COSA C’ENTRA PUTIN CON S. AGOSTINO?

COSA C’ENTRA PUTIN CON S. AGOSTINO?

di Guido Di Massimo

Il Corriere della Sera del 29 giugno pubblica un’intervista a Michail Khodorkovsky, ex oligarca russo finito dieci anni in prigione e poi in esilio: un esempio non dei peggiori di cosa succede in Russia a chi alza la testa; a volte si usa il piombo, e se il soggetto è all’estero si preferisce il veleno. Khodorkovsky afferma che “non ci sarà pace finché Putin vive”, ma colpisce in modo particolare la sua affermazione “Putin non è un politico, è un criminale che ha fuso il suo destino con quello dello Stato”.

La mente corre immediatamente a S. Agostino che nel “De Civitate Dei” scrive “una volta bandita la giustizia, cosa sono i regni se non grandi associazioni di briganti?”.

La domanda/affermazione si applica perfettamente all’attuale Russia stretta e costretta nelle mani di Putin e dei suoi sodali formati e cresciuti alla scuola del vecchio KGB. Ci induce anche a domandarci quanti degli Stati presenti sono o somigliano a bande di briganti che hanno occupato un territorio. Ed è anche difficile escludere che questa sia stata la violenta origine di quasi tutti gli Stati; poi, una volta acquisita la certezza del proprio dominio, la violenza viene moderata, la necessità della convivenza porta a costumi più miti e il tempo legittima il potere offuscandone le origini e facendo nascere dinastie che possono durare secoli; con la tendenza a “dotarsi” di antenati e origini illustri e nel passato anche divine.

L’Occidente – Europa, USA, Canada e pochi altri paesi nel mondo – sono una felice eccezione all’attuale realtà, per i quali vale la considerazione di S. Agostino. Ma non ce ne rendiamo abbastanza conto; specialmente in Italia, c’è chi invidia l’impressione di forza e decisionismo che danno i paesi dove la stampa è solo “la voce del padrone”, si discute poco, si ordina e si obbedisce, mentre da noi ogni decisione è sofferta e anche la politica estera risente delle diatribe politiche interne.

La nostra principale debolezza sta forse nel non renderci conto di questa nostra fragile civile eccezionalità.

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