
RIFLESSIONE SEMISERIA SUGLI INDENNIZZI AI RAPINATORI
di Guido Di Massimo
È sorta in questi giorni una polemica surreale che ci potrebbe riportare molto indietro nel tempo, quando professionisti e lavoratori non avevano tutele né indennizzi nel caso subissero danni nello svolgere la loro attività.
In Italia abbiamo l’INAIL – Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro – che dal 1933 tutela e indennizza i lavoratori in caso di problemi di salute o integrità fisica legati all’attività che svolgono, questo anche nel caso in cui il datore di lavoro non abbia versato la sua doverosa quota assicurativa. E abbiamo poi la regola che il datore di lavoro indennizzi il lavoratore per eventuali “danni differenziali” non coperti dall’INAIL.
Ora, tra i tanti lavori e professioni con cui persone capaci di iniziativa, coraggio e inventiva si industriano di ricavare reddito per sé e la famiglia, c’è la professione del rapinatore, attività tra l’altro socialmente utile in quanto opera per la redistribuzione dei redditi molto meglio di come fa lo Stato con il fisco e la sua elefantiaca burocrazia.
In questo tipo di attività, dove il datore di lavoro è in pratica la persona rapinata, possono capitare infortuni e incidenti per le cause più diverse. Alcune avvengono casualmente oppure per inesperienza o carenza nella pianificazione o gestione dell’operazione. Altre per scarsa cooperazione della persona oggetto della rapina, che con reazioni inconsulte può provocare danni a sé e al rapinatore.
Se il rapinatore subisce danni senza nessuna colpa del suo “datore di lavoro”, cioè del rapinato, dovrebbe intervenire l’ INAIL, che invece se ne guarda bene dal farlo e per questo non viene mai sanzionato; se invece subisce danni dal suo “datore di lavoro” perché non solo questi non coopera ma si ribella danneggiando il rapinatore, allora l’indennizzo è a carico del “datore di lavoro” che però paga solo se costretto da sentenza del giudice.
In ogni caso siamo in una situazione inaccettabile: in casi di infortunio l’INAIL dovrebbe intervenire di propria iniziativa e sempre; e in mancanza o in aggiunta all’INAIL il rapinato dovrebbe indennizzare il rapinatore immediatamente e spontaneamente senza l’intervento dei giudici. Invece questo non avviene mai da parte dell’INAIL, e il rapinato indennizza solo se obbligato da sentenza.
Per il calcolo dell’indennizzo andrebbe poi trovato un sistema più corretto dell’attuale. Purtroppo, i rapinatori sono costretti a lavorare in nero e in mancanza di registrazioni e fatture il loro reddito è solo presunto, quindi l’indennizzo è basato sulla stima del mancato reddito dell’infortunato che a causa dell’infortunio è costretto all’inattività. E si arriva a indennizzi molto diversificati a seconda che si tratti di rapinatori di polli o di banche o di gioiellieri.
Quando adegueremo la legislazione del lavoro alle moderne esigenze di tutela corretta e immediata dei danni che subisce un “onesto” lavoratore nell’assolvimento dei suoi compiti, in particolare quando gravosi e pericolosi come in questi casi?
Fonte Foto: Wikimedia Commons – Sailko – Licenza

