METTIAMO IN PISTA I MIGLIORI (SE NE ABBIAMO)

METTIAMO IN PISTA I MIGLIORI (SE NE ABBIAMO)

di Roberto Tumbarello

Significativa, e sostituisce un acceso e lungo dibattito sulla politica del governo Meloni, la vignetta di Ellekappa del 2 giugno. “Sul Quirinale sventola il Tricolore italiano, su Palazzo Chigi, con gli stessi colori ma orizzontali, la bandiera ungherese”. Infatti, è il modello Orban quello a cui sembriamo tendere. Proprio nei giorni scorsi a Bruxelles Fratelli d’Italia – come pure la Lega, che, però, non ci ha sorpresi – ha votato contro la proposta di escludere l’Ungheria dalla presidenza di turno dell’UE per il secondo semestre del 2024. Seppure sostenitore di Putin, la Meloni continua a simpatizzare con Orban. Ci riempiamo la bocca con la retorica del patriottismo e poi siamo ammiratori di un dittatore, vogliamo sovvertire la Costituzione, limitiamo la funzione di controllo alla Corte dei Conti sui soldi che arrivano dall’Europa, diventando osservati speciali di Bruxelles sullo stato di diritto, come Ungheria e Polonia. Ma davvero mettiamo in pista i migliori?
In pista i migliori?
Esentiamo da responsabilità i funzionari per eventuali errori e consegniamo l’Italia a chi vuole dividerla in regioni dalle condizioni economiche e sociali differenziate. Dov’è la Nazione? Al Nord i cittadini saranno più padani che italiani. Al Sud sempre più terroni, adesso anche per attestazione legislativa dello Stato. Un baratto per ottenere in cambio il voto sulla riforma costituzionale, che ci creerà altri problemi.
Non erano questi i migliori in pista che ci aspettavamo
Questa non è la destra sociale che auspicavamo e che ci era stata promessa. Non è migliore degli altri, come millantavamo in campagna elettorale. Non è quella di Giorgio Almirante che ci rassicurava. Qualche settimana fa si sono celebrati in silenzio – non c’era quasi nessuno – i 35 anni dalla scomparsa del fondatore del Msi. Si starà rivoltando certamente nella tomba assieme agli altri fondatori del post fascismo democratico e – quello, sì – davvero patriottico.
Ci vogliono i migliori in pista anche per l’Autonomia
Autonomia differenziata vuol dire che le tasse rimangono nella regione in cui vengono prodotte. Quindi ci saranno regioni, già beneficiate dalla posizione geografica e dalla condizione storica, che saranno ancora più ricche di altre. In pratica, come spesso accade, si vuole rubare ai poveri perché più facile. Non è giusto, né di vasti orizzonti. È un volgare baratto. L’unità d’Italia in cambio di un voto.
Dove sono i migliori in pista nella Flat Tax?
Dopo la Flat Tax, la Lega continua a concedere privilegi a qualcuno e penalizzare altri. Chi si professa patriota non può essere complice di discriminazioni e disgregazioni sociali. L’intento di Salvini e della Lega è di recuperare i voti perduti al Nord, che non è più la loro roccaforte, e cercano di riconquistarli a danno della popolazione del Sud, che, invece, li vota ancora.
Anche la Flat Tax è una loro iniziativa, di cui beneficiano più di due milioni di famiglie, che, però votano per Fratelli d’Italia. Sono gli effetti, apparentemente inspiegabili, di provvedimenti socialmente ingiusti che l’elettorato interpreta a modo proprio non premiandone i promotori perché non lo meritano. La stessa tendenza si verificherà con l’autonomia regionale differenziata e, se si dovesse fare davvero, anche col Ponte sullo Stretto.
Perché Bankitalia dice “più tagli che benefici”?
Le priorità del Governo, che non sono quelle che il Paese si aspettava, preoccupano Bankitalia, il cui governatore, nel consuntivo annuale, lamenta più tagli che benefici per le categorie in difficoltà. Infatti, Visco denuncia i gravi ritardi nel PNRR, nella mancata sistemazione dei precari e del lavoro a termine, nel salario minimo, nel calo demografico e persino nella programmazione dell’accoglienza dei migranti.
Perché la Corte dei Conti non s’intrometta in questi ritardi, un emendamento del governo impedisce i controlli dei giudici contabili, se non alla fine, ma in itinere. La sola urgenza della maggioranza sembra essere la riforma che assicura la durata del governo per l’intera legislatura e forse anche oltre. Per questo la scelta sembra essere focalizzata sul premierato e non sul semi-presidenzialismo in modo da adescare i voti del terzo polo, che, con l’esiguo consenso di cui gode, dovrebbe essere per una legge elettorale proporzionale e non per una diminutio capitis del Parlamento.
Invece, potrebbero essere d’accordo con l’elezione del Capo del Governo da parte degli elettori, quindi con la riduzione dei poteri del Capo dello Stato e persino del Parlamento. unico palcoscenico in cui potrebbero esibirsi e che col premierato sparirebbe quasi dalla scena politica.
I migliori in pista anche nelle analisi
Per onestà di analisi, che osservatori e politologi trascurano – commentano solo il risultato numerico delle recenti e parziali elezioni comunali, come fa giustamente la destra che le ha vinte – forse il PD e la Schlein meritano una postilla che ne spieghi la sconfitta. Intanto, la ragazza è alla guida del PD da appena tre mesi e non si può pretendere che, neppure se munita di bacchetta magica, ribaltasse già il successo che i suoi predecessori hanno stupidamente concesso alla destra alle politiche del 25 settembre scorso non coalizzandosi tra i partiti di opposizione.
I migliori in pista anche per distruggere?
Quando dal 2014 al 2018 il PD fu massacrato da Renzi, che in una sola parziale legislatura lo portò dal 40% al 16.5, non ricordo la stessa severità di giudizio contro la sua guida. Comunque – senza togliere alcun merito alla Premier e al suo governo – si consenta alla neo segretaria del PD, cui è attribuito l’intero fallimento elettorale, almeno di dividerne la responsabilità con gli altri partiti di minoranza che, per una visione distorta della politica, procedono in ordine sparso, scontrandosi tra loro e rinunciando così a qualsiasi possibilità di rimonta sugli avversari.
I migliori in pista per criticare
Nel criticare la Schlein nessuno tiene conto che gli italiani, come forse altri elettorati, nei primi tempi diventano spasmodici ammiratori dei vincitori. Inoltre, sarà difficile anche a un’eventuale divinità convincere i milioni di elettori che hanno la Partita Iva e godono della tassazione privilegiata al 15% – a mio avviso provvedimento doppiamente incostituzionale perché discriminante oltre a contravvenire al principio costituzionale di tassazione progressiva – di votare per il PD assieme ai familiari.
I migliori in pista nell’accaparrare
Tanti altri sperano, come promessogli in campagna elettorale, che prima o poi anche loro godranno dello stesso privilegio. Gli italiani si muovono solo se sollecitati dall’odore del denaro. Dell’avvenire dei propri figli non gliene importa nulla. Per di più la società occidentale, compresa quella italiana, non è più attratta da una sinistra d’ispirazione socialdemocratica. L’orientamento di quasi tutti i paesi europei, infatti, è verso una destra liberale, pazienza se da noi è un po’ più estrema. Quindi, fare in modo che si attenuti il sovranismo non sarà facile senza l’unità dell’opposizione e la prospettiva politica più liberale che socialista.
Gli italiani leggono poco e la politica in tv non attira
Il grosso difetto che la Schlein ha ereditato dalla tradizione della sinistra italiana è di non servirsi dei progrediti mezzi di comunicazione per raggiungere e informare gli elettori, anziché i media. Confidano sui TG e i quotidiani. Però, gli italiani leggono poco e in TV preferiscono i programmi trash al dibattito politico. Così stando i rapporti di forza, la coalizione di maggioranza, pur avendo vinto quasi dappertutto di stretta misura – tranne a Catania, dove il successo di Trantino, figlio d’arte, è stato travolgente – sarà eternamente al potere (ormai le cariche politiche sono ereditarie. Vedi anche De Luca jr).
Decadrebbero pure le motivazioni che accompagnano il progetto di riforma costituzionale. Non serve più alla destra assicurare la longevità del governo per legge. I governi dureranno a lungo per auspicio degli elettori. Ma la destra non vuole saperne. È decisa a stravolgere la costituzione, che non è la loro, non avendo partecipato all’Assemblea Costituente del 1946, perché il MSI nacque sei mesi dopo ed era considerato di ispirazione neofascista. Mentre nei successivi 75 anni ha progressivamente rinnegato le origini, caratterizzandosi sempre più su posizioni conservatrici e democratiche.
I migliori in pista per evitare le critiche europee e non solo
Quindi, per ora cerchiamo di aiutare questo governo per evitare che qualcuno – non solo l’inattendibile ministro dell’interno francese, ma neppure un disinteressato e solitamente obiettivo Premio Nobel per l’Economia come l’americano Joseph Stiglitz – lo accusino di incompetenza, come forse un po’ lo è davvero. Facciamo in modo, come avveniva un tempo, che oltre confine tutti approvino il nostro operato e ci ammirino per la dedizione al popolo e alla soluzione dei suoi problemi. Tutto questo può avvenire con l’equilibrio e la saggezza che la destra troverà col tempo e con la grazia di stato. Nei primi mesi di governo, specie dopo 77 anni di emarginazione, non è possibile pretenderlo.
Nei governi di Berlusconi, la destra era marginale. È, quindi, comprensibile – ora che comanda – togliersi qualche sassolino dalla scarpa, Per esempio, quando peroriamo la pacificazione nazionale ma pretendendo che siano gli altri a doversi pacificare, mentre noi li deridiamo. O quando mettiamo chi ha contribuito al successo, nei posti chiave e di prestigio senza averne le qualità né la competenza necessaria.
Quando diciamo ingenue sciocchezze superflue, come credere che “Se abbiamo contro Bankitalia, sindacati e Confindustria, vuol dire che stiamo lavorando bene”. Queste istituzioni sono tre pilastri di ogni paese democratico ed è saggio tenere conto del loro parere. Fu anche umano che qualche anno fa, nel ballottaggio per il Campidoglio, la destra votasse per il M5S pur di non fare vincere il candidato di sinistra. Fu la destra ad avere sulla coscienza l’elezione della Raggi a Sindaca di Roma e i disastri che commise. Le conseguenze le subirono anche gli elettori di destra che votarono, non solo quelli di sinistra. Pure in politica c’è chi si evira per fare un dispetto alla moglie.
Ma quando arriva il momento di mettere in pista i migliori?
Quando si vince diventiamo tutti un po’ bambini – riconosciamolo – e torniamo all’intemperanza infantile. Ci sono affetti e amicizie, che consideriamo meritevoli anche senza esserlo. Chi ha combattuto in prima linea per tanti anni, nel nostro cuore ha più diritto di chi è competente ma è arrivato quando la guerra era finita. È giusto, quindi, premiarli con un elogio e, per un breve periodo di tempo, persino con un ministero. Come una volta il sovrano concedeva un titolo nobiliare a chi conquistava o difendeva il territorio, pur non avendone la raffinatezza. Ero molto amico, senza essere estimatore della Democrazia Cristiana, di un deputato emergente di Messina, che, proprio nel momento in cui ero disoccupato, divenne ministro dei Lavori Pubblici, dicastero allora opulento e oggi accorpato a Infrastrutture e Trasporti. Nei primi giorni di potere sistemò tanta gente nel proprio staff e altrove, tranne me che ne avevo un gran bisogno, e lui lo sapeva.
Una piccola vendetta. In pista vanno solo i migliori
Alla cena ristretta per festeggiare la sua designazione cui, risentito, fui tentato di non andare, sentendolo lamentarsi che già il servizio stampa non lo soddisfaceva, gli dissi. “È colpa tua che non ti sei attorniato dei migliori”. Ci rimase molto male e mi rispose amareggiato: “Se facessi politica anche tu privilegeresti chi ti è stato vicino e aspetta, paziente, da vent’anni. Poi sarà il momento di chi è capace”. Una volta premiati i fedelissimi, i congiunti e gli accoliti, poi deve necessariamente intervenire chi sa.
In pista i migliori per guidare il Paese. Senza se e senza ma
Infatti, raggiunto un certo grado di maturità, che chi è al governo prima o poi deve possedere, se no gli crolla tutto il castello di carte, si capisce che per guidare il Paese sono indispensabili i competenti. Basta prendere esempio – se può servire – da Mussolini nel cui governo non c’erano solo amici mediocri o fascisti di provata fedeltà, ma Giovanni Gentile, Luigi Federzoni, Orso Mario Corbino, Dino Grandi, Armando Diaz, cioè i migliori di ogni settore: filosofi, scrittori, fisici, militari e politici. Ricordo il saggio esempio di un altro dittatore che, infatti, per questo merito morì nel proprio letto.
Francisco Franco, conosciuto come caudillo (in spagnolo vuoi dire capo supremo, equivalente al nostro duce) o generalissimo, regnò con autorità e violenza in Spagna dal 1936 al 1975, ma anche con amore per il popolo, seppure mandando alla garrota – strumento della condanna a morte per soffocamento – i dissidenti. Uomo di grande intelligenza e acume politico, capì che un giorno con lui sarebbe finita anche l’epoca in cui era socialmente opportuna la dittatura. E assieme alla sua successione, cominciò a preparare anche la libertà per adeguare la Spagna agli altri paesi europei, ormai tutti democratici.
Scelse Juan Carlos di Borbone come interprete del progetto di trasformazione della situazione politica e istituzionale, e la monarchia, che allora era più credibile della repubblica. L’erede della dinastia che Franco aveva sollevato dal trono nel 1936 non era Juan Carlos, ma il cugino Alfonso – morto poi nel 1982 per un incidente su un campo di sci – che per di più era sposato con la nipote Carmencita, oggi 72enne, che il generalissimo adorava. Era la bellissima figlia di Carmen di Villaverde, unica figlia di Franco, Per il bene della patria, però, rinunciò a far diventare regina la nipote prediletta perché riteneva Juan Carlos più adeguato di Alfonso a traghettare la Spagna dalla dittatura alla democrazia. Ed ebbe ragione.
Tra chi sceglie tra gli amici e chi opta per mettere in pista i migliori
parvenues scelgono amici e parenti, i grandi prediligono i migliori. Juan Carlos, infatti, si rivelò grande anche come sovrano. Parlo al passato pur essendo l’ex re in vita. Infatti, a una certa età dovette abdicare perché il suo prestigio aveva subito variazioni malevoli. Un amore senile lo costrinse a chiedere un grosso prestito a un sovrano arabo, scoppiò uno scandalo e Juan Carlos dovette lasciare il trono al figlio Felipe VI.
Però, quarantenne, riuscì a proteggere la democrazia in un periodo storico molto difficile. Dopo tanti anni di dittatura, la Spagna non concepiva un altro sistema. Solo la grande personalità e il carisma del sovrano riuscirono a superare tutte le difficoltà e respingere gli attentati alla democrazia. Juan Carlos era cresciuto in Italia, dove la famiglia reale, cacciata dal trono, aveva deciso di vivere l’esilio e dove il futuro re assunse la cultura per la libertà e per il rispetto dei diritti umani.
In Russia e Cina
Anche in Russia, dopo più di 70 anni di cultura sovietica, nonostante l’aiuto delle istituzioni europee a superare quella tara, non poteva che arrivare un altro dittatore, convinto di essere nel pieno diritto di governare, come ha imparato, e a espandere i propri diritti sui vicini di casa. Lo stesso accade in Cina, seppure il comunismo di Xi Jinping sia attenuato dal capitalismo e, finché c’è, dall’enorme ricchezza del paese. Ma non c’è libertà. Il medico che isolò il Covid fu arrestato e condannato per disfattismo per avere rivelato la presenza di un virus assassino che, invece, il regime avrebbe voluto tenere nascosto. Morì in prigione, si disse del virus che aveva scoperto. Ma può darsi di altro accidente.
C’è chi sa mettere in pista i migliori e chi no
In Italia la dittatura durò vent’anni ed erano ancora vivi molti politici che la osteggiarono sin dall’inizio e che conoscevano la democrazia per esservi cresciuti. Prima o poi quel benessere, senza libertà, finirà. Ricordo fino agli anni ‘90, mentre l’Europa faticava a mettere il segno più davanti alla quota del PIL, la Turchia viaggiare a due cifre. Economisti, politici e imprenditori si recavano a Istanbul e Ankara per scoprire il segreto della crescita di quello stato laico e tanto evoluto.
Erdogan come esempio
Dall’avvento di Erdogan e della dittatura dei Fratelli musulmani iniziò la recessione. Dopo 20 anni di arresti, discriminazioni, violenze e condanne a morte, oggi la Turchia è un paese molto povero. Anche nelle famiglie con doppio stipendio si stenta ad arrivare alla fine del mese. Nella società occidentale viviamo dell’eccesso opposto di liberà e benessere. Meglio così, anche se facciamo entrare chiunque nelle istituzioni economiche, sociali e persino di difesa nazionale. In molti casi concediamo stoltamente addirittura il diritto di veto. Quindi, paralizzando spesso le attività produttive. Adesso stiamo pregando la Turchia di consentire alla Svezia di entrare nella Nato, come se Erdogan fosse un convinto e onesto atlantista, non un dittatore.
Il caso Ungherese
Come l’Ungheria, che, pur facendo parte dell’Unione Europea, mette il veto all’invio di armi a Zelensky. Come se Orban fosse democratico e la sua presenza nell’UE costruttiva. Ci complichiamo la vita concedendo a chiunque diritti che non meritano e che, una volta ottenuti, usano contro le stesse istituzioni per conto di nemici dell’occidente e della democrazia.
L’Ucraina può difendersi ancora per qualche mese, ma non sarà facile vincere la guerra, anche se ormai la Russia l’ha già persa. Dato il suo potente armamento, avrebbe dovuto vincerla nella prima settimana. Anche un mese dopo sarebbe stata – come infatti è stata – se non una sconfitta, una brutta figura. Adesso, per cercare di recuperare, sta bombardando Kiev in maniera brutale fino a raderla completamente al suolo. Uccidendo tanti innocenti, donne, bambini, anziani, disabili e ammalati. Ma se, grazie al sostegno della NATO e dei nostri aiuti gli ucraini continueranno a difendersi, la situazione per Putin diventa ridicola. Ecco perché comincia sin d’ora a minacciare un intervento nucleare.
Il dittatore non si ritiene una persona come gli altri
Tutte le guerre sono infauste e incomprensibili, dato che tutti sanno che nessuno ne uscirà vincitore. Ma questa è particolarmente perversa perché pretestuosa, rivolta a un paese indipendente e aggredito senza motivo. È una guerra le cui possibilità di reagire sono limitate dallo stesso occidente che sostiene l’Ucraina, che, però, non può aggredire. Zelensky è convinto che gli ucraini vinceranno. Ma può solo difendersi perché il conflitto non si allarghi e non si trasformi in una guerra mondiale. Com’è possibile vincere solo difendendosi, senza potere aggredire? Se un drone cade in territorio russo, Putin, che sta distruggendo l’Ucraina, macchiandosi di tanti delitti contro l’umanità, si ribella indignato e minaccia l’intervento nucleare, che prima o poi accadrà, seppure camuffato da incidente casuale e involontario. Ma intanto moriranno molte migliaia di innocenti, forse milioni.
Tanto la vita della povera gente non vale nulla, i morti non costano niente. Perché il dittatore non si ritiene una persona come gli altri. L’esaltazione lo convince – chissà perché – di doversi comportare senza scrupoli nella difesa del potere ed è assecondato da tanti altri. Ecco perché è molto probabile che la Terza guerra mondiale sia inevitabile e coinvolgerà anche coloro che credono più proficuo essere dalla parte di Putin e pure chi ritiene meglio essere neutrale. Perché nessuno può rimanere indifferente davanti alla minaccia di una guerra, soprattutto atomica, di cui solo il Giappone finora ha fatto la terrificante esperienza. Ma molti l’hanno dimenticato e credono che nessun pazzo, neppure Putin, possa dare inizio alla fine del mondo. Se esasperato, però, per non essere smascherato nella sua debolezza, tutto può accadere nella mente di chi vuol far credere al mondo di essere invincibile.
Mettere in pista i migliori evita l’arrivo dei mediocri
Le guerre, che in Europa ci eravamo illusi di avere sconfitto, erano necessarie per tenere lontani dal potere i mediocri, che sono causa di molti mali della società, comprese le guerre. Perché, quando scoppiano, gli incapaci si fanno da parte e lasciano i migliori a gestirle. Se fossero sempre i migliori al potere probabilmente non ne scoppierebbero più e non ci sarebbero neppure tanti altri problemi. Ma è più forte di noi il desiderio di prevaricare i simili. E ci viene più facile se sono deboli e incapaci. Ecco perché ne facilitiamo l’accesso al potere che poi ci si ritorce inevitabilmente contro.
La donna è costretta a difendersi da sola
Aumentano i femminicidi e tutti, non solo le donne, diamo la responsabilità al maschilismo di cui è ancora impregnata la società. Cortei, manifestazioni, interventi parlamentari e giudiziari, nascita di associazioni umanitarie, ognuno dice la sua. Qualsiasi ignorante ha la diagnosi e ovviamente anche la terapia. Ogni volta che un uomo uccide la compagna o una congiunta si grida alla supremazia maschile e all’odio che gli uomini avrebbero nei confronti delle donne. È un’interpretazione primitiva di un problema recente molto più complesso e complicato. Se no, lo avrebbero già risolto i mediocri che negli ultimi anni si sono avvicendati al potere. In attesa che il governo, il parlamento, l’Europa o il Padreterno intervengano con i mezzi adeguati – cioè con l’immissione di cultura – la donna deve difendersi da sola per tutti gli inconvenienti che incontra dall’adolescenza in poi.
Per difendere le donne bisogna mettere in pista i migliori; in ogni settore
Molestie, aggressioni, limitazione di carriera, retribuzione inferiore, la maternità. La precauzione migliore è frequentare chi si conosce già o fa parte del proprio ambiente. Dimenticare soprattutto gli incontri sul web. Evitare deboli e violenti che spesso si riconoscono sin dal primo bacio, se non addirittura dal primo scambio di sguardi. Non fidarsi delle proprie capacità di difesa né delle proposte apparentemente innocue e neppure di chi sembra un bravo ragazzo. Non essere tentati da un’esperienza furtiva che quasi sempre finisce male. Soprattutto non andare all’ultimo appuntamento perché non c’è niente da chiarire. E’ la trappola finale.
In realtà, se gli uomini hanno preso a uccidere le donne – nei primi quattro mesi di quest’anno in Italia ne sono state già assassinate 38 – è, invece, per un eccesso di amore e soprattutto per una sopraggiunta debolezza. Il mondo è maschilista da sempre. Questa condizione causava tanti problemi ma non comprometteva l’incolumità delle donne. Fino a qualche anno fa la donna veniva prevaricata, talvolta violentata, ma non uccisa. È la perdita di potere dell’uomo, con le conquiste e la maggiore libertà e autonomia delle donne a creare l’uomo assassino.
I ruoli che si invertono
Ormai è la donna l’essere forte, che lo supera nei concorsi e nei posti di comando, che – grazie alla pillola – decide e sceglie il partner, che lo lascia quando non ne è più soddisfatta. Ma lui continua a essere tanto innamorato delle sue vittime che, infatti, finisce spesso per suicidarsi dopo averle uccise. Forse bisognerebbe aiutare gli uomini a superare la perdita di supremazia. Ma per questo ci vogliono in politica personaggi di un livello superiore di quelli di cui disponiamo.
Prima era l’uomo fedifrago a lasciare la donna per un’altra e nessuno sentiva il bisogno di ucciderla per ristabilire l’equilibrio. Adesso è la donna a scegliere e decidere, e viene assassinata proprio perché più determinata e con una maggiore personalità.
Mettiamo in pista i migliori anche per la cultura
Ovviamente l’assenza di cultura – anche di chi giudica, critica e dà consigli – è sempre la principale responsabile. In una fase di profonda trasformazione ed evoluzione che la società sta attraversando, far capire al bambino di avere gli stessi diritti e doveri della sorellina sarebbe molto efficace per la soluzione di tanti problemi. Invece, lui sa di avere il pisello e di essere più forte fisicamente. Quindi cresce con la convinzione di avere più diritti.
E i genitori, che non si rendono conto di avere la responsabilità dell’educazione distorta, glielo fanno credere e lo illudono di essere il padrone del mondo, quindi, anche della donna. Quando un giorno si accorge che il suo fallo non è più un’arma, ma talvolta solo un peso, va in crisi. Non odia la donna, ma la società e i genitori che l’hanno illuso e se stesso che ritiene responsabile della sconfitta. Se debole – la violenza nasconde sempre una profonda debolezza – può anche uccidere perché non possiede altri mezzi per dimostrare di essere un vero maschio, e poi spesso si uccide, perché sa di non esserlo più.

 

fonte Foto – Wikimedia

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