigli, Ernesto Codignola, Giovanni Gentile. Il direttore, Piero Gobetti appunto, diventa presto anche critico teatrale per l’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci, mentre stringe rapporti di collaborazione ed amicizia con Felice Casorati e Manlio Brosio. Sul numero d’ inizio novembre 1918 – permettete l’ emozione di chi scrive – una nota in evidenza: nel momento in cui andiamo in macchina giunge la notizia: le nostre truppe a Trento e a Trieste. W l’ Italia.
     Nel 1923 il giovane liberale, da poco sposo con Ada Prospero, viene due volte fermato dalla polizia con l’accusa di “complotto contro lo Stato”; ma questo non gli impedisce di dar vita alla casa editrice Gobetti, i cui libri recheranno inciso in copertina il motto greco “che ho a che fare io con gli schiavi?” e che pubblicherà, tra l’altro, la prima edizione di “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale.
Nel 1924, dopo i decreti del regime sulla stampa, il nuovo giornale gobettiano La rivoluzione liberale, che, tra l’ altro, ha dedicato un numero “alla vita e alle opere di Giacomo Matteotti”, subisce una serie di sequestri, che si moltiplicheranno fino al 1925.
     Tutto ciò non impedisce a Gobetti di fondare, nella sua Torino, alla fine dell´anno, Il Baretti, per il quale ottiene ancora una volta collaborazioni prestigiose: scrivono Benedetto Croce, Emilio Cecchi, Leone Ginzburg, Eugenio Montale, Umberto Saba, Natalino Sapegno; e Gobetti conferma così le sue capacità di tessitore di rapporti tra i migliori scrittori dell’epoca, di animatore di cultura e di promotore di una mentalità liberale.
     Nel novembre del 1925 La rivoluzione liberale è costretta, da un’ingiunzione della questura, a cessare le pubblicazioni. Poco dopo, lasciando a Torino la moglie Ada con il figlio Paolo appena nato, Gobetti va in esilio a Parigi, dove muore nel febbraio del 1926. È sepolto al cimitero del Père Lachaise.
     Postume verranno pubblicate alcune sue opere: Risorgimento senza eroi; Paradosso dello spirito russo, e saggi teatrali, artistici, religiosi raccolti nella Opera critica.
     Giornalista, critico, letterato, politico, oppositore del regime – oppositore di un regime al potere! – restano esemplari di Piero Gobetti il coraggio civile, la lealtà intellettuale, la intransigenza sui principi.
     Scelgo ancora una volta per voi, amici lettori un documento di straordinaria intensità: le parole scritte per Piero dalla moglie Ada nei giorni della partenza per l´esilio.

Oggi ti ha colto un’ombra di mestizia: è cosa tanto triste abbandonare la patria. Per molto tempo udire e parlare una lingua straniera, non più vedere gli amici coi quali, per una lunga comunanza di lavoro e di idee, ci si sente cosi bene, affrontare una nuova mentalità, un nuovo mondo senza dubbio molto diverso dal nostro.
Certo – senza nessuna retorica – tu senti molto profondamente l’amore per la tua patria. Sei intimamente, indissolubilmente radicato alla tua terra. Ho visto quest’estate a Londra con quanto amore ti sei chinato sull’umile vita della Little Italy. Là, nel quartiere povero e sudicio, carico di miseria, di bestemmie e di canzoni hai sentito la voce della patria e ritornando negli «ipocriti» quartieri tutti lucidi e lindi, con la generosità della razza hai giudicata egoista la grande città che gli umili, i miseri ha confinato alla periferia, come nuovissimo ghetto.
Ho sentito anch’io la ribellione per questo destino di miseria del nostro popolo, eternamente umile e oppresso, incapace di una superiore dignità. Ho versato lagrime di commozione nella piccola chiesa, cosi simile a una povera chiesa di villaggio – dinanzi all’umile vecchio col volto segnato dalle fatiche e dalle pene che pareva chiedesse alla Vergine rosa e azzurra un conforto ai suoi mali – e mi è parso di intendere tutto l’infinito enorme dolore secolare del popolo nostro, ancora e sempre povera e oppressa plebe.
Eppure, io non sento la patria: sono nata da razze diverse di zingari e di esuli ed ho nel sangue la passione dei nomadi e mia patria è il vasto mondo. Ma in quel momento mi sono sentita tutta e solamente italiana. Cosi grande è dunque la magia della terra in cui si è nati, della lingua che prima abbiamo imparata?
Ma tu non hai nessuna ansia di vagabondaggio: tutto il tuo spirito è la negazione dello spirito nomade e errante. Gli altri popoli, gli altri paesi ti interessano, ma come pura esperienza culturale, per poi ritornare alla tua terra con immutata fedeltà, con gioia di ritrovamento e di tenerezza.
Il tuo cuore è qui e staccartene è come strapparti da qualcosa di vitale.
Oh, ma noi non andremo lontano per dimenticare o diffamare il nostro paese: come è santo e giusto il tuo sdegno per coloro che possono anche solo pensare di farlo! Qui possiamo criticare acerbamente, usare la frusta, giudicare, imprecare anche e qualche volta sentirci isolati e solitari. Ma laggiù non dimenticheremo questa patria che pure non ci ha dato altra libertà che quella dell’esilio volontario, non rinnegheremo i fratelli nostri che pure ci hanno fatto del male.
Se qui ci sentiamo europei, a Parigi ci sentiremo soprattutto italiani. E sarà questa la nostra dignità. Ciò che noi faremo o diremo non sarà pedissequa imitazione di cose o parole francesi, ma avrà alta la sua impronta di italianità. Poiché qui più nulla possiamo fare, lavoreremo là per fare la nostra patria rispettata e stimata dagli altri popoli.
La passione politica non farà mai velo alla nostra coscienza. Perché a noi poco importa di riuscire, di realizzare: ma assai più di essere sempre e dappertutto noi stessi.
Forse dopo un poco la nostra posizione di intransigenza ci renderà isolati e avversati anche là. Ma non per questo accetteremo dei compromessi. È forse troppo orgoglio pensare che la via giusta è sempre quella più combattuta e difficile?
Nostro figlio sarà italiano: imparerà la lingua, le favole, le canzoni della patria lontana. Imparerà ad essere orgoglioso delle sue tradizioni di gloria, imparerà a non rinnegare – di fronte agli stranieri – anche quelli che la sua coscienza di uomo libero e moderno sentirà come nemici. E quando saprà giudicare vedrà quanto poco la nostra sia stata una fuga e intenderà che se combattere qui fosse stato utile e possibile, qui saremmo rimasti e non saremmo andati lontano. Non paura ci spinge, né dilettantesco e romantico desiderio d’avventura: ma la cosciente necessità del nostro lavoro. Noi partiamo con l’intima certezza non di una sconfitta, ma di una vittoria.
(cfr. Piero e Ada Gobetti, “Nella tua breve esistenza”, a cura di Ersilia Alessandrone Perona; Torino, Einaudi, 1991, pagg. 686-688).

 

Fonte Foto: Wikimedia CommonsLicenza

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