LA SANITÀ CUBANA IN ITALIA

LA SANITÀ CUBANA IN ITALIA

di Giuseppe Gullo

La sanità cubana è una delle migliori sanità pubbliche al mondo. A causa della scarsità dei medici in Italia, soprattutto in alcune regioni come la Calabria, il Presidente della Regione ha deciso di richiedere un contingente di 500 medici cubani e lo ha comunicato ai cittadini attraverso un video su Facebook. L’accordo è stato sottoscritto dalla regione con la Comercializadora de servicios médicos cubanos (Csmc). L’azienda costituirà una filiale in Calabria e, man mano, smisterà i medici tra i vari ospedali regionali. La cooperazione dovrebbe durare tre anni”.

La notizia pubblicata da una rivista specializzata mi ha fortemente colpito e indotto a capire meglio come stanno le cose. Cuba ha circa un sesto della popolazione italiana su un territorio che è un terzo del nostro, con un rapporto di medici per 100.000 abitanti doppio rispetto al nostro, 800 versus 400. Ha un reddito pro capite di poco più di 9.000 dollari rispetto agli oltre 30.000 dell’Italia (dati 2020); nel 2021 ha avuto un PIL di 14,4 miliardi rispetto a 1.886 miliardi del nostro Paese; ha un tasso di disoccupazione inferiore al 4% rispetto all’8% del Belpaese; ha una crescita economica media superiore al 3,5%, ben maggiore della nostra attuale; dai dati rilevati da internet risulta che lo Stato destina all’istruzione il 23,7% del bilancio a fronte del nostro 3,6%.

Chi dovesse leggere queste considerazioni potrebbe pensare che chi le ha scritte intende magnificare il regime cubano e i risultati raggiunti dalla rivoluzione castrista. Niente affatto! Qualunque risultato ottenuto da un regime autoritario frutto della mancanza delle libertà fondamentali è insignificante se paragonato al prezzo elevatissimo che il popolo ha dovuto pagare per conseguirlo. Questo principio vale per la piccola isola dei Caraibi come per il grande continente cinese, la Corea del nord, la Russia e i tanti altri Paesi nei quali è negata la libertà, la critica, il dissenso, la libera manifestazione del pensiero, la parità di genere, di razza e di religione.

Ma ciò non esclude la possibilità di potere cogliere gli insegnamenti utili per migliorare la condizione di alcuni servizi pubblici primari nel nostro Paese.

L’Italia vanta, secondo una valutazione ampiamente condivisa, uno dei migliori servizi sanitari pubblici al mondo. E’ per noi un fiore all’occhiello di cui andiamo fieri e che ci ha consentito in questi anni di pandemia di fronteggiare l’emergenza con risultati molto apprezzabili. Sappiamo tutti che vi sono forti differenze tra le regioni e tra sud e centro-nord. E’ noto che il fenomeno del pendolarismo sanitario costringe molti pazienti, soprattutto coloro che sono afflitti da gravi patologie, a spostarsi in strutture del centro e del nord del Paese per ottenere un’assistenza adeguata. Purtuttavia il servizio regge bene con i limiti e le carenze di cui i media danno frequentemente notizia. Tutto questo ha un costo economico elevato che viene quantificato in circa il 7% del PIL cui va aggiunto il 2% di spesa per la sanità privata. Francia e Germania hanno costi più alti, la prima circa il 25% del PIL, la seconda circa il 35%, erogando un servizio giudicato da molti meno efficiente del nostro. Gli Usa poi hanno un servizio pubblico disastroso che, ovviamente, penalizza i meno abbienti.

Adesso siamo giunti a una svolta in negativo causata da due fattori: la riduzione della spesa per finanziare lo sviluppo economico in altri settori produttivi e la mancanza di personale medico e infermieristico. In Italia vi sono poco più di 400.000 medici e 370.000 infermieri, cui vanno aggiunte altre categorie di numero meno elevato e non inquadrati in categorie professionali disciplinate da una precisa normativa. L’accesso alle facoltà di medicina e ai corsi di formazione professionali paramedica è ancora a numero limitato. Nelle facoltà sono disponibili per l’anno corrente 14.700 posti a fronte di una richiesta molto più elevata. Il risultato è la necessità di ricorrere all’importazione di professionisti provenienti dall’altra parte del mondo in numero crescente. La sola Calabria ne sta reclutando circa 500, in Lombardia ne mancano circa 1.000.

La soluzione è soltanto quella di un forte investimento nelle Università e in particolare nelle facoltà a numero chiuso per le quali è più forte la richiesta occupazionale. Ho letto i programmi elettorali dei maggiori Partiti e in nessuno ho trovato un punto impegnativo su questo fondamentale problema. La “povera” Cuba investe il 23% del suo bilancio sulla scuola e l’Università ed è in condizione di esportare professionisti nella “ricca” Italia che investe invece il 3,6% in questo settore. Il PD scrive di uno sforzo straordinario senza specificare in che misura e con quali coperture, il centro destra relega il problema al 14 posto sui 15 punti del programma senza indicare nessuna iniziativa specifica, il terzo polo fa riferimento al piano Amaldi per puntare ad aumentare dell’uno per cento del pil l’investimento per la ricerca e di potenziare il reclutamento dei docenti universitari e di aumentare i fondi per l’istruzione superiore.

Nei prossimi anni avremo migliaia di professionisti del settore sanitario provenienti dall’estero e la stessa cosa, con ogni probabilità, accadrà per i laureati in materie scientifiche, in primo luogo ingegneri.

Pensiamo di aumentare gli investimenti e smetterla col numero chiuso, o ci affidiamo agli altri, ora a Cuba, domani a chi sa chi?!

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