DAL POST-COMUNISMO AL SOVRANISMO

DAL POST-COMUNISMO AL SOVRANISMO

di Roberto Tumbarello

Ho sempre pensato che all’epoca dell’URSS la mano sapiente del Cremlino sui partiti comunisti europei fosse una prigione da cui, neppure dopo il crollo del comunismo, gli accoliti si sarebbero liberati. Mosca, centro di osservazione, aveva la visione globale della situazione e suggeriva alle varie Sezioni – soprattutto a Italia, Francia e Spagna, i grandi paesi cattolici dove, chissà perché, i comunisti erano in maggior numero e tutti i leader avevano studiato in scuole e università cattoliche – la politica da effettuare. E loro eseguivano alla lettera, magistralmente, ottimi esecutori.
Come in Forza Italia Tajani, che, infatti, rimasto politicamente orfano, come loro, non sa più che cosa dire e fare, e si è consegnato a Meloni, che non sa che cosa sia il centro, quindi facendo perdere al suo partito la brillantezza e la ragion d’essere che Berlusconi aveva conferito. Per di più quei seguaci di Baffone, come i berlusconiani, grazie a un suggeritore così informato e lungimirante, non si sforzarono mai di imparare a progettare, cioè a fare politica. Quindi, quando crollò l’impero sovietico, si trovarono come alunni che erano stati promossi senza avere studiato. E così sono ancora oggi, come quelli che li combattono.
Alessandro Natta, che successe a Berlinguer nel 1984, quando il Partito Comunista sovietico cominciava già a traballare, non era il peggiore, ma fu il primo segretario a subire la carenza di guida da parte del Cremlino e fu giudicato inadatto a quel ruolo. Dopo di lui inadatto fu anche Occhetto – soprattutto lui – che, nel 1992, in piena Tangentopoli, anziché aspettare che si concludessero le indagini, i rinvii a giudizio e i processi per corruzione, chiese elezioni anticipate, dando a Berlusconi l’occasione di vincerle, essendo allora il partito comunista, seppure nel frattempo avesse cambiato nome in PDS (Partito della Sinistra), ai minimi storici di consensi e quindi avversario molto fragile.
Però, il colpo di grazia, che legittimò la personalità di Berlusconi in politica – all’inizio visto con diffidenza, tanto da aver subìto, dopo il successo del 1994, la crisi del 1996 per il ritiro della fiducia da parte di Bossi – la diede nel 1997 D’Alema, che, per essere eletto presidente della Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali, chiese il voto di Forza Italia che non esitò a darglielo. Legittimato da un post comunista del livello di D’Alema, il fondatore del centro destra, non ancora autore di tante leggi ad personam, divenne un personaggio popolare.
Il solo obiettivo di questa categoria di politici è di appropriarsi del partito e continuare a barcamenarsi anche su un inutile 20%, che, però, è ancora una bella fetta di potere. Se avesse vinto Bonaccini nessuno avrebbe protestato. Né Cottarelli né altri si sarebbero dimessi e tutto sarebbe continuato, come al tempo di Zingaretti, cioè una sinistra senza luci né buio, di cui la destra è contenta. Nessuno si rende conto che un parlamento privo di un’opposizione alternativa non è democratico e gli italiani prima o poi ne pagheranno le conseguenze.
Finalmente gli elettori del PD l’hanno capito e, anziché seguire la corrente di partito, che avrebbe voluto alla guida uno di loro, cioè Bonaccini, che non è neppure parlamentare e, oltre a essere un post comunista, ha avuto solo esperienze di politica locale, scelsero Elly Schlein, non perché fosse migliore – non lo sapevano, né lo sanno ancora – ma perché almeno parlamentare e per di più diversa dai suoi predecessori, quindi non poteva essere peggiore. Ecco finalmente il PD a una nuova esperienza che molti non approvano perché senza più potere. Dopo appena quattro mesi, le hanno già dichiarato guerra per aumentarne le difficoltà, seppure sappiano che il partito ne subirà un grave danno.
Forse il paragone non calza o è troppo audace, ma questa ragazza, che non ha la bacchetta magica e non può nemmeno fare miracoli, è un po’ come Papa Francesco, che tutti apprezzano nel mondo, tranne l’establishment curiale e certi cattolici, ognuno dei quali, come nel PD, saprebbe essere un migliore pontefice. Nessuno si schierò contro la mediocrità di Letta che, come Conte e gli altri, non capì che, per battere la destra o comunque limitarne la dimensione, ci voleva l’unione di tutti i gruppi di minoranza, anche di chi non aveva sostenuto Draghi, che, seppur efficiente e capace, o proprio per questo, è stato una meteora di passaggio.
Invece, il PD non si alleò con nessuno e il risultato fu che, grazie al sistema maggioritario,  la dimensione della vittoria della destra superò di gran lunga il numero di voti ottenuti. Nessun Cottarelli protestò né si dimise durante il suicidio del PD il 25 settembre 2022. Adesso che la Schlein cerca di allearsi col M5S – e con chi, se no, visto che il terzo polo è più di destra che alternativo ? – i post comunisti l’attaccano perché Conte non ha la stessa politica del PD nei confronti dell’Ucraina.
Tornano i parametri d’impostura. Qualche mese fa era Draghi l’icona del PD, oggi l’Ucraina. Non si apre il dialogo con chiunque possa fare un’opposizione costruttiva, ma con chi la pensa allo stesso modo. Le prossime alleanza potrebbe farle con i santi del paradiso, dato che il M5S sta per scomparire. Mentre la destra, in continuo disaccordo, com’è normale tra partiti differenti, non litiga e vince le elezioni, e per ora anche i dibattiti. Gli altri continuano a essere sconfitti. Ma non importa se si può tornare al potere. Una sorta di tradimento del partito e della democrazia. Più onesti politicamente sono addirittura Calenda e Renzi – si fa per dire – che, pur essendo cresciuti nel PD, se ne sono andati, per non fare i gregari, per pura ambizione, cioè la caratteristica opposta che si richiede a chi fa politica e che oggi è diventato il denominatore comune.
Hanno creato altri partiti di cui sono leader, seppure vendendosi a chi gli dà la possibilità di mantenerli. Non ci sono precedenti storici. Sono cose che capitano solo in Italia e soltanto al giorno d’oggi. Si possono pure giustificare i peones se cambiano gabbana – cosa che avviene tutti i giorni – ma non i leader. Non si era mai sentito di un segretario di partito ed ex premier, come Renzi, cambiare casacca e addirittura area politica. Perché in realtà lui non è di sinistra. Lo collocarono nel PD, ma a farlo diventare presidente della Provincia e poi Sindaco di Firenze fu Verdini, longa manus di Berlusconi. Né un ministro come Calenda che, prima al seguito di Montezemolo, poi ministro ed europarlamentare nel PD, poche settimane dopo fondò un altro partito. Ma è più leale che fare un continuo ostruzionismo e pretendere falsamente che la nuova segretaria faccia in così poco tempo il miracolo che i suoi predecessori non hanno saputo fare in tanti anni.
Lanomalia che più colpisce nel comportamento di Elly Schlein, ma da alcuni anni caratteristica del PD, è l’assenza di dialogo con l’elettorato. Parla con gli iscritti e con gli avversari, ma non con i cittadini, se non attraverso la TV e i giornali che pochi seguono e leggono. Indica gli errori del governo, di cui anche gli elettori possono accorgersi se vogliono, ma senza cambiare la politica obsoleta del PD, neppure osservando che tutta l’Europa sta andando a destra, non solo l’Italia. Quindi, vuol dire che la proposta politica della sinistra, così com’è fatta, non interessa più nessuno. È forse necessario una proposta più liberale, soprattutto adesso per colmare il vuoto lasciato da Berlusconi al centro.
Oltre a tutti gli ex comunisti che si spacciano per riformatori, a fare la guerra alla Schlein nel partito ci sono anche i renziani che non hanno seguìto il loro leader in Italia Viva dove non c’è posto per tutti e che, invece, sono stati stoltamente candidati dal PD. anziché espellerli. Anche questa è una forma infida di tradimento del partito, ma soprattutto della politica liberale, che tutti in un paese occidentale di spirito atlantista dovrebbero avere in comune nelle linee guida, nonostante le rispettive diverse ideologie.
Solo quando la Schlein riuscirà a liberarsi di questi tumori che insidiano le difese immunitarie del PD, denunciandoli apertamente all’opinione pubblica, forse in parlamento nascerà una vera opposizione e quindi una gara leale tra le varie coalizioni. Per esempio, per mancanza di esperienza e cultura, i Cinque Stelle fanno una politica saprofita e meschina. Cioè, vedendo la crisi che la guida del PD sta attraversando, anziché fare opposizione alla destra, Conte cerca di sottrarre voti al partito con cui dovrebbe coalizzarsi, non rendendosi conto che, così, affretta la fine già in corso del movimento nato dal vaffa e, per decenza. destinato a scomparire.
Se il culto della personalità di Berlusconi si è davvero rafforzato con la sua scomparsa, i transfughi che sono confluiti nel cosiddetto Terzo Polo, che non trova alcuna giustificazione in un sistema bipolare, se non diventa l’ago della bilancia, dovrebbero tornare all’ovile nel quale sono stati allevati. Nessuno si chiede se ci si può mai fidare di chi non fu fedele neppure al suo creatore e alla sua memoria, che oggi continua a essere tradita da più parti.
Infatti, emerge prepotente nel suo silenzio la lealtà di Galliani, il solo personaggio grato e fedele, che nessuno prende in considerazione e che, invece, è di esemplare comportamento sia nei riguardi del caro estinto sia della famiglia reale, che ritiene che la fedeltà le sia dovuta, mentre è la più rara delle virtù. Appena riposte le ceneri nell’urna, si nota la differenza di sensibilità delle due generazioni. Viene in mente la celebre risposta di Rockefeller all’autista, sorpreso che la figlia fosse più generosa di lui. “Perché lei ha il padre ricco – fu la spiegazione – mentre il mio era povero”.
            Il Terzo Polo avrebbe una funzione e un prestigio eccezionali se fosse decisivo nella formazione della maggioranza, come il partito socialista nella prima repubblica. Craxi andò al potere nel 1987 perché i suoi pochi voti in parlamento – appena il 13% – erano decisivi per la formazione del governo. Quelli di Renzi e Calenda, invece, non hanno alcun valore perché sono solo a disposizione della destra, che non ne ha bisogno. Questo loro non lo capiscono. E neppure chi dà i soldi per mantenere il partito a Calenda che deve giustamente ubbidirgli. Quindi la sua è una politica obbligata. Infatti, alla vigilia delle ultime elezioni politiche, Letta, che non l’aveva capito, contava ingenuamente sul suo appoggio, quando, invece, Calenda sciolse l’accordo con una scusa banale che denunciò la dipendenza da un altro soggetto, che era il finanziatore.
La differenza tra la visita in Italia di altri capi di stato e di governo e quella di Lula è che il brasiliano oltre a incontrare i soliti prescritti Mattarella, Meloni e il Papa ha voluto un lungo colloquio anche con Elly Schlein, che in questa atmosfera di processo continuo è un segnale politico che fa riflettere. La novità sollevata da Lula è di vasta portata e riguarda l’assetto mondiale delle Nazioni Unite ancora fermo agli equilibri politici del 1945 e di altre istituzioni, compresi i partiti di sinistra.
Sono trascorsi quasi 80 anni e il mondo è cambiato. Non c’è neanche più chi ebbe il merito di cacciare Hitler. Anzi, nazisti oggi sono i successori e crescono a vista d’occhio. Non ha più senso il consiglio di sicurezza che blocca persino iniziative di pace se contrarie agli interessi di un paese che ne fa parte. È ora di abolire il principio del veto, che è il simbolo del privilegio e dell’arroganza che l’ONU, invece, dovrebbe combattere e non ci riesce a causa di uno statuto obsoleto, come quello di altre istituzioni. È il momento di cambiare regolamenti, scritti da persone sagge, che non potevano immaginare, però, che l’interesse personale potesse arrivare a certi livelli e che la disonestà intellettuale e politica cambiasse l’evidenza della realtà. Ecco perché le regole sono così lacunose, non più adeguate alla gestione odierna.
L’Unione Europea non prevede che un paese che diventa tiranno debba automaticamente decadere dall’istituzione. Chi mai poteva immaginare che liberatici finalmente dai regimi europei e da quello sovietico, un paese scegliesse spontaneamente di tornare alla dittatura? Oltre agli equilibri, che Lula lamenta, è cambiata anche la logica con cui si fanno le nuove scelte. Chi poteva sospettare che un giorno il governo potesse proteggere i privilegiati anziché la povera gente e che i parlamentari potessero cambiare gabbana senza dignità per lidi più sicuri e persino opposti? La sinistra in Italia era nata per contestare Mussolini e così continuò con la Democrazia Cristiana. E non mutò neppure quando da opposizione ebbe mire di governo. Ecco perché anche i suoi programmi non sono adeguati alle ambizioni. Gli elettori lo hanno capito, i dirigenti politici ancora no.
Lula ci ha pure aperto gli occhi sulla guerra che noi crediamo limitata a Russia e Ucraina. Ognuno dei due schieramenti vuole vincere per riavere i territori che ritiene propri. La guerra, invece, è contro l’occidente, anche contro di noi giacché il vero nemico di Putin sono gli USA. In realtà, lui la scatenò contro la Nato di cui noi facciamo parte. Ma non parliamo né di guerra né di pace. Il problema non è sul taccuino dei nostri impegni. A Parigi e altrove ci andiamo per trattare sui migranti che riteniamo il problema vitale per il nostro futuro e che, invece, sono un’inezia in confronto al pericolo della guerra. Non immaginiamo neppure lontanamente che ci può piombare da un momento all’altro un missile sulla testa o anche di molto peggio. Siamo così stupidi da non ritenere la pace il nostro problema principale.
Per scaramanzia non mettiamo nemmeno la testa sotto la sabbia come gli struzzi. Non ne parliamo proprio. Facciamo finta che la guerra non esista. Andiamo in giro per il mondo per esibirci – baci e abbracci con chiunque – ma non per cercare soluzioni e una via di pace. Temiamo che il solo parlarne possa evocare cataclismi e avvicinarci al rombo dei cannoni. È che un lembo di terra fa gola a tutti, anche se inutile e superfluo. Si sacrificano migliaia di vite umane, si tradisce qualsiasi affetto e persino il proprio Dio.
Anche Orban ambisce a una fetta di Ungheria che si trova in Ucraina, la Transcarpazia, dove il 10% della popolazione, circa 160 mila persone, è ungherese. Se Putin vincesse la guerra e occupasse l’Ucraina probabilmente gli regalerebbe quella regione. Persino Orban ha ambizioni imperialiste e sogna la Grande Ungheria assieme alla destra nazionalista magiara la cui mappa è estesa anche a lembi di territori rumeni, croati, serbi e slovacchi, oltre che ucraini. Ecco perché tradisce la NATO e l’Unione Europea di cui fa parte – che stupidi averlo ammesso – e tifa per l’aggressore, che per ora gli ha regalato dieci prigionieri transcarpatici, che lui restituisce, uno per volta a Zelensky, giusto per illudersi di averli catturati lui in un territorio che gli appartiene e che un giorno tornerà alla patria.
Quindi, gentile Premier, non è da lei né da post fascista simpatizzare con Orban, che è della destra sovranista solo con lo scopo, neppure tanto ideologico ma prepotente e illusorio, di ampliare il proprio paese. Un aggressore in pectore anche lui. E noi che c’entriamo? Non abbiamo mica rivendicazioni su Nizza e la Savoia, né sulla Svizzera italiana. L’Alto Adige ce lo hanno già dato e ci è bastato. Tutto il resto attorno a noi è mare. Ne abbiamo quanto ne vogliamo, che ci sta corrodendo e rimpicciolendo le coste e il territorio. Che affinità abbiamo con l’Ungheria e con Orban in particolare? Vogliamo fare la guerra al mare perché ci restituisca il territorio che ci sta corrodendo?  In che cosa vogliamo imitare o ammirare Orban? Che cosa gli invidiamo? Per dileggiarlo Biden – chi è più nostro alleato, gli USA o Orban? – ha mandato a Budapest un ambasciatore progressista e gay, che, assieme al marito, vive in una residenza sul Danubio.
Se lei, gentile Signora, si è recata a Parigi per fare ancora una volta la pace con Macron per perorare l’assegnazione dell’Expo universale del 2030 a Roma, ha sbagliato indirizzo. L’unico modo per avere assegnato quell’evento sarebbe stato andare a parlare con ognuno dei 179 paesi che decideranno a votazione a chi assegnare l’Expo. Ma ormai è troppo tardi. Il sovrano saudita e suo figlio, il principe ereditario, hanno promesso vantaggi commerciali o sociali ai paesi che li voteranno, non solo con Macron, compresa l’Argentina, una popolazione in gran parte di origine italiana e che ha ancora molti legami col nostro paese. Si dice, infatti, che gli argentini sono italiani che parlano spagnolo e si credono inglesi. Ma sono dalla parte dei sauditi.
Perché i sauditi hanno petrolio e soldi a profusione e – come ha fatto l’emiro del Qatar per ottenere il mondiale di calcio lo scorso anno – avranno già riempito le tasche di chi è preposto alla decisione. Del resto, per decisione di una sindaca sprovveduta, Roma perdette l’occasione delle Olimpiadi del 2024, che ci avevano offerto e che rifiutammo stupidamente. Poi furono assegnate a Parigi. Oggi ci sono altre due capitali candidate all’Expo 2030: Busan nella Corea del Sud e Riad in Arabia Saudita. Con una sorprendente lealtà, Macron ha confessato alla nostra Premier di avere preso ormai l’impegno con i sauditi.
Noi, permalosi e litigiosi, perdiamo tempo a polemizzare con tutti anziché costruire legami e alleanze. Scambiamo le critiche per insulti, siamo come bambini che vogliono avere sempre ragione e, senza l’umiltà necessaria, non possiamo migliorare. Mentre Tajani, offesissimo col ministro dell’Interno francese per una critica alla Meloni sull’emigrazione, annullava l’incontro a Parigi con la sua omologa, l’Arabia Saudita si dava da fare. Se persino la Francia, paese latino che ha sempre esaltato la nostra cultura, è a favore dei sauditi, figuriamoci gli anglo-sassoni, gli orientali e tutti gli altri. Che non sia venuta nessuna personalità dall’estero per il funerale di Stato di Berlusconi dovrebbe farci capire che l’Italia non è molto considerata nel mondo. Oltre che abbracciare chiunque s’incontri, dovremmo fare in modo di essere più stimati. È il rispetto il vero capitale di un popolo, non le chiacchiere. Si vede proprio in occasione di eventi che riteniamo solenni.
Chiamare le tasse, che ognuno dovrebbe essere obbligato a pagare, pizzo di stato” e giustificare chi non le paga “perché persino chi è in regola può avere problemi con l’Agenzia delle Entrate”, non è una buona politica per combattere l’evasione. Infatti, l’Italia è il paese degli evasori per eccellenza. Con l’avvento della destra sono diminuiti gli introiti dello Stato. Chissà perché gli italiani ritengono che oggi sia consentito evadere le tasse. Mentre nell’anno di Draghi a capo del governo il gettito fiscale era aumentato.
Seppure il 95% siano versate dai dipendenti cui vengono trattenute alla forte, l’evasione ammonta a 100 miliardi di euro l’anno, la più alta d’Europa, tra le più alte del mondo. Non sembra che il governo ne sia molto preoccupato, né se ne vergogna. Il fatto grave è che non c’è immissione di cultura. Infatti, chi le paga vorrebbe non pagarle ed è ammiratore degli evasori, non rendendosi conto che sono come rapinatori di Stato, a danno degli onesti che le pagano anche per loro e quindi ne pagano di più.
            Si polemizza anche con Lagarde della BCE che aumenta il tasso d’interesse per combattere l’inflazione che corrode stipendi e salari. Per difendersi gli italiani diminuiscono gli acquisti a cominciare dai beni di prima necessità. Ne soffrono tutti gli altri consumi e di conseguenza la produzione. Eravamo l’economia che guidava il mondo e stiamo retrocedendo precipitosamente. Anziché lamentarci continuamente, dovremmo combattere le speculazioni che causano l’aggravarsi dell’inflazione e punire gli speculatori, che, invece, spesso difendiamo per non perderne i voti.
Io non giudico la riforma Nordio. Ma credo che in un paese corrotto come il nostro dove vengono scoperte ogni giorno truffe colossali e finiscono in galera persino persone che non avrebbero bisogno di rubare – direttori di dogane, ex parlamentari, imprenditori e speculatori sanitari, si ricordano ancora le mascherine a 25€ – sarebbe meglio stringere le maglie della Giustizia anziché allargarle. Tanto più che lei, onorevole Premier, ricordò a Berlusconi a pochi giorni dal suo successo elettorale di non essere ricattabile. Allora perché accetta che il suo governo vada incontro così platealmente ai disonesti?
A chi le chiede di abiurare il fascismo risponda, invece, che lei ripudia la disonestà, che è il vero pericolo immanente e dilagante. Abbia il coraggio di affermare che non è il fascismo il male che incombe sul paese da un po’ di tempo, ma l’immoralità, l’ignoranza e l’ingiustizia sociale. Finora siamo stati antifascisti, ma non è servito per essere migliori. Anzi, c’è sempre più razzismo e violenza, arroganza e prepotenza, menzogna e cattiveria da prima che arrivaste lei e il suo cast di figuranti.
Perché l’Italia non ratifica il MES, il fondo salva stati? L’hanno approvato tutti, tranne l’Italia. Se non vogliamo beneficiarne, perché impedirlo agli altri? Eravamo riusciti a far dimenticare che era “finita la pacchia” e troviamo subito un’altra occasione di divergenza con l’Europa. Ratificare il MES non comporta alcun impegno economico né morale. È solo un dispetto all’Europa, che, invece, ci serve per tanti altri nostri problemi, primo tra tutti l’emigrazione. Giorgetti cerca di farlo capire a Salvini che, invece, ce l’ha con lui perché lo contradice. È vero che anche Giorgetti è leghista, ma è un po’ diverso perché ha studiato alla Bocconi. Si sente continuamente dire a Salvini che c’è compattezza tra i tre partiti di maggioranza. Questo non basta perché si governi bene. Anche tra chi ruba c’è unità d’intenti. Lo sono pure i membri di un’associazione a delinquere per la quale l’Italia primeggia in Europa.
Prima di una maggiore severità del codice stradale sarebbe opportuno cominciare dall’educazione. Non si può passare dal caos di “ognuno fa come gli pare” al rigore improvviso ed esagerato. Bisogna essere più severi col codice penale, anche se riguarda persino i nostri correligionari, che dovrebbero dare l’esempio e che, invece, sono spesso i primi della lista. Inoltre, ogni tanto si debbono affrontare i dissidi tra partiti della coalizione. I problemi non si risolvono, come fa lei, gentile Premier, rimandandoli. Così, si rischia di rallentare il Paese. Sono tanti oggi i punti di conflitto con la Lega. Soprattutto l’autonomia regionale differenziata che lei, che si dice patriota, deve avere il coraggio e la lealtà di non accettare.
Se ci fosse ancora Berlusconi le divergenze aumenterebbero. Lei ha pure la fortuna che gli elettori sono addormentati. Con tutti i problemi che ci sono, in Molise, regione che dovrebbe essere accorpata all’Abruzzo come un tempo, ha votato meno della metà degli aventi diritto. Però, prima o poi si sveglieranno e magari non saranno d’accordo che si governi così. Finalmente, dopo un mese e mezzo, si è decisa a nominare un buon Commissario per la ricostruzione della Romagna. Una persona efficiente quel generale! Tapperà certamente la bocca ai ministri quando dovessero ripetere che il governo non è un bancomat. La Romagna è un’emergenza che ha bisogno d’interventi immediati.
La gente si chiederà pure perché per questa coalizione che da qualche mese gestisce l’Italia è difficile mantenere a lungo il portavoce. Che osa gli fate per rifiutare la vicinanza del potere? Adesso se ne va pure il suo e non per andare a dirigere il Corriere o il Sole24ore. C’è un detto popolare dalle mie parti e credo che ogni dialetto ne abbia uno analogo – Vicino al re beato chi c’è – che i giornalisti italiani conoscono e apprezzano meglio di chiunque altro. Se lo lasciano per andare a dirigere Libero vuol dire che quello di Palazzo Chigi è un re insopportabile e magari qualcuno comincia a chiedersi come mai l’abbiano votato in tanti. Però, stia tranquilla, sono riflessioni che l’elettore fa dopo tanto tempo.
Quindi, cominci a risolvere i problemi più urgenti, come quello della criminalità. In Italia si comincia a delinquere, come abbiamo visto, sin dai banchi di scuola e si continua persino arrivando al governo. C’è chi spara a pallini sulla Prof e poi viene promosso con 9 in condotta. C’è pure chi, nell’indifferenza delle autorità e del merito, accoltella l’insegnante e, se viene bocciato, i genitori fanno ricorso perché il figlio, quasi assassino, è vittima di ingiustizia.
Immorali anche gli editorialisti che dibattono il problema condannando i metodi del passato perché imponevano agli studenti solo doveri, mentre adesso siamo finalmente entrati nella fase dei diritti. Questa è l’Italia che lei ha ereditato. Se non sente il dovere di moralizzarla e farla diventare una nazione, mentre lei s’illude che lo sia già, nessuno può accusarla di nostalgie. Lei è antifascista – non si preoccupi – come tutti gli altri che l’hanno preceduta e che probabilmente le succederanno.
Complice anche il ministro dell’Istruzione, che non ha mandato gli ispettori per scoprire che cosa è successo in quella scuola in cui si promuove chi merita zero in condotta. Che scuola è questa? Quale educazione e cultura s’impartisce? Che delitto hanno commesso i criminali che hanno avuto 8 in condotta? Hanno stuprato la Prof? Questa generazione, che, sull’esempio dei genitori, deride gli insegnanti e li mena se deboli o disabili sarà la prossima classe dirigente. E lei, onorevole Premier, crede che basti vincere le elezioni e stravolgere la Costituzione per governare bene ed essere applauditi e poi ricordati?
Non è un grande primato essere la prima donna Premier, se è così che consente al Paese di essere governato. Lo sarà quando combatterà la criminalità, che fa concorrenza alle mafie, e difenderà la brava gente che viene penalizzata da leggi ingiuste e che lo stato non sa proteggere. Quando non sarà compiacente e protettiva con i suoi ministri come un vecchio genitore con il figlio viziato. Il solo ad avere diritto al conflitto d’interesse era Berlusconi, che lo aveva conquistato con la complicità degli italiani che si fidavano ciecamente di lui e gli consentivano qualsiasi trasgressione. Anzi, lo volevano trasgressivo per essere poi giustificati nell’imitarlo.
Alcuni suoi ministri, onorevole Premier, hanno l’arroganza di volere sfruttare un privilegio che sarebbe giusto cremare assieme al fondatore del centro destra e chiudere quel periodo storico. Non si può riscrivere la storia per renderla migliore. Perché ormai è avvenuta e non fu migliore. Ogni periodo è fatto dagli uomini che lo compongono. Gli sia grata – questo glielo deve – perché è lui l’artefice del suo successo. Però, non consenta che altri lo imitino perché non ne hanno il diritto e non ne posseggono nemmeno le qualità. Solo lui poteva godere del conflitto d’interessi. Non le conviene mettere per questi altri la mano sul fuoco, come fa ogni volta che vengono scoperti con le mani nella marmellata, perché ne diventa complice. Nel limite del possibile, non nomini ministro chi è in affari perché, per quanto onesto, è umana la tentazione di avvalersi dei privilegi e del potere che l’alta carica conferisce.
Quando interviene l’autorità giudiziaria e le opposizioni chiedono le dimissioni, non aspetti che si arrivi alla condanna, com’è già avvenuto, perché, poi, ne è coinvolta anche lei. Non metta pregiudicati in posti di potere, perché si ha la sensazione che non abbia personaggi migliori. È questa sensibilità che fa di una premier una statista. Diceva Robert Viale, gestore del Pirata, il famoso ristorante dei miliardari di Cap Martin, sulla Costa Azzurra – spero che lei colga la similitudine – “un bravo cameriere deve intervenire prim’ancora che il cliente lo chiami”.
Per ora qualsiasi errore che lei commette viene digerito dal successo elettorale. Che, però, non dura in eterno. Lei è giovane, ma è vissuta abbastanza per sapere che l’idillio con l’elettorato è un momento fugace e passeggero. Cerchi di farlo durare più a lungo possibile. Poi, comincia una faticosa salita, Non lo sprechi per colpa d’altri. Si ricordi che disonesti non sono solo gli avversari. Corruzione e falsità sono bipartisan. Ce n’è tanta anche tra i suoi fedelissimi o chi si spaccia per tale.
Nonostante la sua abiura, Mussolini è stato un italiano onesto, fino all’alleanza con Hitler. Poi non fu più patriota – colpa della guerra che altera anche le menti – anzi indossò persino un’altra divisa per darsi alla fuga. Seppure padrone assoluto dell’Italia per vent’anni, è morto povero. Anche i suoi fedelissimi lo erano, tanto che nelle varie inchieste del dopoguerra non risultarono arricchimenti di regime. Dopo il confino di polizia a Ischia, cui fu condannata assieme al figli minori sino al 1957, la vedova dovette fare la sarta per sopravvivere e mantenere Romano e Anna Maria, prima di godere, dal 1975, di una pensione di reversibilità di 200mila lire. Mentre ora molti dei suoi accoliti hanno denaro depositato nei paradisi fiscali.
Quando nacque la prima figlia Mussolini e donna Rachele non erano ancora sposati, quindi, secondo il diritto di famiglia di allora, Edda fu registrata all’anagrafe di Forlì come figlia di madre ignota. Poi il dittatore non ricorse mai al suo potere per alterare quell’atto di nascita. Si comportò come un cittadino qualsiasi e continuò a essere padre di una figlia di NN.
Mi rendo conto, gentile Presidente, che lei non può biasimare tutti quelli che non si comportano come si deve per non essere sfiduciata dagli stessi alleati. Ma, almeno, non li difenda a spada tratta perché saranno loro, in un giorno che tutti ci auguriamo lontano, a farla cadere nella polvere accusandola di tutti i reati che furono loro a commettere e, ipocritamente scandalizzati, le trieranno le monetine, come accadde a Craxi, come prima o poi gli italiani si comportano con chiunque vada al potere. A Mussolini purtroppo andò anche peggio. Ma c’era la guerra che lui stesso aveva voluto.

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