LA SECONDA REPUBBLICA, DA BERLUSCONI A MELONI,  E IL CENTRO STA A GUARDARE

LA SECONDA REPUBBLICA, DA BERLUSCONI A MELONI, E IL CENTRO STA A GUARDARE

di Giuseppe Gullo

La fase politica che stiamo vivendo è per molti versi di transizione e di preparazione a una fase nuova della quale non sono chiari i contorni. La Presidente del Consiglio, che ha conquistato sul campo i gradi di leader della destra, deve ancora dimostrare alla prova del governo di che pasta è fatta. La responsabilità di guidare un grande Paese, i cui problemi sono esattamente simmetrici al suo peso politico ed economico, è ben diversa da quella, pur essa importante, di stare all’opposizione e decidere di volta in volta quale posizione sia più conveniente con l’occhio rivolto ad accrescere il proprio consenso elettorale. Da questo punto di vista la Meloni è stata molto abile posizionando il suo, allora piccolo, partito nel punto a esso più utile. In quest’ operazione è stata “aiutata”, nella sua area politica, dalla crisi irreversibile del Berlusconismo e dagli errori macroscopici e continui della politica muscolare e guascona di Salvini.
Il giudizio su Berlusconi politico sarà compito degli storici che studieranno i trent’anni trascorsi dalla sua discesa in campo a oggi. Sicuramente è stato il personaggio che, dopo la strage dei partiti messa in moto ed eseguita dalla Procura di Milano, ha cambiato profondamente le regole del gioco introducendo, nel bene e nel male, un nuovo modo di comunicare con l’elettorato e di interloquire con esso apparendo per quello che era realmente, villone e bella vita comprese. Sul versante politico (gli altri riguardano fatti personali e gossip) ha fallito il disegno di una vera rivoluzione liberale dello Stato fermandosi sul limite di riforme promesse e non realizzate anche quando l’elettorato gli aveva dato un enorme credito e una forza parlamentare che solo la DC al suo Zenith aveva avuto. Non si possono disconoscere meriti evidenti: da quello di avere raccolto in un movimento moderato e garantista coloro che non condividevano la “gioiosa macchina da guerra di Occhetto” che i giudici di Milano avevano “nominato“ come destinata a governare il Paese, alla scelta, almeno nella prima fase, di personalità di sicura e collaudata capacità, per la massima parte di formazione laica e liberale. Martino, Biondi, Urbani, Pera, Ferrara, Cicchitto e altri furono chiamati a svolgere un ruolo importante al quale non fece seguito la scelta di un gruppo dirigente stabile e affidabile al quale dare in mano la gestione del partito. Nel contempo, però, si è circondato di collaboratori improvvisati e inadeguati, talvolta in ruoli di grande rilievo,  tutti scomparsi senza lasciare traccia. Ha poi portato a termine l’operazione di sdoganamento della destra post fascista, dalla quale proviene la Meloni, portandola nel perimetro costituzionale e nel Governo.  Chi è rimasto non forma una classe dirigente e non potrà proseguire l’opera del fondatore. Il Berlusconismo finisce con il suo fondatore ed è inevitabilmente nella sua fase finale.
Salvini da parte sua, dopo l’esplosione elettorale conseguente ad alcune parole d’ordine che colpivano l’immaginario collettivo, ha fallito clamorosamente la prova del Governo e sarà ricordato più per le sortite balneari e il folclore dell’abbigliamento similmilitare che per altro. La Meloni, invece, ha perseguito con successo la politica della forza tranquilla con obiettivi chiari perseguiti senza agitazione e con pazienza. La mancanza di una seria e credibile politica di sinistra e la pochezza dei 5 stelle hanno fatto il resto. Adesso però dovrà dimostrare se le sue qualità sono all’altezza del compito che le è stato affidato dalle urne . E’ presto per dare giudizi. L’impressione è che stia giocando “di rimessa” cercando di tamponare limiti e insufficienze di Ministri e deficienze di credito internazionale. È chiaro che il suo Governo gode di alcuni vantaggi dovuti da un lato all’attenuazione dell’emergenza sanitaria e dall’altro alla forte ripresa produttiva del Paese in buona parte favorita dai provvedimenti del Governo Draghi. Le scadenze tuttavia sono incalzanti e molte di eccezionale importanza. Tra breve non sarà più possibile andare avanti per scossoni trattando di volta in volta l’argomento che prende la scena. Sarà necessario mettere mano ai provvedimenti annunciati con un disegno organico. In quel momento tutto sarà più chiaro. La destra non ha in questo momento un leader alternativo alla Meloni e questo ovviamente la avvantaggia. Nulla tuttavia è più precario di un consenso che non sia sostenuto da una verifica di azioni coerenti di governo. È accaduto con Berlusconi, con Prodi, con Renzi, ai quali l’elettorato aveva dato un ampio credito, e potrebbe verificarsi nuovamente. Al contrario se l’attività di Governo dovesse soddisfare anche in parte le aspettative degli elettori e il processo di sganciamento dalle radici post fasciste dovesse essere completato, potrebbe prendere corpo e consistenza una destra moderna sul tipo dei conservatori europei. E’ uno scenario possibile e auspicabile da parte di chi crede che l’alternativa progressisti-conservatori sia una garanzia di corretto funzionamento della democrazia.
L’area politica centrista è in crisi profonda dalla scomparsa della DC. Il tentativo più consistente di ripetere la formazione di un partito interclassista, moderato, garantista che si rivolgesse al ceto medio senza entrare in conflitto con le altre componenti della società, è stata fatta senza successo da Berlusconi al quale sono venuti meno il sostegno dell’elettorato cattolico e l’appoggio della Chiesa, sempre importante sebbene molto meno influente di trent’anni fa.
La mancata attuazione della tanto declamata “rivoluzione liberale” ha fatto il resto riducendo Forza Italia a fanalino di coda della coalizione di destra.  Un ruolo marginale hanno avuto i partitini  nati solo per garantire qualche seggio ad alcuni esponenti della vecchia nomenclatura, ma senza retroterra di proposte e di insediamento sociale. Oggi Calenda e Renzi stanno cercando di occupare quell’area che resta strategica soprattutto in vista di una riforma della pessima legge elettorale attualmente in vigore. Il c.d. terzo polo dovrà trovare una proposta politica incisiva e originale sulla quale chiedere il consenso all’elettorato che lo distingua in modo sostanziale dalle altre formazioni politiche.
Su questi temi sarà necessario riflettere e fare approfondimenti per farsi trovare pronti già alla scadenza delle europee del prossimo anno.

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