SERVE LA POLITICA, NON UN GOVERNO TECNICO, PER AFFRONTARE I PROBLEMI DEL PAESE

SERVE LA POLITICA, NON UN GOVERNO TECNICO, PER AFFRONTARE I PROBLEMI DEL PAESE

di Giuseppe Gullo

Il livello dei problemi che stanno di fronte a chi governa un grande Paese come il nostro è tale da fare tremare i polsi a qualunque persona di buon senso che sia chiamata ad affrontarli e che non sia afflitta da megalomania. Quest’ ovvia considerazione è sempre stata del tutto corrispondente alla realtà anche in epoche meno complesse di quella nella quale viviamo, in cui la velocità della comunicazione, la rapidità necessaria nel prendere decisioni, i vincoli internazionali e quelli interni costituiscono una miscela che potrebbe causare da un momento all’altro una pesante deflagrazione. Il Governo Meloni, forte del risultato elettorale che gli ha dato un’investitura inequivocabile, in molte occasioni dà l’impressione di essere un vascello in mezzo ad alti marosi, col capitano che cerca di tenere la rotta e la ciurma che non obbedisce ai comandi.
Alcuni problemi possono essere affrontati e risolti solo nel medio periodo e con il concorso di altri Paesi. È così per l’immigrazione, che non può essere affrontata con i metodi forti di salviniana memoria né con il buonismo parolaio di chi invoca accoglienza e tolleranza senza limiti e di fatto non fa nulla per dare una concreta mano d’aiuto. La Germania, che accoglie già circa 500.000 persone l’anno, molte più di quelle che restano in Italia, e che pertanto ritiene di avere pieno titolo per intervenire, procede per la sua strada senza tenere conto delle necessità di chi è più esposto sul fronte degli sbarchi. Tra Stati alleati è una grave scorrettezza formale e sostanziale finanziare chicchessia senza il consenso del Paese amico nel quale gli effetti del contributo si scaricano. Allo stesso modo, a mio avviso, le sacrosante parole del Papa dovrebbero essere seguite dall’apertura dell’immenso patrimonio edilizio della Chiesa, in larga parte non utilizzato, per dare accoglienza materiale a chi sbarca senza avere con sé nulla più degli stracci che indossa. Il balzello dei 5000 euro per avere un migliore trattamento, oltre che eticamente inaccettabile, è politicamente incomprensibile e destinato a essere sommerso da infiniti contenziosi. Sulla base dell’esperienza di questi anni, realisticamente il solo metodo Minniti è stato efficace, ferme restando le responsabilità obiettive di Francia, Usa e UK nell’avere causato la crisi della situazione politica nord africana con l’improvvido attacco alla Libia. Nessuno ha ricette risolutive sebbene non sia discutibile il fatto che la leggerezza politica del nostro Ministro dell’Interno, come del precedente, complica molto le cose.
Per quanto riguarda il PNRR lo scoglio dell’ inefficienza dell’apparato burocratico, centrale e periferico, diventa ogni giorno di più insuperabile. Nessuno ha voluto metter mano a una vera e sostanziale riforma della PA. Chi ha tentato di farlo in tempi abbastanza lontani, Bassanini e Brunetta per esempio, ha clamorosamente fallito per cui abbiamo un elevato numero di dipendenti senza avere le strutture tecniche e informatiche per fare fronte alle necessità progettuali richieste. Di questo nessuno parla mentre si prosegue nella “politica” delle assunzioni che appesantiscono la macchina amministrativa e il bilancio, senza apportare un corrispondente beneficio. Avevamo la possibilità di spendere a livello comunitario il grande prestigio e la competenza di Draghi, soprattutto su questo fronte. Una miope e autolesionista scelta l’ha annullata. Adesso l’ex Primo Ministro viene chiamato a redigere per conto della Presidente dell’UE una strategia sulla competitività internazionale dell’Europa ed è l’unico italiano a scrivere sul The Economist sulle prospettive politiche complessive dell’Unione. Se sono segnali di futuri e più elevati impegni dell’ex Presidente della Bce, vi è una speranza anche per l’Italia.
In tutto questo e tanto altro, si torna a parlare di Governo tecnico. Sarebbe un gravissimo errore, più grave di quello del 2011, se si procedesse su questa strada. Chi ha vinto le elezioni deve potere governare. Soltanto se l’attuale premier dicesse al Paese di non essere in condizione di andare avanti, si potrebbe giustificare l’apertura di diversi scenari, e in tal caso si dovrebbe tornare alle urne. Non vi sono altre strade. Chi dovesse operare nella speranza di altri sbocchi rischierebbe di andare incontro ad una sconfitta elettorale talmente cocente da rappresentare una svolta epocale.
La scadenza elettorale del 2024 si avvicina sempre di più e sarà un momento di verifica decisivo per l’intera legislatura. Il quadro politico si riposizionerà dopo 18 mesi di Governo di destra-centro, e il PD, principale partito di opposizione, avrà la prima vera e significativa prova della capacità della nuova segretaria di parlare agli elettori dell’area progressista in modo semplice e comprensibile. Se andasse sotto il 20%, all’interno del partito si aprirà un confronto molto aspro dal quale difficilmente la Schlein verrà fuori indenne. Al centro vedremo quale sarà la capacità di attrarre consenso da parte di chi ambisce, in modo più o meno chiaro, a rappresentare l’area moderata, diversa dalla destra, che non si identifica nel movimentismo degli antagonisti e tantomeno nel velleitarismo verbale di una parte del PD, che da un lato amoreggia con gli orfani di Rifondazione e dall’altro insegue i 5 Stelle che ormai hanno nel qualunquismo e nel populismo anti casta la loro stella polare.
Ed è forse è solo un sogno quello di sperare che in tanta desolazione qualcuno si faccia portavoce e propugnatore d’idee liberali e socialdemocratiche ispirate alla grande tradizione laica e illuminista, ancora oggi ben presente e rappresentata in buona parte dei grandi Paesi democratici dell’Occidente, ma non in Italia!

 

Fonte Foto: FlickrCamera dei DeputatiCC BY-ND 2.0 DEED

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