UN’OLIGARCHIA TEMPERATA DAL VOTO*

UN’OLIGARCHIA TEMPERATA DAL VOTO*

di Pietro Di Muccio de Quattro

     Torna d’attualità la legge elettorale, ciclicamente riformata negli ultimi lustri alla fine della legislatura. Avvicinandosi le elezioni, nel rispetto della prassi ormai, è stata presentata dal governo la proposta di una nuova legge elettorale, sorprendentemente motivata da esponenti della maggioranza con l’argomento che la legge in vigore porterebbe ad un “pareggio” (di voti e/o seggi, è da presumere) e quindi a un governo non già deciso dagli elettori ma dalla “palude parlamentare” (sic!).
     Nelle ultime legislature i fatti storici dimostrano che le nuove leggi elettorali non avessero lo scopo, ipocritamente dichiarato, di conseguire un decisivo miglioramento della rappresentatività, bensì di perseguire l’interesse preminente dei partiti a salvaguardare e massimizzare i seggi e proteggere il patrimonio elettorale a discapito degli altri, alleati oppure no. La battaglia tra i partiti sulla disciplina elettorale non ha mai nulla di patriottico. È intenzionalmente combattuta da ciascun partito “pro domo sua”. Il fine consiste nella ricerca di garanzie elettorali.
    La ragione intrinseca per la quale una legge elettorale non dovrebbe essere elaborata e approvata da chi dovrà misurarvisi è che solo partiti eroici saprebbero contenersi per una superiore “salus rei publicae. Fu notato che, per ottenere davvero una legge elettorale rispettosa degli elettori, dovrebb’essere votata all’insaputa delle formazioni partecipanti al voto, sotto il velo dell’ignoranza dei probabili o soltanto possibili risultati conseguenti. Purtroppo, tutto questo risulta irrealistico, almeno alla luce delle ultime vicende italiane a riguardo, essendo stata posta persino la fiducia sulla legge elettorale!
    Nel “Codice di buona condotta elettorale”, elaborato nel 2002 dalla Commissione europea per la democrazia e il diritto (c.d. Commissione di Venezia) del Consiglio d’Europa, si può leggere che “la stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia”. Infatti, se le norme cambiano spesso, l’elettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso. “A tal punto che potrebbe, a torto o a ragione, pensare che il diritto elettorale sia uno strumento che coloro che esercitano il potere manovrano a proprio favore, e che il voto dell’elettore non è di conseguenza l’elemento che decide il risultato dello scrutinio”.
     Nello stesso “Codice” si legge pure che la necessità di garantire la stabilità, in effetti, non riguarda tanto i principi fondamentali, la cui messa in causa formale è difficilmente immaginabile, quanto alcune norme più precise del diritto elettorale, in particolare del sistema elettorale propriamente detto, quali le candidature, le circoscrizioni elettorali, gli sbarramenti. Questi tre elementi appaiono determinanti per il risultato dello scrutinio, ed “è opportuno evitare non solamente le manipolazioni in favore dei partiti esistenti, ma anche le stesse apparenze di manipolazioni”.
     L’Italia ha violato smaccatamente, più volte, tale Codice, in special modo la prescrizione, politicamente e logicamente inoppugnabile, secondo cui dev’essere evitata “la revisione ripetuta della legge elettorale” e comunque “la revisione che interviene meno di un anno prima dell’elezione”, perché “anche in assenza di volontà di manipolazione, questa apparirà in tal caso come legata ad interessi congiunturali di partito”. E figuriamoci in presenza della palese determinazione manipolatoria, comprovata dalle ultime leggi elettorali.
     Se trasformiamo il 40% di voti in 55% di seggi, facciamo alchimia medievale, non democrazia parlamentare. Aggiungendo le liste bloccate, otteniamo una democrazia anamorfica. Pretestando la stabilità governativa, il vero “governo rappresentativo” diventa simbolico. La percentuale di voti e la percentuale di seggi sono entrambe, rispettivamente, così basse e così alte che il dichiarato intento d’insediare nelle urne un governo “la sera del voto” e di stabilizzarlo in Parlamento appare più pretestuoso che virtuoso. “Parlando di premio di maggioranza, l’unico premio onesto è quello contenuto nella legge elettorale dell’onesto De Gasperi, sicché ai Candidi viene da chiedersi retoricamente perché mai non l’adottino”.
     La governabilità è un mito associato alla stabilità, che di per sé non è un assoluto “pregio di sistema” da ottenere a ogni costo, specialmente se essa non consegue a un meditato e perseguito indirizzo costituzionale ma si presenta come una soluzione (un ripiego?) apparentemente imposta da preconizzati risultati elettorali, che sono tuttavia incerti e, assumerli come certi, evidenzia la reale intenzione degli improvvisati aruspici.
     L’essenza della democrazia rappresentativa consiste nella sovranità popolare. Pertanto, la legge elettorale è la massima espressione del rapporto tra popolo, sovranità, rappresentanza. Non riguarda soltanto la tecnica di formazione, ma lo spirito stesso dell’istituzione rappresentativa per eccellenza. Per conciliare effettivamente al meglio la libertà di scelta degli elettori, la necessità del governo, la rappresentatività del Parlamento, è impossibile negare che siano da preferire i collegi uninominali a doppio turno con la “variante Sartori”, mediante la quale al secondo turno accedono non soltanto i primi due candidati più votati ma anche il terzo, così da cumulare i vantaggi del collegio uninominale con l’ampliamento delle possibilità di scelta del candidato da eleggere. La candidabilità non lasciata soltanto ai partiti consolidati ma aperta ai cittadini che desiderino presentarsi, dimostrando un minimo consenso elettorale accertato. Le obiezioni dei “proporzionalisti” al collegio uninominale vengono così superate, a meno che il principio della proporzionale costituisca un tabù politico, specialmente con liste bloccate.
     Luigi Einaudi affermava: “La classe politica non si forma da sé né è creata dal ‘fiat’ di una elezione generale. Ma si costruisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega l’amministrazione delle cose locali piccole; e poi via via quella delle cose nazionali od interstatali più grosse…l’elettore deve guardare agli uomini i quali per probità di vita, per esperienza della cosa pubblica gli inspirano maggiore fiducia e che nel tempo stesso espongono un programma concreto, preciso di riforme attuabili, profonde e non avventate, benefiche e non sconcertanti” (Elogio del rigore, 2021).
     La classe politica formata dalla cooptazione partitica inaugurata con il porcellum” nel 2006 è sotto gli occhi di tutti, anche dei capi partito che la forgiano con le loro mani. “La legge elettorale non è fatta per i partiti, bensì per i cittadini, affinché esercitino al meglio la più ampia libertà di scegliersi veri rappresentanti in carne ed ossa, non simulacri di parlamentari”.

*Articolo tratto da “Intervento nella società” , n. 2-2026

Immagine generata con IA (Google Gemini)

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