L’ITALIA È FATTA DA TEMPO, MA BISOGNA ANCORA FARE GLI ITALIANI?

L’ITALIA È FATTA DA TEMPO, MA BISOGNA ANCORA FARE GLI ITALIANI?

di Giuseppe Gullo

     Tra i problemi che travagliano il nostro Paese ormai da molti decenni e di cui pochi avvertono la reale dimensione negativa, vi è quello grave e irrisolto della mancanza di un sincero spirito di appartenenza a uno stesso popolo e a una medesima nazione. Per non essere frainteso, chiarisco che il rilievo riguarda il livello politico- istituzionale e non quello della realtà sociale, sportiva, scolastica, scientifica, musicale, più in generale civile del Paese. 

     Per limitare la riflessione al periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, tralasciando quello che va dall’unità agli anni 39/40 del novecento, anch’esso pieno di fortissime tensioni che portarono il fascismo al potere, gli ultimi 86 anni sul terreno della contesa politica sono stati caratterizzati da un costante ricorso a una “ conventio ad excludendum” che spesso ha sostituito le idee e i programmi nella ricerca del consenso.

     Dopo il breve periodo dei Governi di unità nazionale, la DC, forte del sostegno del Vaticano e di quello economico e militare dell’America, fondò buona parte della sua ricerca del consenso elettorale sull’anticomunismo fino al punto di indicare nel pericolo di una vittoria del Pci il peggiore dei mali anche per la sopravvivenza fisica degli italiani. Togliatti ed altri alti dirigenti comunisti, il “migliore“ era stato anzitutto uno dei capi del Comintern, la terza internazionale comunista, tanto da essere definito da Troskij il giurista della massima espressione dei comunisti di tutto il mondo. Aveva inoltre fatto pubbliche dichiarazioni durante il ventennio di grande violenza verbale contro il popolo italiano che aveva dato un crescente consenso al regime e al suo Duce. Il che ha piena giustificazione per la parte relativa al fascismo, mentre ne ha poca o nessuna per quella rivolta agli elettori. 
Uno degli effetti di questa politica che venne indicata come il fattore “C”, che di fatto impediva al maggior partito di opposizione di governare, finì allorché la DC da una parte e il PCI dall’altra avviarono al proprio interno e poi pubblicamente una modifica delle rispettive linee politiche che portarono i due maggiori partiti a un passo da un organico accordo di Governo definito “Compromesso Storico”, che sfumò come effetto del rapimento e del successivo assassinio di Aldo Moro che si era speso più di ogni altro leader politico per la sua realizzazione. Sicuramente hanno avuto un peso rilevante in quella vicenda ancora non del tutto chiarita, la contrarietà degli USA e le minacce di Kissinger di gravi ritorsioni politiche e personali nei confronti degli artefici degli accordi e, forse, il fronte vasto e articolato del no alla trattativa con le BR per la liberazione del leader DC contrastata solo da Craxi e dal Vaticano. Era il 1978 e sarà necessario attendere a lungo prima di vedere un post-comunista sedere a Palazzo Chigi con i due Governi presieduti da D’Alema (1998/2000). Successivamente il principale esponente dell’ala Migliorista del PCI, Giorgio Napolitano, venne eletto PdR nel 2006 e riconfermato nel 2013 fino alle dimissioni presentate nel 2015.
 
Era un’epoca politica molto diversa rispetto a quella nella quale era stato concepito il compromesso storico. Vi era già stata la falsa rivoluzione innescata dalla magistratura milanese che nell’arco di meno di due anni aveva abbattuto gli storici partiti della ricostruzione politica ed economica dell’Italia repubblicana salvando deliberatamente solo il PCI e creando le condizioni nel 1994 per la vittoria elettorale di Berlusconi del tutto inattesa e imprevista. Il cavaliere, da uomo di grande intuito e capacità di comunicare, riprese con grande intensità e successo il tema dell’anticomunismo superando le difficoltà obiettive di potere trovare nel partito post-comunista e nel suo leader, che sembravano destinati a vincere le elezioni, scorie di quello che era stato il più grande partito comunista occidentale.

     Vinse alla grande, il cavaliere, anche con i voti di chi in condizioni di normalità non lo avrebbe mai votato neppure turandosi il naso, per dirla con Montanelli. Berlusconi fu l’artefice di una seconda svolta che ha prodotto nel tempo effetti molto importanti e che è stata fondamentale per consentire di vedere a capo del governo una donna proveniente dal partito post fascista, da sempre escluso perfino dal tavolo delle consultazioni politiche per la formazione dei Governi in quanto fuori dal c. d. ”arco costituzionale“ e cioè dai partiti che avevano partecipato a scrivere ed approvare la Costituzione. Cadde definitivamente anche quella conventio e dopo quasi ottant’anni dalla liberazione il Paese ha avuto un Governo con un primo ministro proveniente da una formazione politica post fascista ed estranea alla nascita della Costituzione repubblicana.

     Il primo Governo guidato da una donna che a breve sarà il più longevo della storia repubblicana, per effetto della decisione del Cavaliere del 1994 e delle divisioni e delle insufficienze degli eredi dei post comunisti e dei cattolici, ha rappresentato la novità più significativa dell’ultimo decennio e pone oggi all’opinione pubblica apertamente la candidatura di un suo esponente al Quirinale al vertice dello Stato, garante di una Costituzione che non ha contribuito a scrivere e ad approvare. Cade così definitivamente anche questa preclusione sebbene spesso ciò a cui si aspira resta soltanto un desiderio.
Coloro che osteggiano questa eventualità invocano il pericolo di una deriva autoritaria dando corpo a fantasmi a cui è difficile credere.

     Viviamo un’”epoca di rottura“ ( Cacciari) nella quale nulla è come prima e il nuovo ordine, se e quando vi sarà, deve ancora prendere consistenza. È sul terreno di quanto potrà accadere che è necessario confrontarsi e misurare le capacità di proporre soluzioni adeguate. Vi è il pericolo in Italia di un’involuzione autoritaria? Tutte le democrazie occidentali stanno vivendo una fase di crisi. Il Trumpismo sembra, nella forma e nella sostanza, il regime di un uomo solo al comando, che ha nella forza delle armi la sola reale legittimazione. La Francia, alla vigilia delle elezioni presidenziali, vede i candidati della destra ampiamente in testa nei sondaggi mentre la gauche è ridotta al lumicino. In GB il labour, con una larga maggioranza parlamentare, ha già cambiato primo ministro e arranca nella realizzazione delle riforme promesse, rammaricandosi dell’abbandono della UE e mantenendo soltanto il folclore delle tradizioni delle manifestazioni alle quali partecipano il re e parte della sua famiglia che sembrano venir fuori da una fiction di successo. La Germania assiste alla crescita del partito post nazista che viene accreditato di percentuali molto alte. Questo fenomeno insieme al via libera al riarmo desta serie preoccupazioni in una prospettiva di breve periodo. La Spagna , la più giovane delle Democrazie occidentali, insegue una stabilità politica che non trova, insidiata da forti spinte separatiste, tensioni sociali, inchieste giudiziarie che coinvolgono i vertici del Governo e continui ricorsi a consultazioni elettorali, ben cinque dal 2015 al 2023. 

     Le regole della Democrazia sono rigide e inderogabili. Chi vince le elezioni ha il diritto di governare. Chi si oppone deve farlo contrastando nelle sedi istituzionali e tra gli elettori gli atti e i provvedimenti che non condivide, non già invocando presunte superiorità intellettuali o, peggio ancora, la nobiltà dei natali. Nessuno deve essere marchiato dalla nascita, purché rispetti le regole dello Stato e quelle che la Costituzione prescrive per la formazione dei suoi organi. Il resto è presunzione e supponenza che portano a conseguenze fortemente negative per chi le pratica e alla fine per l’intero Paese.

Immagine generata con IA (Google Gemini)

Commenta questo articolo

Wordpress (0)
Disqus ( )