LA FORZA DELLA DEMOCRAZIA ALLA PROVA DEI REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

LA FORZA DELLA DEMOCRAZIA ALLA PROVA DEI REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

di Giuseppe Gullo

Il dibattito sullo stato di salute della democrazia nei paesi occidentali e nel nostro in particolare, si è arricchito nei giorni scorsi d’importanti e documentati contributi. Tra di essi ho trovato particolarmente stimolante quello sotto forma di dialogo tra un sostenitore della forma democratica, pur tra limiti e difficoltà, e chi ne intravede il declino irreversibile e la prevalenza dei regimi autarchici.

La discussione sui massimi sistemi ha un contenuto per così dire “astratto“ dal quale non è possibile prescindere. Esso tuttavia deve essere temperato da precisi riscontri ricavati dalla realtà istituzionale come si manifesta nelle singole Nazioni.

Prendo l’abbrivio da una affermazione che pare ovvia, scontata ma non lo è. Il sistema democratico, quale l’abbiamo conosciuto e realizzato nei Paesi Occidentali, è il migliore possibile. Quello cioè che consente ai cittadini di mantenere il più elevato livello di libertà personale e di ottenere crescenti condizioni di benessere. È così? In linea di principio lo è nella gran parte dei casi. Pensiamo a quanto avvenuto in Italia dal 1946 a oggi. Non vi è dubbio che le sfere delle libertà individuali e delle condizioni economiche si sono ampliate e cresciute in modo rilevante.

Si sarebbe potuto ottenere di più? Forse sì. ma nulla era scontato né i risultati ottenuti sono frutto del caso. 75 anni di pace e di sviluppo sono un grande obiettivo raggiunto, probabilmente unico nella storia millenaria della penisola; eppure le Istituzioni sembrano in equilibrio precario, i partiti, tradizionali canali attraverso i quali confluiva il consenso e veniva selezionata la classe dirigente, sono quasi scomparsi, emergono forti spinte alla personalizzazione della politica, già manifestatasi negli anni 80 sebbene temperata da una significativa  componente ideologica, la qualità della classe dirigente è fortemente scaduta, l’esercizio dei poteri costituzionali avviene in modo anomalo con una prevalenza dell’esecutivo sul legislativo e una chiara e continua invasione di campo del giudiziario sugli altri.

Cos’è accaduto? Le ragioni sono molteplici e, spesso, hanno radici lontane nel tempo.

Anzitutto l’usura degli anni. Anche la legislazione migliore possibile ha bisogno di aggiornamento e di adeguamento alla realtà che cambia velocemente. Pensiamo all’Italia del dopoguerra e a quella attuale, a quel sistema di comunicazione, di conoscenza, di alfabetizzazione, di trasporti, di ricchezza, di relazioni sociali e familiari, di tutto insomma, e mettiamola a confronto con l’epoca del digitale e dell’intelligenza artificiale, dei robot e dei droni per renderci conto che l’organizzazione dello Stato non può essere governata con norme, mezzi e modalità che appartengono a un’altra era. Le sempre invocate riforme non si sono realizzate e le poche fatte sono state, spesso, quelle meno urgenti e necessarie. Basti pensare ad alcune riforme costituzionali, a esempio quella relativa alla riduzione del numero dei parlamentari, che sono del tutto controproducenti e non miglioreranno per niente l’efficienza del Parlamento. Giuliano Ferrara ha sostenuto qualche giorno fa che la riforma più significativa degli ultimi vent’anni è stata l’abolizione del voto segreto sulle leggi di spesa. Forse è un giudizio eccessivo ma dà la misura dello scarso livello riformatore che ha caratterizzato le legislature dagli anni 90 a oggi.

La fine dei Partiti e della classe dirigente che essi esprimevano è un’altra causa del degrado che si avverte. Il crollo delle ideologie e l’azione irresponsabile e in larga misura illegittima della magistratura dagli 90 in poi, ne sono stati le cause più importanti. Il crollo dell’URSS e la sconfitta planetaria del comunismo hanno tolto al PCI il collante ideologico che lo teneva insieme, dalla lotta clandestina al fascismo e fino agli anni 80.

Dopo, con l’aiuto determinante della magistratura, di alcuni importanti testate giornalistiche e di una parte della grande industria, ha cercato di accreditarsi come un moderno partito socialdemocratico, prestandosi al disegno di eliminare gli storici partiti del centro e della sinistra moderata per via giudiziaria, senza fare alcuna reale revisione critica della propria linea politica e nessun tipo di esame approfondito delle ragioni della sconfitta storica del comunismo. Ne è venuto fuori un Partito a metà strada tra il vecchio e il nuovo, né carne né pesce, che non riesce a liberarsi del tutto da un passato ingombrante e non sa interpretare quanto di nuovo emerge dalla società. La grande tradizione liberal socialista è stata lasciata all’interpretazione del Cavaliere che ha avuto il grande merito di cogliere al volo l’umore di una gran parte dell’elettorato. ma ha fallito alla prova del Governo per i limiti della sua formazione e della sua cultura. L’imprenditore di successo è una cosa, lo Statista altra e ben diversa.

Nascono così fenomeni elettorali estemporanei che colgono la stato di malessere e di rabbia che cova in molti ceti, insieme all’avversione nei confronti della presunta “casta” e dei suoi privilegi, senza politica, senza programmi, senza classe dirigente solo con slogan vuoti e, alla lunga, destinati ad essere abbandonati e contraddetti.

Su un altro versante aumentano i consensi di forze politiche populiste e nazionaliste, nella sostanza reazionarie e anti progressiste intorno alla figura di un capo il cui consenso varia a seconda degli umori elettorali del momento.

E la politica? Non c’è, latita per cui è necessario affidarsi a un qualche “uomo della Provvidenza” sperando che rimedi ai grandi danni che produce l’approssimazione e il qualunquismo. Cresce di pari passo l’astensionismo e la voglia di affidarsi a uno o pochi governanti che sostituiscano e suppliscano i deficit decisionali che nascono nel caso di coalizioni eterogenee e di mancanza di veri leader.

Fa riflettere il dato che il 70% dei Paesi hanno Governi autarchici o pseudo democratici. Il pericolo di questa deriva è reale e il livello di attenzione di chi è sinceramente democratico deve essere sempre alto. Le grandi democrazie occidentali scricchiolano sotto il peso dell’astensionismo e di guide incerte e confuse.

L’Italia, nonostante tutto, ha percentuali di partecipazione al voto tra le più alte tra i Paesi sviluppati e un radicato sentimento democratico che il populismo cerca, vanamente spero, di scalfire. Ha necessità tuttavia di tornare a sistemi elettorali che stimolino la partecipazione al voto e la selezione della qualità degli eletti, di una Riforma costituzionale che superi il bicameralismo perfetto mantenendo e potenziando i poteri del Legislativo, l’introduzione di una profonda modifica della Pubblica Amministrazione e della Magistratura e di un argine allo smembramento dei poteri dello Stato in alcune fondamentali materie. Discorsi antichi sui quali si sono sviluppate ricerche e attività di commissioni bicamerali con migliaia di pagine rimaste lettera morta. Il tempo però sta scadendo e le conseguenze di un mancato e mirato intervento possono essere gravi.

La più immediata occasione per rafforzare gli strumenti della democrazia è la consultazione referendaria del 12 Giugno con il quale ciascun elettore con il proprio voto può contribuire a esprimere una precisa volontà di cambiamento e di svolta nel cruciale settore dell’amministrazione della Giustizia, nel quale i fatti sono sempre stati contraddistinti dall’inconcludenza e dalla tutela della corporazione dei magistrati a scapito del diritto di tutti a una Giustizia giusta e rapida. E’ doloroso trovare il fronte sedicente progressista schierato sulla sponda della conservazione e della difesa acritica della magistratura dimostrando, ancora una volta, di essere un polo di conservazione dello status quo nonostante scandali vergognosi che hanno colpito al cuore la credibilità dell’ordine giudiziario.

Anche per questo è necessario andare a votare e sostenere la vittoria dei SI per dimostrare che la società è molto più avanti e più matura e consapevole di chi a parole vuole cambiare e nei fatti sostiene chi intende lasciare tutto com’è.

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