Parlare chiaro al Paese e correggere gli errori del passato

Parlare chiaro al Paese e correggere gli errori del passato

di Giovanni Mollica

L’onestà è un prerequisito indispensabile per chi vuole assumere un ruolo dirigente nel Paese, ma non è sufficiente a renderlo un politico di qualità. Ve n’è un’altra che differenzia i politici improvvisati dai veri leader: la capacità di guardare lontano e correggere gli errori passati. Propri o altrui che siano. Una qualità che è mancata totalmente in chi ha governato il Paese negli ultimi due decenni – lo dicono i fatti, impietosi e indiscutibili – ma della quale nemmeno il Governo Draghi sembra particolarmente dotato. Entriamo direttamente nel tema, elencando prima alcune circostanze negative, imputabili alla mancanza della qualità indicata in premessa. Di esse, Draghi non ha alcuna responsabilità, ma ci aspettiamo che vi ponga rimedio al più presto.

La pandemia di Covid19 ha trovato l’Italia impreparata. Il colpevole mancato aggiornamento del Piano Pandemico Nazionale lo dimostra e vanno individuati i veri responsabili. La stessa Sanità pubblica – pur all’origine ispirata a criteri apprezzabilissimi – ha mostrato carenze di funzionamento che devono essere corrette. Ora che sono emersi i malfunzionamenti e sono disponibili imponenti risorse europee per correggerli, sarebbe doveroso informare i cittadini sul modo nel quale s’intende procedere. Quantomeno per impedire ai tanti responsabili di continuare a pontificare come se nulla fosse accaduto.

La guerra in Ucraina ha mostrato la misura della nostra dipendenza energetica da Paesi extra Ue. Una carenza che, unita a quella di altre materie prime, agricole e industriali, limita enormemente le iniziative del Governo. La stessa spesa militare si è rivelata inadeguata ai tempi, soprattutto per qualità (il 62% è destinato al personale) ma, anche in questo caso, mancano chiare e condivise linee guida che lascino sperare in una rapida correzione di rotta. Paradossale, poi, che sia stata un’atroce guerra a trasformare il deprecato “sovranismo” in auspicabile “autosufficienza produttiva”. Il sostantivo è improvvisamente caduto in disuso.

Democrazia liberale non è alla ricerca di colpevoli ma non può non rilevare che sul punto il Governo appare carente e sembra, purtroppo, non lavorare con la necessaria discontinuità con quelli passati a dispetto dei fallimenti registrati. Al punto di fare temere che il tema sia estraneo alla sua cultura, forse troppo “europeista” per guardare in casa propria.

“De minimis non curatpraetor”, dicevano gli antichi, ma considerare un danno bagatellare la Questione meridionale, al punto di non proporre un grande piano strutturale, affidandosi invece alle solite iniziative parcellizzate e prive di una visione organica è un errore che le prossime generazioni saranno condannate a pagare a caro prezzo. “Ricordiamocelo: i miliardi del PNRR l’Europa li ha stanziati per il Sud”, titolava il 6 aprile scorso un quotidiano meridionalista, pur fortemente schierato sulle posizioni del premier. Una nuova e imminente austerity, peggiore della precedente, renderebbe l’impresa impossibile. La quota del 40% del PNRR, strappata a forza dal Ministro Carfagna, non basta, soprattutto se non è inserita in un progetto strutturato che guarda lontano e corregge gli errori compiuti dai governi precedenti.

Possibile che l’abbiano capito in tanti, e ancora stenti a capirlo “il migliore”? Senza alcuna allusione a Togliatti.

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