IN VISTA DEL VOTO: SI PENSA AGLI SCHIERAMENTI, MA NON AI TEMI

IN VISTA DEL VOTO: SI PENSA AGLI SCHIERAMENTI, MA NON AI TEMI

di Giuseppe Gullo

A cinquanta giorni dal voto con l’estate torrida che opprime la penisola e le ferie che, giustamente, riducono di molto l’interesse verso le tattiche e le trattative dei partiti, lo schieramento di centro sinistra si presenta ancora come un cantiere aperto. La trattativa tra il PD e le formazioni minori si è prolungata oltre misura con una discussione tutta incentrata sul peso che ciascuna forza rivendica rispetto a quella che le si intende riconoscere. Quando sembrava che l’accordo si fosse concluso sebbene a doppia faccia (politico con Calenda, solo elettorale con i partiti minori), Azione ha sconfessato l’intesa sottolineando l’incompatibilità con Sinistra Italiana e il fronte anti Draghi.  La legge elettorale vigente “impone” la necessità di coalizzarsi per avere possibilità di successo nella quota maggioritaria che è del 37% dei seggi da assegnare. Le coalizioni che nascono da uno stato di necessità e non hanno una chiara e condivisa base politica sono costruite sulla sabbia e destinate ad essere travolte dalle prime folate di vento che inevitabilmente soffieranno sul Belpaese. E’ un’esperienza già fatta, sono vicende già vissute con esiti infausti che sarebbe buona regola evitare che si ripetano, Ulivo docet.

L’unico Partito a restare fuori dalla trattativa, un poco per scelta e molto per necessità, è Italia Viva, al cui Segretario si deve la caduta del Conte 2, premessa dell’implosione dei 5S e della formazione del Governo Draghi, che ha consentito al Paese di avere un alto livello di autorevolezza internazionale, di fare scelte oculate in campo economico e di adottare una buona amministrazione quali non avevamo da molti anni. Perché? Non è chiaro politicamente. Lo è di più se si considera che la politica è fatta da uomini che hanno, come tutti noi, pregi e difetti e, talvolta, hanno atteso anni per potere dire all’altro “ Matteo stai sereno”. Bella soddisfazione personale, forse, ma dal punto di vista politico garantire a tal Di Maio il diritto di tribuna e chiudere la porta in faccia a chi ha letto meglio degli altri le vicende degli ultimi due anni, è farsi del male da soli. Potrebbe nascere ora un terzo polo, liberale e democratico, riformatore e sostenitore convinto dell’agenda Draghi che costituisce, a mio avviso, la più rilevante e positiva novità di queste elezioni.

E i contenuti, i programmi? Il grande tema dei diritti civili è ricorrente tra la gente e nei media. Assume grande rilievo quando si verifica un fatto che colpisce e interessa l’opinione pubblica, sia esso la scelta volontaria di porre fine alla propria vita di fronte alla sicura prospettiva della morte tra enormi sofferenze, o l’assassinio di un immigrato inerme o di un giovane extra comunitario che salva la vita a un suo coetaneo italiano per amicizia, per poi cadere nuovamente nel limbo delle cose da fare prima o dopo. L’argomento è, invece, di primaria importanza e su di esso sarebbe necessaria una chiara e precisa assunzione di impegno formale da parte della politica. Sono questioni di enorme delicatezza sui quali il Parlamento appena scaduto non è stato in condizione di legiferare su nulla neppure sul fine vita, sul quale la Camera aveva approvato un disegno di legge insabbiato al Senato e ora decaduto con lo scioglimento della Camere.

E’ un tema che tocca in modo così profondo la sensibilità di ciascuno che l’approccio a esso richiede cautela, equilibrio e rispetto per le posizioni diverse. Su di esso è però necessario e ineludibile esprimersi e non consentire che possa essere un giudice a farlo colmando un vuoto che non gli compete. Il grande interrogativo, come giustamente è stato osservato, è: di chi è la vita? Chi ha il diritto di pronunciarsi sulla sua continuazione pur in presenza di fatti tali per cui la sua prosecuzione comporta sofferenze fisiche e psichiche che il soggetto non riesce a sopportare? Siamo in un campo nel quale la fede religiosa, la formazione culturale, il carattere, la forza fisica, la resistenza al dolore, la condizione personale e sociale dell’individuo sono determinanti, e ognuno ha il diritto di decidere in base a tutto questo. Lo stesso diritto hanno coloro che consapevolmente, in piena libertà e senza alcun condizionamento, scelgono di porre fine alla propria esistenza non essendo in grado di affrontare il dolore, la sofferenza e il  decadimento che la malattia produce. Qual è la ragione per negarlo? Chi può ergersi a giudice di una simile drammatica decisione se non il diretto interessato? Questa possibilità va limitata ai casi nei quali la sopravvivenza è legata all’uso di apparecchi sanitari, come prevedeva il disegno di legge approvato in prima lettura nella legislatura ora conclusa? O si può consentire anche a coloro che non si trovano in queste condizioni com’è avvenuto in questi giorni per il caso della paziente Elena? Propendo per quest’ultima ipotesi ma comprendo che su questo argomento posizioni più restrittive hanno valide motivazioni.

La normativa vigente in materia, la legge 219/2017, consente al cittadino di rifiutare qualunque trattamento sanitario al quale non presti espressamente consenso, ma non consente il suicidio medicalmente assistito. La Corte Costituzionale con sentenza 249/2019, ha ampliato il campo di applicazione riconoscendo il “ diritto al suicidio medicalmente assistito per le persone che ne formulino richiesta in piena lucidità, con patologia irreversibile, insopportabili sofferenze fisiche o psichiche e tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale.” Non vi è tuttavia una legislazione organica in materia, di modo che siamo costretti ad assistere, come sta avvenendo in questi giorni, a episodi che producono l’incriminazione di chi ha supportato la persona che ha deciso di porre fine alla propria esistenza, pur non essendo tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale.

Restano del tutto privi di disciplina normativa tutti i casi delle persone che hanno vita vegetativa senza capacità di intendere e, quindi, di manifestare la propria volontà. Come comportarsi in casi simili divenuti notissimi anni fa con la vicenda che interessò la famiglia Englaro, che ottenne dalla magistratura, dopo anni di battaglie legali, l’autorizzazione ad interrompere l’alimentazione forzata che teneva in vita la figlia? Il caso Englaro originò la decisione del Parlamento che il 14 dicembre del 2017 ha poi approvato il primo testo di legge che regola e disciplina le DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento), le quali prevedono espressamente le possibilità che specifiche dichiarazioni precedentemente rese da un paziente in bonis, poi divenuto in stato d’incoscienza, siano vincolanti per il medico curante, così attuando la prescrizione del del secondo comma dell’articolo 32 della Costituzione, che afferma “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana“.

Ma, nel caso in cui il soggetto interessato non abbia fatto ricorso al DAT, cosa accade? Chi decide? A quali condizioni? Risposte difficili ma che è necessario dare.

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