
DALLA CULTURA “WOKE” ALLA GIUSTIZIA SOCIALE
di Giuseppe Gullo
Sono convinto che in molti abbiamo preso in mano il cellulare per leggere su Google il significato letterale della parola “Woke”. Non è un fatto raro dopo l’invasione degli inglesismi nella nostra lingua parlata e scritta. Alcune di queste parole o frasi sono diventate di uso così comune che ci si meraviglia allorché qualcuno usa “va bene” o “d’accordo” in luogo di “OK”, che è un’allocuzione così frequente e ripetuta da sembrare il risultato di un tic nervoso.
“La cultura woke indica una forte attenzione e un atteggiamento di vigilanza contro ogni forma di ingiustizia sociale, razzismo e discriminazione. Nata nel linguaggio degli afroamericani, oggi definisce l’impegno per i diritti delle minoranze, ma viene anche criticata per i rischi di eccessi ideologici e di censura.”
Senza alcuna necessità di fare ricorso ad un termine coniato dagli afroamericani per indicare la lotta contro le discriminazioni razziali, molto radicate negli USA e per niente superate, il concetto di fondo al quale si può fare riferimento senza discostarsi dalla realtà nel lessico politico italiano è la giustizia sociale, cioè il programma che tende a migliorare le condizioni economiche delle classi meno abbienti attraverso politiche di redistribuzione del reddito, aumento dell’occupazione, incremento delle misure a sostegno delle fasce più deboli e un sostanziale miglioramento delle loro condizioni di vita. Questi principi sono presenti nel dibattito politico italiano da ottant’anni e sono patrimonio delle forze democratiche e progressiste della sinistra moderata e in buona misura anche della parte della DC che si definiva dei Cattolici democratici, da Dossetti a La Pira, a Martini fino al Moro fautore del “Compromesso storico“.
Da questo punto di vista a sinistra vi è necessità di più cultura “Woke” non di un suo ridimensionamento. Il punto è che non bisogna confondere concetti e politiche molto diverse. Populismo ed estremismo sono antitetici alla giustizia sociale. Conducono ad uno spreco di risorse, spesso illecito, o ad un freno alla crescita economica e produttiva senza far fare alle classi più deboli un solo passo avanti per migliorare la loro condizione. È stato così per gli sciagurati provvedimenti dei Governi Conte che hanno causato un enorme buco nelle casse dello Stato senza intervenire affatto sulla povertà dei cittadini favorendo piuttosto il malaffare e la corresponsione illecita del RdC. Ancora più grave il provvedimento del c. d. 110%, il cui costo complessivo è stato di oltre 230 miliardi di euro con vaste aree di uso illecito per decine di miliardi.
Per altro verso da parte di AVS si porta avanti la politica del no a tutto. No al nucleare, al gas, all’eolico, alle degassifiche, ai termovalorizzatori aumentando la dipendenza del Paese dalle forniture energetiche estere comprese quelle francesi e svizzere provenienti dalle centrali nucleari di quei Paesi.
Tutti, giustamente, invocano aumenti salariali, diminuzione delle tariffe elettriche e del costo dei carburanti, lotta all’inflazione, sostegno alle categorie più fragili, miglioramenti nella sanità e nella scuola . Richieste sacrosante per le quali occorrono risorse che nessuno indica dove reperire. È chiaro che se si riducono le tasse e si diminuiscono le accise, i conti dello Stato vanno in crisi. E allora? Occorre anzitutto fare un’operazione di verità. Il sistema fiscale non funziona. Non è verosimile che solo il 2% dei contribuenti dichiari oltre centomila euro l’anno di reddito e che alcune categorie come gioiellieri, ristoratori, medici, avvocati etc. abbiano redditi risibili tali che, se fossero reali, indurrebbero intere categorie a cambiare lavoro. Il fatto è che l’evasione è gigantesca al pari del lavoro nero che, al sud certamente, rappresenta almeno il 40-50% del reddito e consente ad una parte di lavoratori dipendenti e gran parte di quelli autonomi di mantenere un dignitoso tenore di vita.
Il risultato è che il fisco tartassa i lavoratori mono reddito che non sanno o non vogliono fare una seconda attività. L’evasione di imposte dirette e indirette viene stimata in 110 miliardi di euro l’anno, probabilmente per difetto. È possibile che non si riesca in nessun modo a invertire questo andazzo per cui sono sempre i soliti noti a pagare le imposte, mentre i titolari di gioiellerie o di ristoranti dichiarano meno di 20000 euro l’anno?
Il caro carburanti e il caro bollette dipendono in parte da fattori esterni alla nostra economia ma sicuramente al loro costo contribuisce notevolmente la mancanza di una politica che renda autonoma l’Italia anche in parte con la produzione di energia. Il discorso sul nucleare è antico e , come sempre nel Belpaese, fortemente ideologizzato. Il risultato è che acquistiamo energia dalla Francia e dalla Svizzera prodotta col nucleare spendendo centinaia di milioni di euro e abbiamo sospeso le ricerche di gas e petrolio nel nostro territorio. Siamo sempre più dipendenti dall’estero e per fortuna le forniture libiche continuano pur in una condizione di instabilità politica di quel Paese.
Diminuire le accise significa ridurre le entrate notevolmente. Per far fronte al buco che si creerebbe sarebbe necessario aumentare la pressione fiscale e quindi riprendersi interamente quanto verrebbe concesso con l’abbattimento delle accise, oppure fare ricorso al debito pubblico che ha un costo e appesantirebbe il rapporto con il pil.
Il miglioramento del sistema sanitario e di quello scolastico richiede notevoli investimenti nell’ordine di molte decine di miliardi di euro. Dove reperirli? Nessuno lo dice. Se a qualcuno sfugge la parola patrimoniale, dopo un attimo inizia la corsa alle rettifiche e alle marce indietro. La patrimoniale una tantum risolverebbe il problema? Quale tipo di patrimoniale? Un prelievo forzoso del tipo di quello adottato dal Governo Amato? Con modalità diverse o analogo a quello? O puntare a forme parimenti cruente ma più semplici e veloci come, ad esempio, la revisione delle rendite catastali o la extra tassazione delle rendite finanziarie che è sempre stata “minacciata “ e mai attuata ?
Nessuno si sbilancia salvo a richiedere l’aumento dei salari, sacrosanto, il cui costo sarebbe elevato, la diminuzione delle bollette e del costo del carburante, anch’essi assolutamente necessari, e il miglioramento delle prestazioni sanitarie, l’aumento delle retribuzioni dei professori e in generale dei salari. Per fare anche solo una parte di tutto questo occorrono le risorse economiche necessarie. Non è possibile ricorrere alle formule generiche e puntualmente inattuabili delle entrate provenienti dalla lotta all’evasione e dal taglio della spesa cd improduttiva. Formule abusate che hanno ottenuto dei risultati clamorosamente negativi anche nei casi in cui sono stati incaricati notissimi professionisti di predisporre un piano organico di tagli, come nel caso dell’incarico affidato al prof. Cottarelli che ha dovuto abbandonare dopo pochi mesi.
L’unica proposta concreta che è stata avanzata è quella di destinare le somme previste per il rafforzamento della difesa e il sostegno all’Ucraina alla spesa sociale. Il tema è delicato. L’approccio non può essere ideologico. Da questo punto di vista nessuna persona di buon senso può avere dubbi se si trattasse di scegliere tra destinare miliardi di euro alla spesa militare oppure migliorare la sanità, la scuola, aumentare i salari e abbassare il costo delle bollette. La realtà non è questa. L’Italia ha vincoli che discendono dalla sua partecipazione alla UE e quindi ha l’obbligo di rispettare le decisioni che vengono assunte in sede comunitaria. Questo vale per gli aiuti militari ed economici all’Ucraina che deve essere sostenuta come Paese aggredito dalla Russia quattro anni fa in violazione del diritto internazionale e del principio della sovranità degli Stati.
Il problema del riarmo è diventato urgente dal momento in cui gli USA hanno dichiarato di non essere più disponibili a svolgere nella NATO il ruolo che hanno avuto dalla sua fondazione ad oggi. Da quel momento l’intera UE ha dovuto fare i conti con il drammatico problema della sicurezza delle frontiere e della difesa della integrità territoriale da possibili attacchi esterni. Le nostre forze armate non sono preparate ed attrezzate a far fronte a simili eventi. Lo stesso Ministro della difesa ha più volte dichiarato che non saremmo in condizione di rispondere in modo adeguato in caso di attacco esterno. Allora? La risposta più convincente l’ho trovata in questa osservazione del teologo Vito Mancuso “La pace disarmata va perseguita in prima persona da ogni cristiano e essere umano responsabile, a partire dal linguaggio il più possibile lontano dal tono aggressivo di tanti pacifisti tutt’altro che pacifici. Ritenere però che questo sia compito dello Stato significa praticare quell’errore logico che Aristotele designava…. <passaggio indebito in altro dominio>. Si tratta, in altri termini, di un errore contro il concetto di laicità.”
Fonte Foto: Wikimedia Commons – Marco Feruglio – Licenza

