DEBITO PUBBLICO BUONO O CATTIVO, È QUESTO CHE FA LA DIFFERENZA

DEBITO PUBBLICO BUONO O CATTIVO, È QUESTO CHE FA LA DIFFERENZA

di Giuseppe Gullo

Gli economisti quasi unanimemente indicano nell’elevatissimo debito pubblico uno degli elementi frenanti e potenzialmente esplosivi dell’economia italiana. Vengono sempre portati come termine di paragone i c.d. paesi virtuosi che in ambito europeo sono la Germania e quelli del nord. La virtù, tuttavia, non sempre dà risultati positivi se la potente locomotiva tedesca è in affanno, tecnicamente in recessione, col sistema bancario in forte sofferenza bisognoso com’è dell’ossigeno del MES che, al momento, gli viene negato. Leggiamo inoltre che l’economia spagnola ha percentuali di crescita record per il vecchio continente, oltre il 2,5% annuo. L’Italia naviga poco sotto l’1% dopo due anni post pandemia di crescita inattesa e brillante. Secondo i dati ufficiali la Spagna ha un debito pubblico intorno al 115% rispetto al PIL, quasi doppio con riferimento a quello tedesco e di circa 25 punti superiore alla media europea e inferiore di circa 20 rispetto a quello italiano. Non ha avuto negli ultimi anni un periodo di stabilità politica, né lo ha tuttora, se si considera che il Governo Sanchez di recente formazione è sostenuto da una rissosa coalizione di otto partiti ed è appeso al voto del movimento indipendentista catalano che subordina l’appoggio a un’amnistia per i noti fatti che hanno fatto sfiorare alla penisola iberica la guerra civile.
Oltre Atlantico il debito degli Stati Uniti ha superato la cifra stratosferica di 34.000 miliardi di dollari equivalente alla somma complessiva dei Pil di Cina, Germania, Gran Bretagna, India e Giappone, e paga di soli interessi, considerata la stretta monetaria antinflazione, una cifra elevatissima. Ciò nonostante, l’economia degli States è in crescita e così il reddito pro-capite, la spesa militare, quella per gli aiuti agli alleati in guerra e per le varie operazioni militari che li vedono impegnati in varie parti del mondo.
Il debito pubblico giapponese è oltre il 150% del PIL. superiore di circa 20 punti rispetto a quello italiano. Ciò nonostante, il Paese del Sol Levante è primo produttore al mondo, con la Germania, nel settore automobilistico e all’avanguardia nei prodotti di alta tecnologia nei quali ha una grande tradizione di eccellenza. E’ considerato un Paese affidabile, attraente per gli investitori internazionali.  Oltre il 90% dei titoli del debito pubblico è in mano a investitori pubblici e privati giapponesi, a differenza sia degli USA che dell’Italia, che hanno il 30% dei titoli in mano estera. Eppure, il Giappone ha come noi il grande problema della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione con le ovvie conseguenze che questi grandi problemi comportano sulla prospettiva di crescita e di sviluppo. Sembrerebbe che il quadro complessivo sia negativo se non proprio allarmante.
Proprio in questi giorni, invece, il nuovo governatore della Banca d’Italia ha dichiarato che il nostro debito pubblico è sotto controllo con tendenza alla diminuzione. Ha raccomandato cautela ed equilibrio nella gestione della finanza pubblica e oculatezza negli investimenti. Ha aggiunto che la diminuzione dell’inflazione continua col conseguente aumento del potere d’acquisto e  la ragionevole previsione di un aumento della domanda e della diminuzione dei tassi d’interesse che vi sarà certamente sebbene non sia possibile indicarne il momento preciso. In questo quadro, afferma il Governatore, il sistema economico italiano è in condizione di garantire un periodo di crescita. Queste dichiarazioni pronunciate davanti ad una platea qualificata (l’assemblea degli operatori dei mercati finanziari) dal Governatore che è stato nominato senza dissensi solo pochi mesi fa, è confortante. Lo è maggiormente se si considera che il dott. Panetta ha fatto riferimento alla situazione italiana nella  quale “l’accumulazione di capitale, la forza del mercato del lavoro, la capacità competitiva di molte imprese sui mercati internazionali, la solidità dei bilanci bancari” sono punti di forza della nostra economia.
Qual è quindi la vera grande questione che sta di fronte all’economia italiana? Non è il ricorso al debito in sé, quanto piuttosto il modo in cui vengono utilizzati i soldi che riceviamo da investitori pubblici e privati e che dovremo restituire con gli interessi. Se questo denaro viene sperperato, utilizzandolo per finanziare la spesa improduttiva, mantenere in vita migliaia di enti inutili, erogare sussidi a pioggia dei quali non si chiede nessun conto, pagare centinaia di milioni di acquisti mai utilizzati e/o di opere iniziate e mai finite, allora è evidente che al peso dell’indebitamento sarà necessario aggiungere il danno dello spreco e della mancata redditività delle risorse disponibili. Se invece quei miliardi di euro serviranno a migliorare i servizi in primis quello sanitario, aumentare e adeguare l’istruzione e la ricerca, potenziare le infrastrutture, finanziare progetti di sviluppo agricolo nel mezzogiorno, con erogazioni selettive e verificate, allora quel debito creerà ricchezza e occupazione e non sarà per nulla una palla di piombo che frena la crescita. È quello che accade in Giappone nonostante il debito pubblico sia molto più elevato del nostro.
E quindi, c’è debito buono e debito cattivo, e sarebbe meglio dire impiegato bene o male. Questo fa veramente la differenza ed è su quest’aspetto occorre intervenire. Se si continuerà a destinare decine di miliardi a spesa improduttiva e a sostegni definiti sociali indiscriminati e incontrollati, i nodi verranno inevitabilmente al pettine e il prezzo lo pagheranno i contribuenti e le nuove generazioni.

 

Fonte Foto: Wikimedia CommonsQuirinale.it

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