IL SALARIO MINIMO NON SCONFIGGE IL LAVORO NERO E L’EVASIONE FISCALE

IL SALARIO MINIMO NON SCONFIGGE IL LAVORO NERO E L’EVASIONE FISCALE

di Giuseppe Gullo

Appena il gran rumore intorno ai casi giudiziari sarà diminuito fino a tornare ai modesti livelli che si meritano, si potrà discutere di problemi ben più seri. Uno di questi è certamente la proposta del PD e del M6S di introdurre con legge il salario minimo nella misura di nove euro/ora. È chiaro che una tale decisione verrebbe incontro, regolandola e migliorandola, alla condizione di una vasta fascia di lavoratori sottopagati e non tutelati da alcuna contrattazione collettiva. Penso ai rider, ai lavoratori stagionali in agricoltura e nel settore turistico-balneare-gastronomico e simili. Questi comparti vengono valutati in tre milioni di lavoratori, e cioè un numero molto significativo.
La proposta va senz’altro sostenuta con alcune specificazioni e integrazioni. In primo luogo essa non incide sull’occupazione e cioè non crea neppure un nuovo posto di lavoro ma interviene sull’esistente. Il problema di una seria politica per il lavoro resta privo di proposte fattibili e praticabili in tempi rapidi. Il lavoro è la prima e fondamentale emergenza soprattutto nel sud della Penisola che sta vivendo, purtroppo e drammaticamente, una nuova fase di esodo verso Regioni più ricche. Bisogna augurarsi che presto le opposizioni, e in primo luogo il PD, elaborino un piano per il lavoro che parta dal cuneo fiscale introdotto fino al 31 dicembre prossimo e che deve essere prorogato e aumentato.
Detto questo va precisato che il salario minimo, se non ben formulato, espone i lavoratori delle fasce con una retribuzione più alta a un duplice rischio. Il primo è quello di una contrattazione al ribasso poiché la soglia dei nove euro/ora sarà il necessario parametro base per tutti. Il secondo è l’indebolimento della contrattazione collettiva e della capacità di incidere del sindacato se non dovesse essere introdotta una disciplina sulla soglia di rappresentatività delle sigle delle organizzazioni dei lavoratori. Non è difficile immaginare che potrebbero essere utilizzate sigle di comodo per firmare accordi al ribasso facendo leva sul limite minimo fissato per legge. E’ un argomento non nuovo e delicato per il quale occorre tenere nel debito conto la prevalenza di sigle autonome in alcuni comparti importanti come scuola e pubblico impiego.
Di un altro aspetto, certo non secondario, occorre avere consapevolezza e cioè che il salario minimo non ha alcuna incidenza sul lavoro nero e sul sommerso. Sono due mondi del tutto separati per cui la regolamentazione retributiva non ha riflessi sulle prestazioni occulte che tali resteranno. Su questo argomento occorre molta chiarezza. Tutti coloro che si sono succeduti al Governo, senza eccezioni, hanno dichiarato che la lotta all’evasione fiscale è un impegno prioritario e irrinunciabile. A giudicare dai risultati a essere colpiti sono i soliti noti. Le cartelle pazze o savie colpiscono, com’è giusto, inesorabilmente chi non ha pagato anche una sola rata di tributi locali o ha omesso di inserire nella dichiarazione un CUD o un rimborso. Nulla è stato fatto e neppure preannunciato per tutto il resto che ben conosciamo, dai lavori occasionali a quelli per i quali viene usata la formula del doppio costo con o senza fattura o ricevuta. È chiaro che la singola prestazione è una piccola evasione che diventa grande e significativa se si considera il numero degli interventi e degli utenti interessati. Non può sicuramente essere questo il bersaglio principale della lotta all’evasione in un mondo nel quale la finanza gioca un ruolo fondamentale spostando in un attimo cifre da capogiro da una parte all’altra del pianeta con plusvalenze molto importanti.
Un’adeguata tassazione di poche operazioni del genere potrebbe portare nelle casse dello Stato cifre ben maggiori dell’evasione del piccolo commerciante o dell’artigiano o del secondo lavorista. Oggi non avviene né l’una né l’altra cosa, sebbene venga preso l’impegno di intervenire presto e in modo deciso. Si potrebbe intanto iniziare con il far pagare le imposte in Italia alle grandi società a controllo pubblico e privato con sede all’estero pur essendo controllate dallo Stato italiano e da imprenditori nostri connazionali. Ho letto che un provvedimento del genere porterebbe nella casse dello Stato oltre 30 miliardi di euro senza alcuna spesa.
Ciò che invece non si può fare e non si dovrebbe neppure dire è l’aumento delle imposte sugli immobili. Proprio in questi giorni la Segretaria del PD parlando di fisco ha citato due cose sacrosante e una colossale sciocchezza. Ha detto che occorre intensificare la lotta all’evasione, more solito aggiungerei, e che occorre colpire le rendite, però senza specificare come, e riformare il catasto. Non so se l’on. Schlein ha contezza dell’attuale imposizione sugli immobili e ha idea che effetto avrebbe rivedere le rendite catastali su questo comparto. Farebbe bene a informarsi prima di fare pubbliche affermazioni che sono assolutamente inopportune e controproducenti.

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